Accordi indispensabili dopo il voto

Le elezioni politiche sono un atto di grande rilievo per le scelte del convivere. In più, quelle di marzo hanno due specificità insolite: una legge elettorale nuova di zecca e le forze politiche più grosse distribuite in tre scaglioni di grandezza non troppo divaricati. Le due specificità congiunte portano a una previsione che pare ineluttabile ragionandoci dati alla mano.

La nuova legge elettorale (165/2017) ha una logica molto diversa dalle tre precedenti, mattarellum (1993), porcellum (2005), italicum (2015).  Queste, infatti, avevano, seppure con differenti tecnicismi,  un’impostazione  prevalentemente maggioritaria. In sostanza (con riferimento solo alla Camera per la quale il raffronto è agevole), il mattarellum aveva per ¾ collegi uninominali a un turno, il porcellum concedeva un forte premio di maggioranza alla coalizione vincente, l’italicum riconosceva il 55% dei seggi a chi otteneva almeno il 40% dei voti. La nuova legge, invece,  prevede, oltre gli italiani votati all’estero, 231 collegi uninominali a un turno e 386 parlamentari eletti in collegi plurinominali con liste composte in ciascun collegio da un numero di candidati variabile ma  in ordine bloccato (con esclusione, cioè, di poter scegliere al suo interno il candidato da eleggere). Il voto uninominale vale automaticamente per il plurinominale e viceversa. Ogni collegio uninominale andrà al candidato più votato (indipendentemente dai risultati negli altri collegi); in quelli plurinominali, i seggi saranno assegnati proporzionalmente ai voti ottenuti da ogni lista che abbia superato il 3% dei voti su base nazionale.

A questo punto non è difficile concludere che nell’attuale situazione politica e con questo sistema sarà impossibile che una delle tre forze conquisti la maggioranza dei seggi alla fine dello scrutinio.  Infatti, la nuova legge (art. 1, comma 26)  ha sostituito l’italicum abolendo ogni premio di maggioranza per la parte proporzionale. Siccome le tre forze in competizione – centro destra, M5S e  PD – hanno tra di loro ordine di grandezza paragonabile (grossa differenza rispetto al ’94), la distribuzione proporzionale dei 386 seggi non potrà, in termini probabilistici, distaccarsi in modo significativo dal genere 35%, 30%, 25% : quindi i seggi saranno all’incirca 140, 115, 96, con ulteriori 35 seggi per le altre liste non coalizzate oltre il 3%. La distribuzione dei 231 seggi  uninominali, sempre tenuto conto della forte probabilità statistica,  non potranno in alcun modo determinare un’assegnazione molto lontana da 115, 66 e  50 seggi (delle 3 forze una già vincerebbe 1 collegio su 2). E’ immediato rilevare che qualsiasi accoppiamento pensabile nel sommare i seggi assegnati ad un’area nei plurinominali proporzionali con quelli assegnati alla stessa area negli uninominali, può dare al massimo sui 255 seggi, ai quali, pur aggiungendo ancora tutti i seggi degli italiani all’estero (in realtà cosa impossibile), si resta una cinquantina di seggi sotto la maggioranza  assoluta della Camera. Ciò significa in modo pressoché certo (eccetto spostamenti elettorali clamorosi quali il discostarsi dai sondaggi del 15%-20% – si tratterebbe di spostare 6-8 milioni di voti) che una maggiorana parlamentare sarà possibile esclusivamente attraverso l’accordo di almeno due aree politiche furiosamente avversarie nella campagna.

E’ assurdo spacciare la legge 165/17 quale maggioritaria, quando il premio di maggioranza non esiste. Visto che nessuno dei tre schieramenti potrà vincere da solo, non ha senso dibattere sugli schieramenti  evitando l’indispensabile discussione sui diversi temi programmatici proposti da ogni lista. Il cancro della vita parlamentare non sta nell’accordo tra gruppi differenti. E’ l’accordo raggiunto a posteriori, senza aver dato possibilità di indicazione agli elettori, che costituisce un vero e proprio cancro nutrito dall’inganno perpetrato a danno dei cittadini, illudendoli che sia possibile la vittoria netta di uno schieramento.

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La 165/17 e l’impossibilità di una maggioranza la sera del voto

Caro Magri,

nel Suo efficace articolo di stamani sui 22 partitini vogliosi accasarsi nel centro destra, esprime con grande chiarezza un concetto (“ Silvio risulta in costante ascesa e pericolosamente vicino alla soglia del 40-42 per cento che gli permetterebbe di conquistare la maggioranza nel prossimo Parlamento”) , tra l’altro penso da Lei neppure gradito (visto che non appartiene al mondo berlusconiano), che però rischia di far prendere un abbaglio, a Lei e ai lettori. Chi sostiene che , seppure con il 42% si possa ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari la sera delle elezioni, semplicemente non tiene conto di cosa stabilisce la 165/2017, cioè la nuova legge elettorale. Con le nuove norme non è difficile verificare che nell’attuale situazione politica sarà impossibile che una delle tre forze conquisti la maggioranza dei seggi alla fine dello scrutinio.

Infatti, la nuova legge (art. 1, comma 26) ha sostituito l’italicum abolendo ogni premio di maggioranza per la parte proporzionale alla Camera. Siccome le tre forze in competizione – centro destra, M5S e PD – hanno tra di loro ordine di grandezza paragonabile (grossa differenza dal ’94), la distribuzione proporzionale dei 386 seggi non potrà, in termini probabilistici, distaccarsi in modo significativo dal genere 35%, 30%, 25% : quindi i seggi saranno all’incirca 135, 115, 96, con i restanti seggi per le altre liste non coalizzate oltre il 3% . La distribuzione dei 231 seggi uninominali, sempre tenuto conto della ineludibile probabilità statistica, non potranno in alcun modo determinare un’assegnazione molto divergente da 115, 66 e 50 seggi (delle 3 forze una già vincerebbe 1 collegio su 2). Ma poniamo pure che il centro destra arrivi al 42% nel proporzionale (cioè ottenga 162 seggi) e raggiunga nell’uninominale il livello spropositato statisticamente del 56% dei seggi (cioè 130 seggi). Il totale proporzionale più uninominale fa 292, al quale aggiungendo pure (ma sarà molto improbabile) 8 seggi all’estero, si arriva a 300 seggi. Ne mancano ancora 41 alla maggioranza.

Ciò significa in modo pressoché certo (eccetto spostamenti elettorali clamorosi quali il discostarsi dai sondaggi del 15%-20% – si tratterebbe di spostare 6-8 milioni di voti) che una maggiorana parlamentare sarà possibile esclusivamente attraverso l’accordo di almeno due aree politiche furiosamente avversarie in campagna elettorale. E siccome si deve anche tener conto che di certo il primo partito sarà il 29-30% del M5S con quello che ne consegue, una campagna imperniata sull’illudere di poter ottenere una maggioranza (Renzi fa esattamente la stessa cosa cianciando di voto utile, concetto inesistente con la 165/2017 senza premio di maggioranza) è un inganno ai cittadini. Sarebbe bene che la campagna elettorale si facesse sui problemi concreti del convivere, che renderebbero più esplicite le preferenze dei cittadini su alcune tematiche definite, le quali diverrebbero poi la base naturale per fare accordi post elettorali in Parlamento tra gli eletti di liste concorrenti.

A me sembrerebbe utile per tutti che i maggiori editorialisti cominciassero ad illustrare con chiarezza questi dati di fatto.

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Per la libertà di comunicare, sempre

Per il liberalismo la comunicazione è un aspetto centrale della vita, in quanto l’attività essenziale di ogni individuo è scambiare la sua esperienza con quelle degli altri.

Ciò è fisiologico, eppure per secoli, e ancor oggi, tante società hanno posto diversi vincoli per contenere l’irrefrenabile spinta al comunicare. Naturalmente i liberali aiutano sempre chi agisce per rimuovere quei vincoli alla libertà individuale. La comunicazione scambio tra due individui fatta senza costrizione, non può avere vincoli di principio, salvo la responsabilità dei contenuti comunicati e del modo di farlo. L‘impegno dei liberali serve anche nelle società più evolute. L’obiettivo resta mantenere oliati al passar del tempo i meccanismi politico legali di esercizio della comunicazione esistenti tra i cittadini, che conservino, e possibilmente migliorino, la fluidità dei rapporti. La comunicazione di ogni cittadino deve mantenersi libera da costrizioni, dirette o indirette.

Una simile esigenza vale in generale, stante la possibilità di strozzature nella libertà anche mentre si usano mezzi di comunicazione collaudati. Ma, soprattutto, riguarda i mutamenti avviati dagli anni ’80 in poi dall’informatica (ma pure da ulteriori tecnologie). Mutamenti che sono occasione di grandi aperture ma al tempo stesso di nuovi pericoli per la libertà. Per scongiurarli occorrono proposte di nuovo genere.

Con questo intento, i liberali devono essere attenti a molti aspetti del comunicare, diversi come tipo e pericolosità. Alcuni, non in ordine di rispettiva importanza, sono:

  • l’informazione che un’unica fonte indirizza ad una molteplicità di destinatari. Va evitata un’oppressione comunicativa non rispettosa né del criterio del diritto al privato né di quello dell’antimonopolio, ambedue decisivi per la libertà individuale. Di conseguenza, l’invio di comunicazioni politico culturali a un numero di soggetti esteso non richiederà il consenso preventivo di ogni singolo ma, nel caso si usi il mezzo informatico, si dovrà rispettare l’eventuale rifiuto di ricevere altre comunicazioni espresso dopo l’invio; viceversa, spedire informazioni commerciali via web a un numero di soggetti esteso richiede il consenso preventivo di quei singoli soggetti a riceverle.
  • la cosiddetta neutralità della rete Internet. E’ un danno per i cittadini. Li illude di poter disporre di un accesso a prezzo basso e senza censura e perciò di trovarsi in un clima di libertà espressiva e di democrazia, mentre in sostanza li pone alla mercé dei gestori storici della rete protetti dalle novità in arrivo e autorizzati ad usufruire ancora del controllo sugli utenti, da loro usato gratis per guadagnare in termini commerciali (pubblicità e diffusione di contenuti). In realtà la normativa che obbliga a trasmettere in rete senza differenziare i dati trasmessi e senza assegnare la banda di trasmissione in base al prezzo pagato, rallenta molto l’innovazione tecnologica e mette nelle mani del legislatore la gestione delle scelte dei cittadini. Così i canoni paiono costi accettabili, però sono opachi nel mare dei servizi utilizzati e costituiscono un imponente finanziamento ai grossi fornitori di contenuti. Una liberaldemocrazia invece si limita ad esigere che chi fornisce accesso ad Internet lo faccia con offerte trasparenti in grado di consentire al consumatore di acquistare il servizio ritenuto conveniente. Più ci si affida alle scelte dei cittadini, più migliora il clima della convivenza.
  • La politica radiotelevisiva dello Stato italiano non corrisponde al ruolo pubblico siccome insegue la concorrenza ai privati. La RAI deve fare il servizio d’informazione pubblica tramite una sola rete senza pubblicità, sostenuta dal canone e basta. La programmazione di questa rete sarà radicalmente diversa dalle tematiche proprie delle reti commerciali e dunque eviterà l’ossessione per gli ascolti e per altre forme di gradimento elusive delle necessità civili e culturali dei cittadini italiani.
  • La pratica di finanziare testate giornalistiche dell’editoria privata – tanto da configurare un aiuto di Stato all’editore a prescindere dalle scelte dei cittadini – costituisce una politica in contrasto col dare più libertà di valutazione al cittadino. Dunque va abbandonata.
  • Il trascurare le conseguenze negative accessorie alla crescita delle conquiste digitali, è assai pericoloso. Il rischio, se non ci saranno regole mirate, è non solo impedire la concorrenza economica tra i gestori ma peggio fornire una comunicazione conformista al cittadino. Dunque, si pongono problemi molti gravi in materia di diritti di autore, di pluralità dei contenuti, di trasparenza nell’uso dei dati raccolti sui profili individuali, di formazione di monopoli. In tutti questi campi – a livello internazionale ma l’ Italia ha preoccupanti ritardi – Amazon, Facebook , Google e Microsoft hanno la medesima strategia. Che è controllare il traffico nel loro settore, al fine di eliminare interposizioni fra loro e il consumatore, attraverso prezzi molto bassi consentiti dai risparmi di scala raggiunti con la tecnologia globalizzata. Strategie legittime dal punto di vista di chi le sceglie, ma che hanno esiti pericolosi per la concreta libertà di comunicare del cittadino. Dunque per scongiurare questi pericoli, ci vogliono regole fiscali e antimonopolistiche efficaci. Ad esempio, vietare in Italia sconti oltre il 15% sui prezzi di copertina, non basta per salvare le piccole librerie, che garantiscono il pluralismo nella diffusione di ogni tipo di opere, almeno fino a che sia divenuta capillare la capacità di lettura on line di ogni cittadino, attualmente posseduta da una percentuale bassissima di italiani. Se non si raggiunge prima una simile garanzia, è fortissimo il rischio che le grandi imprese mondiali impongano anche quali libri leggere e a quale prezzo.
  • La montante tendenza, non solo dei social, di diffondere notizie false è un danno di comunicazione grave che mina la convivenza libera. L’antidoto non è la censura preventiva ma l’impegno pubblico sempre più robusto, iniziando dalla scuola, per far maturare nei cittadini il senso critico individuale e quindi la capacità di distinguere e valutare gli eventi. Occorrono campagne per urlare che la vita è cosa più ampia della tecnologia, che capire il mondo non equivale a trovare alla svelta risposte stereotipate ad ogni domanda e che la realtà non significa notorietà ottenuta magari con la notizia clamorosa ma infondata, che è l’opposto del conoscere. Occorrono campagne di servizio culturale ai cittadini per diffondere l’importanza di conoscere davvero. Che è cosa complessa (dal capire il bisogno di meccanismi appositi, quali i tribunali per fare i processi non in piazza, al non confondere il privato con il diritto all’anonimato in rete onde non rispondere di quanto scritto oppure al presunto diritto all’oblio per passati comportamenti pubblici) e che è irriducibile ad un tweet, strumento utile per comunicare soltanto se non omologa la realtà in parametri arbitrari.

I sei aspetti precedenti non pretendono di esaurire il tema comunicazione. Anzi, desidero richiamare due altri argomenti da seguire con occhio liberale.

Uno è la questione delle reti di nodi o blocchi di controllo via web, un modo recente per comunicare scambiando dati. Ciascun nodo è in connessione continua con gli altri. Mediante l’uso della crittografia e del calcolo, vede, controlla, approva e archivia la storia di tutte le transazioni, che divengono tracciabili e che, siccome sono modificabili solo previo riesame ed approvazione da parte degli stessi nodi in base a regole pregresse, risultano anche immodificabili. La rete di nodi ha una logica diversa rispetto al rapporto centralizzato uno-tanti, sia in sistema unico che in sistema decentrato in più centri coordinati tra loro. Infatti adotta una logica distribuita in cui non esiste più un centro e dove la gestione scorre tra tutti i soggetti titolari dei vari nodi secondo un criterio di partecipazione nuovo. Essendo una transazione modificabile previo altro accordo tra tutti i nodi, ha valore forte la decisione assunta tra diversi con uguali diritti normati. Un’applicazione del genere individua un tipo di convivenza decentrata con possibilità che ogni partecipante goda in trasparenza di archivi condivisi e non modificabili. Il che è assai rilevante per transazioni finanziarie (inizialmente questa piattaforma è stata confusa con la sua applicazione per creare moneta virtuale, il bitcon). E lo è ancor più perché i dati sono sincronizzati ovunque nei computer connessi in rete (da qui l’alta rapidità di ricerca sfruttando l’intera loro capacità di calcolo) e perché i nuovi nodi, una volta accettati, dispongono subito della duplicazione dati.

La rete di nodi di controllo è uno strumento di comunicazione da seguire. In termini di applicabilità, ha evidenti pregi e ad oggi anche evidenti limiti. Tra i pregi il potenziare le interrelazioni dei cervelli, gli eguali diritti dei partecipanti e la rapida snellezza delle comunicazioni senza bisogno di intermediari, tra i limiti un legame solo flebile con i fatti materiali, tipo l’anonimato dei nodi. Quanto alle monete elettroniche, ne va atteso lo sviluppo. Potrebbe portare a transazioni da pari a pari senza camera di compensazione centrale e senza le monete di carta o più facilmente arrivare a piccoli fondi sul portamonete elettronico per le spese quotidiane. In ogni caso, pur essendo le monete elettroniche attualmente troppo volatili, troppo rischiose e con una tecnologia ancora troppo sofisticata, è bene porsi fin da ora il problema di delineare una regolamentazione per arginare attività truffaldine ai danni del cittadino.

La seconda questione da guardare con l‘occhio liberale sono le conseguenze intellettuali della crescita della cosiddetta Intelligenza Artificiale. In prospettiva, l’intelligenza umana non dovrà inseguire l’IA sui territori sui quali essa è strutturalmente superiore – quali la capacità di calcolo numerico –  ma dovrà sempre più curare quei settori ove l’intelligenza umana è insostituibile. Quali la trasversalità, la multidisciplinarietà, lo spirito critico, il lavorare con gli altri umani. L’IA non è capace di avere spirito critico e buon senso. Di certo almeno per lunghi decenni ancora. Perciò, nella comunicazione di quanto attinente la realtà del mondo, l’IA non può sostituire l’apporto degli umani.

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La Costituzione 70 anni dopo

Esattamente 70 anni fa, lunedì 22 dicembre 1947, l’Assemblea Costituente approvò a larghissima maggioranza (88% dei voti) la Costituzione della Repubblica che entrò in vigore il 1° gennaio 1948. Alla prova degli avvenimenti si è dimostrato un documento funzionante. Attraverso un dibattito cominciato all’indomani della scelta repubblicana e durato poco più di 18 mesi , l’Assemblea produsse quel testo asciutto che disegna istituzioni in solido equilibrio per un paese di nuovo libero e allora alle prese con un dopoguerra caratterizzato, all’interno, da una nazione sconfitta in preda a non lievi difficoltà sociali e, all’estero, da profonde divisioni ideologiche tra paesi occidentali e paesi comunisti. In tale ambiente, varare la Costituzione espresse un’indubbia capacità politica di dialogare tra partiti contrapposti al fine di trovare ragionevoli punti di convergenza con cui regolare la quotidianità tra cittadini diversi.

Nel testo sono prevalenti le culture cattolica, socialista-marxista e comunista, ma è normale visto che ben il 77% dei costituenti apparteneva o alla Democrazia Cristiana o ai Socialisti di Unità Proletaria o al Partito Comunista. Peraltro è fuor di dubbio che l’impianto complessivo della Costituzione esprima una concezione largamente corrispondente alla concezione occidentale della società libera e dei suoi rapporti socio economici tra genti diverse.

Il solo articolo nel quale è prevalsa la concezione del mondo cattolico chiuso, con il determinante appoggio dello strumentalismo del PCI, è l’inserimento nell’art.7 dei Patti Lateranensi di Mussolini. Fin da allora fu criticassimo dal mondo laico (il liberale Benedetto Croce definì “l’inclusione uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico”) e dal mondo cattolico aperto (il grande giurista Carlo A. Jemolo qualificò “fuori di ogni precedente l’introduzione nella Carta Costituzionale di un trattato internazionale”). Le votazioni furono non di rado accese ma sempre reciprocamente molto rispettose. Anche quando i testi erano alternativi per solide ragioni politiche, logiche e tecniche. Come avvenne per l’art.1 c. 1, che Ugo La Malfa (PRI) e Gaetano Martino (PLI) proposero nella forma “l’Italia è una repubblica democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro” e che invece vide prevalere il testo “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro “. La differenza non è banale ma si proseguì lo stesso con semplicità, perché i Costituenti, prima di tutto, puntavano a redigere una Carta decisa con la procedura avviata dai cittadini. Questo era l’importante.

I primi anni della Costituzione fecero vedere che redigerla era stato più agevole che applicarla. Soprattutto dalla struttura burocratica centrale, che ad ogni passo sollevava questioni. Così, la grande novità di una Corte per giudicare che le leggi ordinarie rispondessero al quadro costituzionale, venne attuata otto anni dopo. E non solo. La prima sentenza della Corte (giugno 1956) dovette occuparsi della costituzionalità di un articolo della legge di P. S., e il governo, Guardasigilli Aldo Moro (DC), sostenne in udienza che la Costituzione non doveva applicarsi alle leggi preesistenti. Naturalmente la Corte sentenziò la propria competenza sulle leggi anche anteriori alla Costituzione; cosa ovvia, ma significativa di quanto sia complicato mutare le abitudini consolidate del gestire il potere delle strutture pubbliche.

Del resto, il caso ancora più clamoroso fu l’applicazione degli art. 114 e 115 , l’ordinamento regionale. Non solo le Regioni vennero istituite 22 anni dopo, ma furono fatte senza preoccuparsi di vararne insieme il completo ordinamento finanziario e funzionale, mancanza che nei decenni successivi ne compromise parecchio l’attività. E poi c’è l’istituto del referendum abrogativo, normato 23 anni dopo. Senza contare la mancata applicazione integrale, in pratica fino ad oggi, dell’art. 39 sui sindacati. In tutti questi casi, i parlamentari del momento subirono senza reagire le pressioni di chi in vario modo, inserito negli organi dello Stato, ostacola la possibilità di giudizio e di valutazione da parte dei cittadini.

La solidità della Costituzione fu comprovata dal reggere interpretazioni evolutive dei rapporti civili e, salvo ritocchi di dettaglio, è stata indiscussa fino verso metà degli anni ’80, quando si ricorse ad una bicamerale consultiva per aggiornarla. La proposta toccò alcuni articoli per rendere più fluida la rappresentanza politica e più snello il funzionare del Parlamento, però, pur avendo sulla carta appoggi ampi, non riuscì a decollare in aula. Il tema rimase tuttavia sotto la cenere e anzi, stante il mutato quadro politico tra il novembre ’89, e il marzo ’90, assunse una tipologia nuova nel messaggio alle Camere del Presidente Francesco Cossiga (DC) a fine giugno ’91. La riforma della Costituzione avrebbe dovuto passare attraverso l’elezione di una nuova Assemblea Costituente. Si chiedeva una profonda revisione della Costituzione, perché la fine del pericolo totalitario esigeva un altro modo di impostare le scelte pubbliche e dunque la necessità di redigere un nuovo patto sociale i cui mandanti fossero i cittadini.

Allora la proposta suscitò forti contrasti – e si ricorse ad altre due Bicamerali senza esito – e restò l’idea che cambiare la Costituzione non fosse una questione di ritocchi ma esigesse interventi di ampio raggio da imporre. Così, nel 2001 venne fatta una consistente riforma del Titolo V (tipologia territoriale e competenze di Stato e Regioni), votata a stretta maggioranza di centro sinistra negli ultimi giorni della legislatura e confermata pochi mesi dopo dal referendum, senza l’opposizione del centro destra nel frattempo vincitore delle elezioni. L’applicazione di quest’ultimo quindicennio dimostra che era tecnicamente inadeguata, corrispondeva a posizioni di bandiera e aveva scarsa attenzione alla necessità che le istituzioni funzionino in nome delle esigenze della cittadinanza.

Da allora è divenuto sempre più evidente che, dal volere una riforma ad ampio raggio, si era passati ad intendere la Costituzione non più come riferimento quadro delle relazioni di cittadini differenti in numerosi caratteri, bensì come manifesto della parte che la decide a furor di popolo. Perciò il dibattito politico ha inclinato a includere la riforma costituzionale nel proprio messaggio di partito più che a ritenerla cosa da discutere. Tanto che il centro destra approvò nel ‘05 una sua vasta riforma della Costituzione (stato federale e governo rafforzato), che passò in aula ma venne respinta nel referendum (giugno ‘06) dai cittadini che le addebitavano il plebiscitarismo e il concetto di politica ridotta a scontro di potere. L’idea della riforma costituzionale come proprio messaggio politico, parve superata nell’estate ‘13 con il governo di Enrico Letta (PD), quando le due camere approvarono in prima lettura una legge costituzionale per incaricare un Comitato Parlamentare di riformare la Costituzione. Ma il nuovo governo presieduto da Matteo Renzi (PD) tornò indietro e , tra il 2104 e il 2016, impose all’aula una proposta di riforma verbosa, che cambiava più di un terzo del testo vigente, manipolando il bicameralismo e sottraendo sovranità al cittadino, in seguito volutamente trasformando il successivo referendum in una scelta politica sulla persona del leader. Anche in questo caso, la proposta di modifica è stata bocciata dal NO di oltre 19,4 milioni di italiani (nel 2006 avevano votato No un po’ più di 15,7 milioni).

Dall’esame delle vicende storiche del testo della Costituzione, emerge che al passar del tempo è opportuno adeguare aspetti della Costituzione ma che il quadro generale della convivenza non può esser cambiato tanto per cambiare. Se non si vuol far danni, una Costituzione deve essere cambiata ragionando sul modo di accrescere la concreta capacità di rispondere ai bisogni di libertà e di partecipazione del cittadino. Di sicuro il cambiamento non si può fare a colpi di maggioranza (si è vista la fine dalle ultime due vaste proposte di riforma concepite per contentare solo una parte). Ma anche il cambiamento fatto per limitare il libero funzionare del Parlamento non risolve davvero il problema e lascia strascichi polemici di sostanza.

Un esempio è la riforma costituzionale dell’art. 81 fatta nel 2012 con oltre i 2/3 delle Camere e motivata con la richiesta UE del pareggio di bilancio. Solo che la UE richiedeva di metter ordine ai conti annuali, mentre una modifica di quel tipo, non solo ha nascosto il vero problema italiano (il debito pubblico accumulato al 133% del PIL) e non lo ha risolto (negli ultimi 5 anni ha continuato a crescere), ma è servita a mettere il paravento UE davanti alle responsabilità parlamentari di chi non ha applicato il vecchio art.81 per non scontentare le richieste demagogiche dei postulanti. Così, tre settimane fa, il Comitato per la Democrazia Costituzionale ha avviato in Cassazione la procedura di raccolta firme su una proposta di iniziativa popolare per far sì  che  il prossimo Parlamento cancelli l’art. 81 e ripristini il testo del 1947 (scritto da Einaudi).

Per un cambiamento della Costituzione che accresca la concreta capacità di rispondere ai bisogni di libertà e di partecipazione del cittadino, occorre una conoscenza approfondita di cosa significhi la Costituzione vigente. Che si rapporta con l’intento originario dei Costituenti di dare ai cittadini un testo fatto in base ai loro indirizzi e da loro compreso e vivibile. Lungo questa linea, è uscito un nuovo libro del prof. Saulle Panizza, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Pisa, dal titolo “Dizionario breve della Costituzione” (edizioni La Vela, Viareggio 2017), con l’idea di fondo, scrive l’autore introducendolo, di fornire uno strumento di conoscenza o di ripasso od anche un’occasione di riflessione sulla nostra Carta fondamentale. Il che è del resto coerente con l’impegno del Prof. Panizza, il quale nella primavera 2016 fu tra i 58 firmatari dell’appello nazionale dei costituzionalisti che dissero subito NO alla proposta del testo di riforma oggetto di referendum. Cosa significhi la Costituzione e del come riformarla e perché, è senza dubbio una questione di rilievo civile, oltre che intellettualmente stimolante. Perciò, il libro del Prof. Panizza sarà presentato lunedì 15 gennaio 2018 nella sala de Il Tirreno, con un dibattito organizzato dai Circoli livornesi G.E. Modigliani e L.Einaudi, alla presenza dell’autore, moderato dal Direttore del quotidiano Luigi Vicinanza.

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Voto utile (a Nicola Cariglia)

Caro Cariglia,

nel Tuo editoriale di oggi su Pensa Libero fai giustissime considerazioni sulla fola del voto utile, ma forse sei un po’ pessimista , o più esattamente troppo realista, nel dire che “che di elettori con un loro “partito del cuore” se ne vedano pochi in giro”. Nel senso che se molti partiti pensano di risolvere la questione correndo in auto a Renzi o a Berlusconi, è ovvio che siano pochi i laici a ritenerli il partito del cuore. Tuttavia, prima della presentazione delle liste c’è ancora tempo e non è ancora detto che si arrivi al voto del 2018 nella logica adoperata nei 24 anni precedenti. Quella maggioritaria che tecnicamente non esiste più.

A questo proposito ti allego un comunicato odierno (“Non tentate ancora di raggirare i cittadini”)  che esprime una posizione di questo genere.

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Non tentino ancora di raggirare i cittadini

Nel primo anniversario della vittoria della cultura liberale  al referendum sulla proposta oligarchica di riforma costituzionale, noi liberali , richiamandoci al forte lavoro di allora quali fondatori e animatori del Comitato NO AL PEGGIO, confermiamo che il nostro impegno politico continua ad esser concentrato sul far sì che lo scegliere le leggi e l’assumere le iniziative di governo, vengano determinati dalle decisioni del cittadino ed abbiano il fine di farlo esprimere  al massimo e di corrispondere alle sue esigenze.

Questa importanza riconosciuta al cittadino obbliga a dire che, con la nuova legge elettorale (165 / 2107) e con la poca differenza quantitativa tra i tre  gruppi politici più forti,  d’ora in poi la campagna elettorale non dovrà più svolgersi confrontandosi sulle coalizioni  e sugli schieramenti di partito bensì su quegli argomenti della crisi quotidiana, che nell’interesse dei cittadini andranno affrontati con urgenza nella prossima legislatura. Infatti la nuova legge elettorale non è maggioritaria, al contrario di quanto vorrebbe far credere  chi la ha voluta. Così la campagna elettorale condotta sulla contrapposizione di schieramento tra i tre principali attori (centro destra, M5S, PD)   è resa del tutto  improduttiva dal fatto certo che  la sera delle elezioni , anche al più votato dei tre,   mancheranno per forza non meno di una cinquantina di seggi alla maggioranza assoluta. Dunque gli accordi post voto saranno ineludibili  e perciò, per evitare che siano accordi di puro potere sopra la testa dei cittadini, è importante che   dalla campagna elettorale emergano  indicazioni precise circa le possibili convergenze; perciò la campagna va fatta sulle  identità e sulle proposte per il governo di ciascun soggetto politico, anche di contrapposto schieramento.

Non per caso nei giorni scorsi il Consiglio Nazionale PLI ha sottolineato la necessità che i sostenitori del metodo liberale secondo cui il cittadino è il  fulcro della politica,  quando si terranno le prossime elezioni alle idi di marzo, stiano tutti insieme con le loro diverse anime. Per farlo, promuovano anche alleanze tra chi intende confermare le ragioni profonde per irrobustire la democrazia rappresentativa , indichino i punti cardine per  curare la crisi italiana e selezionino candidati competenti. Il tutto senza concessioni ai giacobini o agli elitari. Su questa base possono esserci convergenze rigorose di identità differenti su un programma comune da rispettare. Adottando in larga parte la ricetta della libertà all’indomani dei risultati elettorali, l’Italia riacquisirà la  considerazione internazionale,  i cittadini vivranno meglio la propria vita e sarà evitato il pericolo del populismo provocato dalla paura della crisi attuale,  indotta dalla scarsa capacità di governare, che ha corroso la credibilità istituzionale.

La ricetta della libertà è riassumibile in 9 punti: 1) un intervento chirurgico per ridurre il debito, 2) far crescere l’Europa dei cittadini a passo a passo , 3) l’accoglienza ai migranti commisurata alle condizioni del territorio , 4) impegnare le istituzioni per garantire la dignità di ogni diverso cittadino con adeguate condizioni di vita oltre che negli uguali diritti legali, 5) allargare e potenziare lo sviluppo della coscienza critica del cittadino per conoscere sempre più e saper verificare la fondatezza delle notizie,   6)  controllare  a fondo  gli sprechi della macchina pubblica per ridurli al minimo,  7) non essere cedevoli verso chi, diffondendo tesi fondamentaliste, mina la tolleranza civile e la libertà di culto, 8) separare le carriere dei pm da quelle dei giudici, 9) mettere la cittadinanza attiva al centro dell’agire istituzionale e destinare il massimo delle risorse alla scuola e alla ricerca.

Stefano De Luca, Raffaello Morelli, Antonio Pileggi

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Il ruolo del merito nel conoscere

Nel convegno su Don Milani alla Scuola Normale, Francesco Gesualdi, uno dei suoi allievi, ha detto “che è pericolosa l’insistenza ricorrente sul valore del “merito”, che rischia di aumentare la forbice tra i cittadini, facendo avanzare quelli bravi lasciando sempre più indietro gli altri. Lo studio, e quindi la conoscenza, sono un diritto e come tale deve essere garantito a tutti, indipendentemente dal “merito” ”. E’ una concezione legittima. Però confonde due questioni centrali nel convivere – strettamente correlate – il conoscere e la funzione scolastica. E la confusione ostacola la crescita umana.

Il nostro mondo sta nel tempo che scorre. La conoscenza non è mai definitiva o statica. La conoscenza acquisita fino ad oggi è una cosa, lo sforzo di conoscere oggi (sia per approfondire la conoscenza già acquisita sia per acquisirne altra del tutto nuova) è un’altra cosa. E diverso è il rapporto tra disporre della conoscenza e merito.

In una liberaldemocrazia (no altrove) ogni cittadino può accedere alla conoscenza già acquisita, in campo vivente o no. Qui il merito fa parte storica della conoscenza. Ma c’è anche la conoscenza da acquisire. Questa dipende da una serie di fattori, tra i quali l’istruzione, le risorse disponibili e anzitutto la capacità e il merito dei ricercatori impegnati a realizzarla. La conoscenza da acquisire non è un diritto. Qui al merito va attribuito il rilievo dovuto. Non farlo non è violare il galateo, è ostacolare conoscenza e distacco dalla miseria.

Non si fa questo semplice ragionamento, perché non se ne accettano alcuni passaggi. Il primo è che non si accetta il concetto del tempo in moto, che relativizza anche la conoscenza. Un altro è la ritrosia a riconoscere che la conoscenza si fonda sullo sperimentare (non sulla certezza) e sulla metodologia dell’individuo e delle sue capacità (non sulla collettività). Un terzo è che allo studiare si da la vecchia funzione di trasmettere il sapere della comunità (e si presenta come un diritto) mentre si trascura l’ulteriore compito di indurre a conoscere ancora, cosa che da rilievo al merito di chi riesce a farlo e mette in discussione la comunità esistente.

Oltretutto, sostenere che lo studio è un diritto indipendente dal merito, spinge ad attribuire alla scuola pubblica solo il compito di trasmettere le cose note. Il che è molto negativo. Perché trasmettere al meglio la conoscenza acquisita, è uguale verso tutti. Ma già il compito di insegnare l’uso pratico di quanto imparato e l’affrontare i problemi che sorgono, va sì rivolto a tutti, però nella consapevolezza che ognuno ha una differente propensione operativa, cioè ha meriti specifici. Poi c’è il terzo compito della scuola: far maturare in ogni scolaro la capacità di riflettere sul mondo circostante con il senso critico individuale per valutare l’evolversi dei fatti e cercare di conoscere di più. Questa funzione riguarda tutti ma con dati vincoli. Intanto non tutti hanno doti uguali nello sviluppare appieno il senso critico e poi solo una parte di loro ha interesse a conoscere sempre di più e su un ampio ventaglio di argomenti. Qui il merito ha un ruolo centrale. Negarlo non aiuta chi è restato indietro né riduce la forbice delle diversità.

Quasi al termine del secondo decennio del XXI secolo, non si può non vedere l’arretratezza civile di escludere dallo studio la diversità e il merito, e dell’insistere a ridurre tutto al diritto ad un’uguaglianza livellata in basso. I diritti sono una conquista che spinge gli individui a crescere e non una condizione di conformismo immobile.

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Presentato il libro su Pietro Bastogi

Alla Sala Capraia della Camera di Commercio della Maremma e di Livorno si è tenuta la presentazione del libro del prof. Luciano Iacoponi su “Pietro Bastogi e l’Ottocento italiano, fiorentino, livornese” , organizzata dai due circoli di cultura GE Modigliani e Luigi Einaudi nel 160° anniversario della sua Presidenza della Camera di Commercio dell’epoca . Un libro consistente nell’aspetto e nel contenuto, che, fuori di dubbio – hanno detto tutti coloro che lo hanno presentato – costituirà un punto di svolta negli studi sulla storia non solo dell’interessato, ma di Livorno e della concezione del capitalismo con la sua propensione al cambiamento.

La presentazione del volume – edito con il contributo di due soggetti bancari , la Banca di Lucca e del Tirreno  e la Fondazione CR di Firenze – è stata coordinata dal Prof. Maurizio Vernassa, introdotta dal Presidente della Banca Mario Miccoli e dal componente del   CA Giuseppe Rogantini Picco, svolta dallo storico Alessandro Volpi, sindaco di Massa. E sono emersi con chiarezza due fatti innegabili descritti nel volume dati alla mano. Che il livornese Pietro Bastogi, di una famiglia ricca di commercianti e banchieri, molto attivo nella attivissima Livorno cosmopolita di allora, teneva robusti contatti internazionali, fu individuato da Cavour come la persona adatta per essere il primo Ministro delle Finanze dell’Italia Unita, ed, essendo uomo di pensiero e di azione, riuscì a compiere atti rimasti nella storia. Tipo unificare i debiti degli stati preunitari e poi dando vita al Gran Libro del Debito Nazionale , oppure indurre una cordata italiana a finanziare il grande ampliamento infrastrutturale delle ferrovie, avviando la costruzione di pressoché la totalità di quelle meridionali. Vale a dire una persona che aveva una visione lungimirante del ruolo del capitale. Il secondo fatto è che su Pietro Bastogi è calato l’oblio proprio nella sua Livorno, che si è limitata a dedicargli una strada di periferia ma che non ne parla mai, esaltando invece in vari modi il suo coevo e avversario politico Francesco Guerrazzi, nonostante che allora le preferenze elettorali andassero a Bastogi e che le opere sopravvissute confermino la netta maggior concretezza verso i cittadini del moderato liberale rispetto al democratico scrittore, ricco di suggestione e assai scarno di realizzazioni. Del resto non pare un caso che il libro sia stato stampato con il contributo di due soggetti finanziari non livornesi (nonostante che la famiglia Bastogi sia stata tra i fondatori nel 1836 della Cassa di Risparmi di Livorno).

Il prof. Volpi ha segnalato in particolare la ragione di fondo del perché il libro inquadra la figura di Pietro Bastogi da una parte nella concezione dinamica del capitalismo e in un’altra parte nel solco dei moderati liberali toscani di cui il massimo esponente era Cosimo Ridolfi, grande agricoltore che dette vita a svariate iniziative ancora in essere al giorno d’oggi. La ragione ha detto Volpi è che quelle persone e quel mondo intendevano il disporre delle risorse finanziarie come uno strumento destinato a sviluppare i cambiamenti indispensabili per irrobustire le occasioni del vivere insieme. Con prudenza determinata e realistica ma con un spirito nettamente progressista, ha detto il relatore.

Insomma un volume da leggere, che per ora non è in commercio ma di cui si può chiedere ai due circoli alle due mail  circolomodigliani@gmail.com     e circoloeinaudilivorno@gmail.com

 

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Intervento chirurgico sul debito

Il debito pubblico accumulato è enorme (sul 133% del PIL) e in crescita (45 miliardi nel ‘16, in 12 mesi +2%). Nonostante se ne parli poco e solo per lamentarsi del rigore UE, è il vero problema istituzionale all’origine del disagio socio economico. Una volta, quando l’Italia non era nell’euro e non c’era la globalizzazione pervasiva, situazioni così si curavano svalutando e facendo pagare tutti: sul subito avvertiva la stretta chi aveva meno, poi era beneficiato dalla ripresa innescata. Oggi, quelle due condizioni non ci sono più. L’enorme debito è un macigno sulla credibilità dell’Italia nei mercati (la rende vulnerabile) e produce un ammontare di interessi annui che ingoia le risorse per una politica di rilancio produttivo. Inoltre c’è la massa di contratti derivati fatti dai Governi in 20 anni per coprire i rischi sul debito (tassi e oscillazione valute), costati dal ’11 una trentina di miliardi e da domani altri 8 annui a lungo (tantissimo rispetto l’UE). Assurdo far finta di nulla.

Purtroppo, il clima è refrattario alla realtà. I cittadini sono considerati poveri sciocchi da rassicurare promettendo rapide svolte salvifiche ed elargendo prebende da 80€ (che spargono 9 miliardi su consumi non essenziali invece di usarli per spingere la crescita tagliando ¼ di contributi di lavoro). Eppure l’antica saggezza dice “il medico pietoso fa la piaga cancrenosa”. Di fatti l’UE lancia da mesi insistiti avvertimenti sul debito. Però, il Ministro dell’economia imperterrito prevede “un calo deciso del debito nel prossimo futuro, grazie alla più alta crescita del Pil nominale”.

A tal sogno – più fantasioso che ottimista – si contrappongono i fatti. Rispetto al ‘16, a settembre scorso il debito è già salito di circa 60 miliardi (dati Banca d’Italia) vale a dire più dell’aumento nel ‘16; quindi il debito è aumentato di un altro 2,67% e il rapporto debito/PIL resterebbe invariato solo se ci fosse un uguale aumento del PIL (se non un po’ superiore, per compensare l’inflazione indotta dall’aumento). Tuttavia, il governo misura l’aumento del PIL in più 1,8% e allora il calcolo indica un rapporto proiettato al 140% del PIL. Questo con tassi di interesse molto bassi negli ultimi tre anni per i massicci acquisti BCE di titoli pubblici. Acquisti che da gennaio scenderanno ancora (a 30 miliardi mensili), il che farà rialzare i tassi, dati anche i primi mesi di periodo elettorale. E dovendo pagare interessi maggiori, vi sarà una maggior spinta al debito (alimentata pure dagli oneri sui derivati).

Di fronte a questa realtà, in settimana tre diversi commissari UE (Katainen, Moscovici e Dombrovskis) hanno detto che l’Italia deve affrontare la questione del debito e che sono indispensabili sforzi maggiori nella legge di bilancio, che scavalca perfino la maggior flessibilità concessa. Non è stato rispettato l’accordo di ridurre il debito del 3% annuo per 20 anni (invece è cresciuto) e solo nel ‘18 il Governo prevede una riduzione del 1,8% . Poco, e non è detto ci riesca. Sempre in settimana l’ISTAT ha comunicato che nel ‘16 la produttività dovuta al progresso tecnico e alle migliorate conoscenza ed efficienza, è ancora diminuita (stavolta -0,4%). Inoltre nei due decenni prima, la crescita media annua della produttività del lavoro è stata dello 0,3%, molto inferiore alla media UE (1,6%). Nel complesso, un debito pubblico in crescita e una calante produttività strutturale – dovrebbe salire per spingere il PIL – sono preoccupanti.

Perciò urge mutare il tradizionale approccio del mentire ai cittadini (in Parlamento il Ministro dell’Economia non approfondisce il tema derivati che impone riservatezza). I cittadini non sono sciocchi. Sono in grado di capire che la politica non è fatta per rassicurare evocando rose e fiori. E’ fatta per risolvere i grandi problemi. Non deve più fissarsi sull’Europa, né per darle colpe non sue né per appellarsi a suoi interventi utili all’economia ma ancora da decidere (testi unici di diritto bancario, finanziario, fallimentare e penale). Intanto, dobbiamo essere noi a pensare all’Italia. Subito. E’ indispensabile rendere funzionanti i meccanismi istituzionali, riequilibrandone gli errori, gli sprechi, i privilegi alle clientele, le zone buie. Cominciando con lasciare la mentalità classista che vede tutto con gli occhiali delle lotte tra categorie (quelle sociali ma anche quelle anagrafiche) mentre il problema è far funzionare le istituzioni attraverso la libertà di esprimersi e di relazionarsi del cittadino. Se le istituzioni funzionano bene e senza privilegi, il resto lo farà l’iniziativa dei cittadini.

La montagna di debito pubblico è l’ostruzione più grave al funzionamento. Non si dissolve discettando sul di chi è stata la colpa e sulle classi di età ora favorite (derivano dalle pensioni due terzi, in crescita, del debito); un criterio sindacale che forse può redistribuire ma certo non creare nuove risorse e produrre rimedi praticabili convivendo tra diversi. Per dissolvere l’ostruzione, l’altezza della montagna va ridotta di circa un terzo, tagliando gli interessi e liberando larghe risorse per riavviare il ritmo produttivo. La strada sono sacrifici forti: delle istituzioni (partendo dalla cessione di parte consistente del patrimonio immobiliare, disboscando cavilli e lungaggini di burocrati restii) e di tutti i cittadini (con un contributo straordinario su beni mobili ed immobili, in modo che ogni cittadino dia risorse in misura diversa ma ugualmente parametrata sul valore dei suoi beni).

Questa strada sarà blindata. Il denaro raccolto con i sacrifici non rientrerà nell’amministrazione ordinaria dello Stato e costituirà un fondo gestito dal Presidente della Repubblica con cittadini da lui designati previa consultazione delle massime cariche del Parlamento e della Corte Costituzionale. Questo denaro servirà solo a pagare alla scadenza i titoli dello Stato. Così la cima della montagna si abbasserà assai (anche il rapporto debito/PIL), si irrobustirà la ripresa produttiva (altro calo del rapporto), l’Italia sarà credibile e potrà affrontare problemi chiave per la condizione dei cittadini: quali la lotta agli sprechi pubblici, la riduzione del carico impositivo con la completa riforma fiscale e un più efficace controllo sulla macchina dello Stato (vedi il rinegoziare il debito a prezzi esosi per allungarlo e abbellire il bilancio). Tagliando il debito, il cittadino vivrà meglio e più tranquillo.

 

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I liberali e le politiche ’18 (a Pileggi, De Luca e Morandi)

 

Cari amici,

Vi ringrazio per l’invito al Vostro Consiglio Nazionale ma parteciparvi non è  al momento indispensabile al fine di proseguire nello sforzo comune per l’operazione politica tesa ad eleggere al prossimo Parlamento qualche liberale dichiarato ed inconfondibile. Infatti considero ormai acquisita la nostra  piena convergenza sulla preliminare necessità che  alle prossime elezioni  sia presente una formazione liberale secondo le modalità che potranno maturare a breve e che avrà l’obiettivo essenziale appena indicato. Sul tema desidero comunque farVi alcune considerazioni che potrebbero riuscire utili nel Vostro dibattito, specie qualora Le facciate conoscere ai Consiglieri Nazionali.

La legge 165 dello scorso 12 novembre – di cui non tratto qui  le gravi storture  segnalate per tempo  e sempre più evidenti – non ha, contrariamente a quello che si dice ovunque, alcun altro premio di maggioranza oltre i collegi uninominali. Ed essendo attualmente tre le grosse aree politiche di peso elettorale equivalente, è chiaro che quella di maggior successo  otterrà al massimo  110 seggi su 231 (alla Camera, analogamente al Senato) e dunque un risultato che non potrà  modificare la  distribuzione proporzionale dei restanti 376 seggi. In altre parole non è possibile (salvo risultati clamorosi) che il voto origini in automatico una maggioranza assoluta di seggi e quindi diventeranno decisive le alleanze in Parlamento. Sottolineo altresì che ogni lista darà i propri voti alla sua coalizione nel caso abbia tra l’uno e il tre % mentre sopra il 3% parteciperà alla distribuzione proporzionale  dei seggi anche se non collegata.

Stando così le cose,  la prospettiva migliore per i liberali sarebbe costruire tutti insieme una loro lista concordata – a parte eventualmente con ancora altri –  con le non piccole forze di cattolici democratici che hanno i posizioni non incompatibili con quelle dei liberali (riferendoci alla situazione italiana). Una simile lista  supererebbe con certezza  il  3 %  , eleggerebbe da 12 deputati in su e  potrebbe esercitare le proprie scelte in Parlamento in assoluta visibilità, trasparenza e coerenza con i propri temi. Ciò darebbe ai liberali maggiori garanzie di non trovarsi invischiati in una grande intesa con l’attuale dirigenza PD, che da tempo segue progetti di tipo oligarchico sempre invisi ai liberali.

Faccio inoltre rilevare che la partecipazione di una lista di soli liberali alla coalizione di centro destra, avrebbe un’immagine dominata dalla triade FI, Lega, Fdi e quindi non solo attirerebbe meno suffragi rischiando di ottenere meno eletti ma in sostanza ridurrebbe la propria azione ad una trattativa per scambiare qualche collegio uninominale (2/3)  con il consentire alla coalizione l’utilizzo dei  voti tra l’uno e il tre % ottenuto  dai liberali (da soli e in coalizione penso impossibile andare oltre).   Il che porrebbe problemi per i liberali. Consentirebbe alla triade di cdx di gonfiare le penne ma non le farebbe ottenere un premio di maggioranza che non c’è. Di fatto sarebbe un aiuto  alla grande intesa con l’attuale dirigenza PD.

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