Su una dichiarazione a Il Tirreno (ad Emanuele Rossi ed Antonio Floridia)

sabato 3 marzo 2018, da Raffaello Morelli ad Emanuele Rossi ed Antonio Floridia

La ringrazio per la risposta alla mia mail e per le considerazioni sul mio articolo.

Le mie preoccupazioni circa il possibile fraintendimento sono chiarite con il Suo articolo pubblicato stamani a pagina 6 de Il Tirreno.

Dato il rilevo della materia, Le faccio peraltro queste ulteriori precisazioni sull’aspetto politico di quanto ho scritto. Parto dal dire che se l’aspetto politico ha un valore (uno strumento per aumentare il peso del cittadino rispetto a quello di cui dispone con te liste senza preferenza), questo valore rimane anche se non sarà molto utilizzato in una campagna in cui la questione è stata tenuta nascosta. In ogni caso , mettere in evidenza tale aspetto ha un particolare rilievo proprio per il fatto che il principale tema su cui si dovrà impegnarsi la prossima legislatura , sarà probabilmente quello di una nuova legge elettorale imperniata sulle scelte del cittadino, senza prefiggersi di aggirarlo (questa era l’intenzione reale della 165 / 2017 imposta dai gemelli imbonitori).

Mettendo in evidenza l’aspetto cittadino, le considerazioni da Lei svolte circa il maggior peso del voto al simbolo, finiscono per non affrontare la questione del come il cittadino, nel votare, possa oggi dare un indirizzo legato alla persona del candidato uninominale ed ai suoi impegni tematici, restando con ciò più aderente alla logica costituzionale del divieto di vincolo di mandato (che il votare il simbolo non esclude ma lascia molto più confusa e incerta). Tale indirizzo sarà rilevante nelle nuove Camere. Ad esempio si tratterà di evitare le tentazioni (che ci saranno) di reintrodurre la logica del maggioritario ridotta a politica bipolare. Il maggioritario rispettoso del cittadino, può essere solo o del tipo collegio all’inglese oppure del tipo di collegio alla francese: e in questo secondo caso non può venire contraddetta (reintroducendo elementi di cesarismo) dal limitare l’accesso al secondo turno alle sole due liste prime arrivate piuttosto che ad una soglia minima di voti ottenuti.

Tutto ciò, ovviamente, nella convinzione che i sistemi elettorali non esauriscono affatto problemi della convivenza civile, ma che, senza avere un sistema elettorale funzionante in modo coerente per mettere in mano ai cittadini le scelte di fondo basate sui fatti, riemergeranno le pulsioni elitarie ed oligarchiche di potere, che l’esperienza storica ha provato non in essere in grado di funzionare al meglio e in tempi abbastanza rapidi per governare la convivenza.

La ringrazio per l’attenzione e Le invio cordiali saluti

Raffaello Morelli

venerdì 2 maro 2018, da Emanuele Rossi ed Antonio Floridia a Raffaello Morelli
Chiedo scusa se rispondo soltanto ora. Ho letto anche il suo intervento sul Tirreno.
La frase che lei indica potrebbe in effetti a prestarsi a fraintesi (è evidente che anche il voto al salo candidato nell’uninominale è “senza rischi”), ma si può comprenderne il senso.
Non mi convince la sua opinione, che peraltro rispetto, che il voto al candidato abbia un significato maggiore rispetto al voto alla lista (come motiva nel suo articolo): comprendo che dal punto di vista politico possa darsi questa lettura, ma dubito che ciò avverrà.
Il collegamento candidato-lista è tale che il voto al candidato “conta meno”, perché serve solo ad eleggere il candidato nel collegio uninominale, mentre è irrilevante per il collegio plurinominale. Mentre il voto alla lista “conta doppio”. Ragione per cui continuo a ritenere più efficace il voto alla lista (o ad entrambi, che è la stessa cosa).
Tutto ciò, come è evidente, per i candidati collegati a più liste, perché dove sia collegato ad una sola non cambia nulla.
La ringrazio per l’attenzione, cordiali saluti
Emanuele Rossi

domenica 25 febbraio 2018, da Raffaello Morelli ad Antonio Floridia ed Emanuele Rossi

Cari Professori,

stamani ho letto con una certa perplessità quanto avete dichiarato al Tirreno : “Se c’è un voto senza rischi, è quello dato unicamente al simbolo”. Mi sembra evidente che dal punto di vista tecnico ciò non è per niente vero, poiché è del tutto senza rischi anche il voto dato al candidato all’uninominale e basta. Inoltre sono senza rischi anche le altre forme di voto indicate dal Ministero.

Siccome si tratta di una questione dagli aspetti politici non banali, mi augurerei che ampliaste il Vostro testo (penso che il Tirreno vi darebbe senz’altro spazio). E chiariste che il rischio cui Vi riferite non è quello della modalità tecnica di esprimere il voto, bensì quello dell’elettore che abbia l’intenzione di fare una determinata scelta partitica, scelta che verrebbe resa meno netta qualora, applicando la novità della legge 165/2017, egli votasse solo il candidato all’uninominale (salvo il caso figuri appoggiato da una sola lista, caso in cui il rischio non sussiste).

Mi pare chiaro che, in mancanza di un simile chiarimento, la Vostra affermazione odierna assumerebbe il carattere di un invito per dare la preferenza ad un solo simbolo, il che non è previsto nella legge e che dunque sarebbe in contrasto con le Vostre comprovate professionalità.

Cordiali saluti

Raffaello Morelli

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Si può votare anche senza scegliere un simbolo ( a vari giornalisti de Il Tirreno)

mercoledì 28 febbraio 2018, da Raffaello Morelli e Mario Neri, Francesco Brancoi ed Alessandro Guarducci

Gentile Signor Nari,

Lei continua ad usare il sistema di eludere le questioni, del quale pare essere un virtuoso.

Le pare che il Suo articolo di domenica 25 non sollevi il rischio del votare solo nell’uninominale quando scrive “Se c’è un voto senza rischi, è quello dato unicamente al simbolo” e lo riprende nel catenaccio? Non scherziamo. Lei può essere convinto di ciò che la legge esclude, ma non può fingere di non esserlo.

Saluti
Raffaello Morelli

mercoledì 28 feb 2018,da Mario Neri a Raffaello Morelli

Gentile Morelli, da nessuna parte nell’articolo si parla di un rischio nel votare solo l’uninominale, proprio in nessuna. Lo rileggo.
Quanto a “menar il can per l’aia”, credo di trovarmi di fronte a un inarrivabile campione della disciplina. Inarrivabile
Saluti

mercoledì 28 febbraio 2018, da Raffaello Morelli a Mario Neri,a Francesco Brancoli e ad Alessandro Guarducci

Gentile Signor Neri,

la Sua risposta mena, come si dice, il can per l’aia. Io mi sono occupato solo dell’uninominale perché era il passaggio inesatto macroscopico dell’articolo da Lei firmato e che io ho letto essendo fra l’altro molto interessato alla materia e il promotore, a nome dei Circoli Einaudi e Modigliani, del forum svoltosi al Tirreno, nel quale sono pure intervenuto sullo stesso argomento (senza che Rossi obiettasse e senza la contrarietà di Floridia) .

Lei prova a spostare la questione sull’impostazione generale dell’articolo e cita altri servizi de Il Tirreno che non c’entrano. Io non ho fatto riferimento a questi altri aspetti, proprio perché la questione sta solo nella presenza di quella dichiarazione in termini assai ambigui (si riferisce al rischio nel votare solo all’uninominale o al rischio, facendolo , di non individuare con esattezza un simbolo preferito?). E siccome la forma del voto solo all’uninominale è prevista nella 165/2017 e nelle istruzioni ministeriali, è perfino surreale che Lei ne metta in dubbio la validità. Quanto aii dubbi costituzionali sul poter votare solo all’uninominale da Lei attribuiti ai due professori, mi permetta di dubitarne, dal momento che oltretutto non è stabilito dalla Costituzione l’obbligo del voto scegliendo un simbolo e per di più l’art. 67 sancisce il divieto di mandato e dunque il fulcro è l’eletto e non il gruppo parlamentare.

Resta dunque il fatto che sembra essere Lei dubbioso della portata innovativa (naturalmente solo sul punto) della 165/2017 e ciò può naturalmente scriverlo , ma non ammiccarci senza scriverlo e sollevando preoccupazioni per un rischio inesistente. Se a differenza de La Stampa e di altri, il Tirreno non intendesse effettuare la precisazione sulla piena legittimità e sicurezza del voto al solo uninominale, vorrà dire che non vuole svolgere la sua funzione informativa.

Con i migliori saluti

Raffaello Morelli

mercoledì 28 feb 2018, da Mario Neri a Raffaello Morelli:

Gentile signor Morelli,
è riuscito a scrivere quasi più di quanto sia riuscito a fare io ma occupandosi solo dell’uninominale. Ma lei l’articolo lo ha letto? Il dubbio sorge proprio perché entrambe le forme di espressione del voto valido che lei cita, e anche altre, sono contemplate dal servizio, peraltro corredato da una pagina intera (intera!) che riporta gli esempi più importanti di voto valido (dunque senza rischi) e voto nullo.
Inoltre, come saprà, non pochi studiosi, fra cui il prof. Rossi, nutrono perplessità sulla legittimità costituzionale del Rosatellum anche per la modalità di attribuzione del voto prevista per i casi in cui sia barrato solo l’uninominale. Dunque, per questo può essere considerato un voto a rischio. Non solo. Se ha partecipato al forum organizzato al Tirreno, ricorderà che Rossi e Floridia suggerirono il voto dato unicamente al simbolo come voto “sicuro” perché tradizionale, tipico della storia repubblicana, dunque quello grazie al quale l’elettore rischierà meno di incorrere in errore.
Ah, se dovesse esserle utile la pagina-tabellone con tutti gli esempi è rintracciabile sul nostro sito, prima e dopo il 4 marzo

http://m.iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2018/02/26/news/elezioni-occhio-agli-errori-guida-alle-regole-per-le-urne-video-1.16525651

mercoledì 28 febbraio 2018, a Francesco Brancoli, Alessandro Guarducci, Mario Neri

Care Lettere,

nell’articolo a firma Mario Neri pubblicato sul Tirreno del 25 febbraio, a pag.6, come Guida alle elezioni, dal titolo “candidato o simbolo?”, si riporta la seguente dichiarazione (ripresa anche nel catenaccio) attribuita ai prof. Emanuele Rossi, costituzionalista, e Antonio Floridia, responsabile Osservatorio elettorale della Regione Toscana : “Se c’è un voto senza rischi, è quello dato unicamente al simbolo”.

Ciò non è affatto vero, come indicano la legge 615/ 2017 e le istruzioni del Ministero. Infatti è del tutto senza rischi anche il voto dato al candidato all’uninominale e basta. Inoltre sono senza rischi anche le altre forme di voto indicate dal Ministero. Lo conferma pure quanto ha pubblicato lunedì sul Suo sito il quotidiano vostro cugino La Stampa e cioè “ Il voto espresso tracciato un segno sul nome del candidato uninominale collegato a più liste in coalizione viene ripartito tra le liste in proporzione ai loro voti ottenuti ne collegio. Così di fatto si rinuncia a scegliere una lista all’interno di una coalizione. Nel caso di un candidato collegato ad un’unica lista, il voto finisce interamente a quel partito”.

Si tratta di una questione con riflessi importanti sull’informazione ai lettori n merito alla modalità di esprimersi. Prima del 4 marzo, andrebbe perciò chiarito dal Tirreno che il concetto di voto senza rischio non è riferito alla modalità tecnica di esprimere il voto, bensì solo all’elettore che intenda fare una determinata scelta partitica, scelta che verrebbe resa meno netta qualora, applicando il nuovo sistema della legge 165/2017, egli votasse solo il candidato all’uninominale (salvo il caso figuri appoggiato da una sola lista, caso in cui il rischio non sussiste).

In mancanza di un simile chiarimento, la tesi che per evitare rischi bisogna dare il voto solo ad un simbolo, assumerebbe il carattere di un invito che non è previsto nella legge. Il che sarebbe in contrasto con le comprovate professionalità dei due professori e con il Vostro ruolo di dare notizie rispondenti al vero.

Con i migliori saluti

Raffaello Morelli

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Votare solo all’uninominale (versione ridotta)

Il dibattito elettorale verte sullo scontro di promesse tra liste coalizzate o no, e magari sui giudizi circa la legge usata (165/2017). Non ci si chiede quale meccanismo abbia il cittadino per manifestare nel voto la sua distanza dalle proposte in gara nonché la sua volontà di scegliere lui stesso direttamente il rappresentante parlamentare. Invece è il tema di maggior rilievo civile.
Per due motivi. Uno è che la 165/2017, novità dal ‘48, non lega il voto allo scegliere un simbolo: nella parte uninominale della scheda, sia al Senato che alla Camera, spicca il nome del candidato e non c’è un simbolo di riferimento. Tant’è che il candidato accetta la candidatura senza far cenno alla lista per cui si candida e dunque non assume nessun obbligo verso nessuno. Il secondo motivo è che nell’uninominale il seggio di quel collegio viene assegnato direttamente dai voti ricevuti.
I due motivi congiunti fan sì che all’uninominale il votare un candidato può derivare – nel caso l’elettore lo voglia – dalle caratteristiche dei candidati, dalla credibilità acquisita e dal loro appoggio in Parlamento ai temi preferiti dall’elettore. Non è prevista l’appartenenza ad un simbolo partitico né ad un gruppo parlamentare. Ciò si allinea all’art. 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”), che è il cuore del sistema rappresentativo, poiché si affida alle valutazioni critiche di ciascuno degli eletti e non agli ordini di corpi intermedi. Pertanto, l’esercitare il voto solo all’uninominale e non direttamente al plurinominale (specie se quel candidato non vi figura), è il comportamento più efficace dei cittadini per rimarcare la sovranità nel votare e auspicare leggi per renderla più praticabile.
Al riguardo si fanno due obiezioni. Che il voto nell’uninominale viene attribuito ai simboli a sostegno del candidato e che , quando ciò riguarda più liste, è favorita la lista più grossa cui spetta la quota più alta. Ambedue le obiezioni non toccano le ragioni per votare solo all’uninominale. La prima perché il meccanismo di legge non muta il fatto che il non votare un simbolo significa liberarsi per quanto possibile dalle promesse teoriche dei vari simboli. Votare solo il candidato preferito all’uninominale (più dell’annullare la scheda o votare bianco) mette al centro la libera sovranità del cittadino. Oltretutto, è indelebile l’aver votato solo all’uninominale. E dunque si avvia un percorso che da più peso ai cittadini. La seconda obiezione verte sulla preoccupazione, più che sul voto circoscritto, di sminuire la centralità dei simboli lista (come se la democrazia richiedesse corsie prefissate). Garantiscono il miglior esprimersi del cittadino, non i partitini satelliti bensì i confronti su idee e progetti di governo spinti da leggi pensate non per distribuire il potere ma per favorire la scelta degli indirizzi da attuare e da verificare. Cosa che la 165/2017 non fa e di cui il votare solo all’uninominale avvia la pratica.

Prepararsi al dopo 4 marzo, significa far crescere il peso del cittadino nelle decisioni. A cominciare da una nuova legge elettorale che, liberata dalle manipolazioni, renda praticabile un rapido ritorno al giudizio delle urne.

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Votare solo all’uninominale

Il dibattito elettorale verte sullo scontro di promesse tra liste coalizzate o no, e magari sui giudizi circa la legge usata (165/2017). Non ci si chiede quale meccanismo abbia il cittadino per manifestare nel voto la sua distanza dalle proposte in gara nonché la sua volontà di scegliere lui stesso direttamente il rappresentante parlamentare. Invece è il tema di maggior rilievo civile.

Per due motivi. Uno è che la 165/2017, novità dal ‘48, non lega il voto allo scegliere un simbolo: nella parte uninominale della scheda, sia al Senato che alla Camera, spicca il nome del candidato e non c’è un simbolo di riferimento. Tant’è che il candidato accetta la candidatura senza far cenno alla lista per cui si candida e dunque non assume nessun obbligo verso nessuno. Il secondo motivo è che nell’uninominale il seggio di quel collegio viene assegnato direttamente dai voti ricevuti.

I due motivi congiunti fan sì che all’uninominale il votare un candidato può derivare – nel caso l’elettore lo voglia – dalle caratteristiche dei candidati, dalla credibilità acquisita e dal potenziale appoggio in Parlamento ai temi preferiti dall’elettore. Non è prevista l’appartenenza ad un simbolo partitico né ad un gruppo parlamentare. Ciò si allinea all’art. 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”), che è il cuore del sistema rappresentativo, poiché si affida alle valutazioni critiche di ciascuno degli eletti e non agli ordini di corpi intermedi. Pertanto, l’esercitare il voto solo all’uninominale e non direttamente al plurinominale (specie se quel candidato non vi figura), è il comportamento più efficace dei cittadini per rimarcare la sovranità nel votare e auspicare leggi per renderla più praticabile.

Al riguardo si fanno due obiezioni. Che il voto nell’uninominale viene attribuito ai simboli a sostegno del candidato e che , quando ciò riguarda più liste, è favorita la lista più grossa cui spetta la quota più alta. Ambedue le obiezioni non toccano le ragioni per votare solo all’uninominale. La prima perché il meccanismo di legge non muta il fatto che il non votare un simbolo significa liberarsi per quanto possibile dalle promesse teoriche dei vari simboli. Votare solo il candidato preferito all’uninominale (molto più dell’annullare la scheda o votare bianco) mette al centro la libera sovranità del cittadino. Oltretutto, è indelebile l’aver votato solo all’uninominale. E dunque si avvia un percorso che da più peso ai cittadini. La seconda obiezione verte sulla preoccupazione, più che sul voto circoscritto, di sminuire la centralità dei simboli lista (come se la democrazia richiedesse corsie prefissate). Garantiscono il miglior esprimersi del cittadino, non i partitini satelliti bensì i confronti su idee e progetti di governo spinti da leggi pensate non per distribuire il potere ma per favorire la scelta degli indirizzi da attuare e da verificare. Cosa che la 165/2017 non fa e di cui il votare solo all’uninominale avvia la pratica.

In realtà, la ragione profonda del fare obiezioni al votare il 4 marzo solo all’uninominale, non sta negli aspetti tecnici ma tocca proprio la finalità del consentire al cittadino di esprimere meglio la propria sovranità. Al fondo le obiezioni derivano dal ritenere che una legge elettorale abbia un fine puramente meccanico. Da un lato le offerte politiche delle liste simbolo, dall’altro i cittadini considerati unità tutte uguali e non individui tutti diversi; la legge stabilisce come contare i voti dei cittadini per scegliere tra le offerte. Per questo gli obiettori sono spesso politologi e capi partito alla ricerca nel mondo di modelli di legge che funzionino bene a prescindere dalle caratteristiche delle società cui sono applicati. Il che è già una pretesa distorta, perché trascura un aspetto decisivo del rappresentare, la diversità delle effettive condizioni socio culturali maturate della vita di relazione. Un altro aspetto importante del rappresentare è trascurato dalla 165/2017, che, conteggiando in modo meccanico i voti sui simboli, comprime quasi del tutto la scelta diretta dei parlamentari in base alle specifiche caratteristiche individuali e di comportamento politico (in pratica i parlamentari devono avere il placet del simbolo). Infatti nei plurinominali (2/3 del Parlamento) le liste sono rigide secondo l’ordine stabilito dal partito e negli uninominali si spinge perché il voto sia dato ad un candidato sulla base esclusiva dei simboli che lo hanno presentato. In conclusione, quello che disturba nel votare solo all’uninominale è che indica al cittadino come sfruttare la limitata possibilità insita nella 165/2017 di esprimere la propria sovranità scegliendo in base alle caratteristiche dei candidati e non in base ai simboli. In altre parole la possibilità di potenziare l’art. 67 della Costituzione.

In fin dei conti , la scelta del votare solo all’uninominale è un episodio della continua battaglia tra concepire la convivenza come fondata su cittadini diversi (che ne fissano le regole e ne giudicano le applicazioni) oppure come qualcosa modellato dall’oligarchia dei detentori del potere a vario titolo (censo, ideologia, religione, classe, casta militare) relegando i cittadini a sudditi indistinti. Già questo basterebbe per volere un impegno liberale, cioè ben distinto dai conservatori (che del cambiamento propongono un’idea asfittica ed elitaria) e dai socialisti (che sono presi emozionalmente dal dover essere collettivo). In più , la politica non finisce con il 4 marzo. E per i liberali prepararsi al dopo, significa far crescere il peso del cittadino nelle decisioni. A cominciare da una nuova legge elettorale che, liberata dalle manipolazioni, renda praticabile un rapido ritorno al giudizio delle urne.

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VOTARE SOLO ALL’UNINOMINALE

Alle politiche del 4 marzo, nessuna lista si fonda su un progetto di società libera. Vuoi perché nessuna ha impostato la campagna su un progetto invece che sulle promesse, vuoi perché puntano a vincere il potere, non a migliorare la libera convivenza fra cittadini diversi. Constatare questo, non può indurre nel cittadino liberale la rinuncia ad esprimersi. Resta essenziale inserire dentro l’urna una scheda (per rifarlo un domani) e, prima di inserirla, non annullarla né evitare di compilarla (per non consegnarsi interamente agli altri). Non ritenerlo essenziale e abbandonarsi a gesti di presa di distanza, può essere un reagire istintivo ma parecchio sbagliato civilmente. I cittadini sono tanti e il voto è un diritto irrinunciabile di ciascuno. Ma la sua indispensabilità nel contribuire a decidere non lo trasforma nel diritto a votare solo se è probabile la scelta delle proprie preferenze.

Mancando liste progettuali, i cittadini hanno una sola via per manifestare il proprio avviso. Utilizzare un aspetto del come la legge elettorale 165/ 2017 configura i collegi uninominali. Sulla scheda il riquadro degli uninominali mostra il nome del candidato ma non espone alcun simbolo (i simboli li hanno solo le singole liste nei rettangoli proporzionali sottostanti quello uninominale). Perciò il voto ad un candidato uninominale non è direttamente attribuito ad un simbolo: di certo in tutti i casi in cui il candidato è sostenuto da più simboli di lista, ma, anche nel caso di un’unica lista di sostegno, resta separato il meccanismo di attribuzione al simbolo. Di fatti, i candidati si possono presentare in un unico collegio uninominale (nei plurinominali fino a cinque purché con lo stesso simbolo). E soprattutto il voto al candidato uninominale è espresso facendo un segno nel rettangolo a lui riservato senza obbligo di voto in altri rettangoli. Alla fine, in ogni collegio uninominale (un territorio più vicino all’elettore) viene eletto il candidato più votato, mentre la distribuzione dei seggi nei plurinominali è proporzionale su liste rigide con un meccanismo molto complesso, che parte dal livello nazionale e prevede vari filtri. Dunque l’elettore potrà scegliere davvero chi eleggere tra i candidati uninominali solo in base al giudizio su quel candidato, senza votare direttamente un simbolo.

Votare nell’urna solo all’uninominale comporta due conseguenze. Primo. Dato che, per tecnicalità nello scrutinio, diverranno pubblici i numeri dei voti riportati dal solo candidato, si avrà la misura dei pesi della persona e delle liste (con indicazioni di rilievo quando il sostegno è di più liste, ma significative pure se lo da una lista soltanto), quindi emerge la distanza dei cittadini. Secondo. L’elettore potrà scegliere valutando assai meglio i vari candidati in gara, non soltanto per le caratteristiche personali ma anche per l’inclinazione ai programmi operativi da appoggiare in Parlamento.

La seconda conseguenza ha almeno due altri effetti. Uno, valutare personalità e programmi di un candidato fa crescere la possibilità di realizzare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (il che, stando ai sondaggi, riguarda solo il centrodestra e tocca poco i liberali). Di fatti, per i sondaggi è estremamente improbabile che i voti alle liste e basta siano sufficienti a vincere quasi il 70% dei collegi uninominali (necessario per scalare la maggioranza dei seggi) partendo dal 37 / 39% della coalizione distribuito in modo disomogeneo (il che è decisivo, dato che il primo partito da solo, il M5S, è non troppo indietro). Due – interessa tutti – permette di valutare chi sia il candidato più adatto a perseguire in Parlamento le prime quattro priorità dei liberali per restituire sicurezza.

La prima è una legge elettorale che dia la piena sovranità al cittadino. Seguono, tagliare il debito pubblico accumulato (€ 2,256 miliardi), enorme e in aumento (33% dal ’08 al ’16, nel ’17 più 1,65% ovvero 0,42% oltre inflazione) con contributi proporzionali onde rilanciare l’economia, ristrutturare l’ordinamento giudiziario, riorganizzare la burocrazia, che mette in cattiva luce le istituzioni e frena la libera iniziativa. La modifica della legge elettorale è la cosa decisiva, perché spetta ai cittadini sovrani affrontare le priorità del convivere. Averne una nuova sarà indispensabile per tornare alle urne presto, soprattutto qualora si verifichi quello che oggi è altamente probabile, cioè che il 4 marzo non dia subito un 50%+1 di seggi in parlamento. Situazione che richiederà convergenze mirate tra i parlamentari più attenti ai bisogni del paese.

Nel votare solo all’uninominale, i liberali scelgono chi è credibile quanto a comportamenti politici e chi vuole regole non manipolatrici del voto dei cittadini nell’assegnare i seggi. Una assegnazione che nel proporzionale è ora molto complicata (esistono dubbi di incostituzionalità), tanto da far dire agli esperti che la composizione delle Camere può andar oltre 36 ore dalla chiusura seggi (esempio, se una stessa persona è eletta in più collegi, è più lungo stabilire collegio di nomina, siccome è quello “meno” votato, all’opposto della logica democratica). Che sia essenziale il peso del cittadino, lo fa capire pure la dichiarazione di Berlusconi a metà settimana, “si può tornare alle urne anche senza cambiare la legge elettorale”. Perché l’obiettivo della 165 /2017 è dare privilegi a Renzi e a lui che l’hanno imposta. Avutili non vorrebbero rinunciarci.

Insomma, il cittadino ha dei sentieri per uscire da un clima asfissiante. Inizi con l’individuare chi cercherà in Parlamento le convergenze per rifare almeno la legge elettorale imperniandola sul cittadino sovrano.

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I gemelli imbonitori

La campagna elettorale dei due gemelli del Nazareno ha una novità apparente che in sostanza è una conferma. Il gemello concepito prima, Berlusconi, ripetuto che il centrodestra vincerà da solo (nonostante i tanti voti mancanti nei sondaggi) , con noncuranza aggiunge che qualora non vincesse non ci sarebbero larghe intese ma il ritorno alle urne. 24 ore e il gemello più giovane, Renzi, si allinea col dire che il PD vincerà da solo (nonostante i tantissimi voti mancanti nei sondaggi, al PD più che al centrosinistra) e che qualora non vincesse non ci sarebbero larghe intese ma il ritorno alle urne. Il ritornello è questo da giorni.

Pare cambiare tutto ma non cambia nulla. La verità traspare poiché i due gemelli omettono prima ogni riferimento al Presidente Mattarella (titolare del dopo elezioni per Costituzione) e poi omettono ogni cenno al fatto che il 4 marzo lo stallo dipenderà dalla legge elettorale asfissiante per il cittadino e che quindi è indispensabile cambiarla, per tornare alle urne. Le due omissioni congiunte provano che i gemelli hanno imboccato la nuova linea al fine di non mutare impostazione nella sostanza. La sostanza – madre dell’attuale legge elettorale – è che desiderano un nuovo governo tra PD e Forza Italia (l’edizione aggiornata del Nazareno). E siccome è alta la probabilità che, contrariamente alle attese di quando fecero la legge, il 4 marzo sera non ci sarà una maggioranza di seggi PD Forza Italia, i gemelli scelgono l’immediato ritorno alle urne per preservare nella legge elettorale ciò che a loro preme: il mantenimento del ¾ dei collegi fatto da plurinominali con liste rigide (in più i candidati agli uninominali scelti dal capo) che garantisce il pieno controllo degli eletti all’oligarca e al padrone. Simili arabeschi tattici, seppur conditi da promesse fantasmagoriche, hanno però scarsa attrattiva presso l’opinione pubblica. Da anni stesse ricette, stessi cuochi e risultati pessimi.
Dalle elezioni 2001 ad oggi, Forza Italia e centrodestra hanno governato la metà del tempo. Evidente l’enorme divario tra le promesse elettorali e gli atti concreti della loro ampia maggioranza. Basti pensare alle dimissioni di Berlusconi senza sfiducia in Parlamento. Per cui credibilità zero quali costruttori. Per di più Forza Italia e Lega continuano a contrapporsi su punti programmatici chiave, mostrando gravi difficoltà nelle scelte di governo. La Lega ha pure tentato di mascherarsi dando candidature traballanti a tre ex parlamentari d’epoca che si dicono liberali ma che non lo sono, se stanno nelle liste della Lega. Nel complesso, il centrodestra fa promesse e manca di progetto credibile.
Quanto al PD e satelliti, ripetono l’assunto che i loro governi (sette anni dal 2006, di cui cinque ininterrotti dal ‘13) hanno salvato l’Italia ed ora le cose vanno bene. Peccato che, a parte il palpabile disagio sociale, la flebile ripresa (1,5% nel ‘17) resti il fanalino di coda nella crescita, sia nell’Eurozona (2,3%) che nell’Ue (2,5%) salvo l’Inghilterra della Brexit. Tanto che ogni settimana la UE richiama l’Italia alla urgente necessità di ridurre l’enorme debito accumulato e di realizzare le riforme. Eppure Padoan parla come se da quattro anni non avesse guidato il Ministero dell’Economia e non avesse fatto crescere il debito. In più, insieme al collega Calenda, fa pasticci quotidiani. Il fondo americano Global Infrastructure Partners, per acquistare il 100% della società ferroviaria Italo-NTV, ha offerto 1.980 miliardi di euro oltre l’accollo dei debiti per 470 miliardi (più della valutazione commissionata dalla stessa Italo-Ntv). Mercoledì 7 febbraio, i due ministri hanno invitato gli azionisti a non accettare tale offerta ed a preferire la quotazione in Borsa del 40%. Iniziativa incredibile trattandosi di impresa privata, tra l’altro unica concorrente del Gruppo Ferrovie dello Stato (senza toccare infrastrutture strategiche dato che Italo è solo una società di trasporto). Quindi è evidente che, per contrastare il disturbo dell’offerta americana – nel frattempo accettata da Italo-Ntv unanime rinunciando alla quotazione in Borsa – i due Ministri pensavano di agevolare in altro modo i proprietari di Italo ed ostacolare l’utilizzo della logica di concorrenza, magnificato nei discorsi.
Sono dappertutto le storture che minano la credibilità dei gemelli. Versante Renzi. Sui migranti il Viminale nega l’invasione. Ma l’annosa accoglienza affaristica è stata arginata da poco dal nuovo Ministro Minniti (per questo inviso ai colleghi) e prima dai Comuni che per il 60% non hanno strutture di accoglienza e praticano il rifiuto. Di quelli che accolgono, solo i 2/3 raggiungono la quota 2,5 immigrati per mille abitanti fissata dal Governo. L’altro gemello scopre ora la bomba sociale migranti e Salvini fa regredire il confronto separatista stato religioni ipotizzando che il Corano è incompatibile con la Costituzione. Altra questione. Invece dell’innovare, si enfatizza come toccasana economico la lotta all’evasione. E si trascura che, a parte la quota fisiologica presente ovunque in ogni epoca, nel caso italiano non si possono dimenticare né le aliquote fiscali troppo alte e su troppi cespiti che incentivano la convenienza ad evadere, né il nesso purtroppo esistente tra aumento delle entrate e destinazione a spese di consenso elettorale.
Per tutti questi motivi, la credibilità dei gemelli latita e il dibattito elettorale da imbonitori non affronta i temi reali. Una manna per il nuovo populismo, non appesantito dall’aver governato. C’è chi per esorcizzarlo proclama che la politica deve rendere l’Italia affidabile e credibile. Obiettivo giusto, ma come arrivarci spetta ai cittadini, non ai soloni del conformismo. Perciò siamo realisti e ora spingiamo il dibattito a tirar fuori le convergenze che dopo il 4 marzo rendano possibile un cambio della legge elettorale per consentire il ritorno alle urne imperniato sui cittadini.

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Il diritto alla DAT dei livornesi

Secondo la delibera della Giunta Comunale n.35 del 29 gennaio scorso, la legge 219/2017 (quella sul consenso e sulle DAT, dichiarazioni anticipate   per il trattamento sanitario) comporta la sospensione  a tempo indeterminato dell’analogo registro attivato a Livorno dal gennaio 2011 “poiché non più rispondente alle disposizioni normative approvate ora”. 

Quel registro  istituito in Comune, i Liberali Livornesi – che fin dal 2009 ne erano stati tra i promotori  – lo definirono subito un “testamenticchio” perché, dopo un dibattito consiliare di oltre un anno, nasceva molto più arretrato dei Registri di altri Comuni con uguali maggioranze, a cominciare da Pisa e da Firenze. Però almeno c’era quando a livello nazionale non sussisteva un obbligo di legge. Oggi che la legge 269/2017  ha sancito per ogni cittadino il diritto di formalizzare la sua DAT, se lo vuole, è assurdo che la Giunta Comunale sospenda il registro esistente a Livorno e “conseguentemente il servizio erogato”. 

Oltretutto, nel comunicare la delibera, si scrive che la legge 267/2017 “prevede la creazione di appositi registri comunali dove i cittadini possono depositare la dichiarazione”. Ma non è vero. La legge 269/2017 consente solo (art. 4, comma 6), da parte dell’Ufficio di stato civile ricevente la dichiarazione, l’utilizzo del Registro istituito (non uno nuovo per forza). E infine, sempre nel comunicare la delibera, si scrive che le DAT sono  “da respingere nel caso in cui il cittadino si trovasse in condizioni di incoscienza”. Parole  non solo surreali (siccome sarebbe clamoroso  trovare un non cosciente a depositare una DAT), ma che non hanno risconto nella legge 269/2017, la quale nello stesso art. 4 regolamenta la fattispecie in altra maniera dal  respingimento.
cattolicic
Pertanto i Liberali Livornesi sono preoccupati che la non necessaria ed improvvida sospensione del registro sul biotestamento privi i cittadini livornesi – qualunque sia il numero di coloro che ne hanno già usufruito e intendano usufruirne – di un diritto alla DAT oggi garantito loro dalla legge. Cosa molto grave, che di fatto allinea la Giunta, ne sia o no consapevole, alle posizioni dei cattolici chiusi più oltranziste. I Liberali Livornesi si augurano perciò che il servizio di raccolta delle DAT, oggi obbligatorio per legge, venga immediatamente ripristinato in Comune. 

Liberali Livorno

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Nella prospettiva che nessuno vinca da solo

Da settimane su Campagne Liberali, batto sull’urgenza che il dibattito elettorale si concentri non su quanto vorrebbe fare ciascuna lista o coalizione vincendo da sola (perché tanto con questa legge elettorale e con questo panorama politico, non ci saranno i numeri per vincere da soli), ma su cosa si potrà fare in Parlamento con poche scelte a tema attivando la convergenza di più liste, coalizzate o no, ora contrapposte.
Se mi sbagliassi e il 4 sera le urne dessero una maggioranza nei seggi, per l’Italia la situazione non si risolverebbe , dal momento che il vincitore solitario non potrebbe governare non avendo un progetto organico che ridisegni il paese con iniziative definite per trarlo dal pantano in cui è. Però lo desiderano tutti i gruppi, anche se è preoccupante. Per cui , nel caso i cittadini diano una maggioranza, diciamo “contenti loro” e speriamo il meglio. Tuttavia non penso di sbagliarmi in generale (perfino giornalisti di rilievo iniziano a dire lo stesso) e perciò approfondisco il ragionamento sul senso dell’auspicio di convergenza tra liste contrapposte.
Comincio con l’osservare che, in ordine di tempo, la prima convergenza richiesta è sui due nomi del Presidente del Senato e della Camera. Non sarà agevole , mancando una maggioranza politica. Nelle liste attuali non appaiono personalità tanto forti dal porsi al di sopra della propria appartenenza, visto che quelle più forti sono ai vertici di schieramenti così netti da renderle inaccettabili alle altre parti. Già per le due presidenze occorrerà una convergenza eccezionale e precaria. E’ un indizio ulteriore che la partita decisiva verte sulla capacità di individuare pochissimi punti essenziali con una maggioranza numerica solida per attuarli in tempi ristretti.
Tale maggioranza numerica – è prevedibile fin d’ora – non potrà corrispondere ai sogni (sempre più visibili) di sommare parlamentari PD e FI, i vedovi del nazareno. Nati da epurazioni, saranno fedeli ai due capi ma incapaci del miracolo di moltiplicarsi. E siccome Lega e Fratelli d’Italia non faranno da paravento all’inciucio PD-FI , per una maggioranza numerica ci vorrà anche il consenso del primo partito in Parlamento, che secondo i sondaggi sarà il M5S. Pertanto prima si evolvono i contenuti della campagna elettorale, meglio è. Abbandonando le promesse spettacolari, dovranno far emergere le poche cose condivise da più liste politiche frontalmente contrapposte nel disegno generale. Indicare, in anticipo, poche cose su cui convergere, non è un inciucio. Nella democrazia parlamentare, è il minimo da pretendere da cittadini eletti per rappresentare tutti mediante la propria valutazione dei fatti.
Intanto, far emergere nel dibattito il percorso minimale da fare poi in Parlamento, è una procedura che frena l’astensionismo, perché restituisce al cittadino un peso nella scelta che si farà. E così i cittadini si sentono spinti al voto (lo dimostra il massiccio ritorno dei votanti, dopo moltissimo tempo, al referendum abrogativo del ‘16). Poi l’emergere di possibili convergenze agevola il compito del Presidente della Repubblica nell’assumere decisioni tali da conservare le scelte istituzionali il più possibile vicine alle indicazioni dei cittadini con il voto.
Qui sta il punto chiave. Il confronto politico di fondo è tra chi vuole affidare le scelte politiche al giudizio del cittadino e chi vuole affidarle ai poteri comunque costituiti o costituendi. I liberali, in base all’esperienza storica, sostengono l’affidarsi alla libertà dei cittadini diversi. E, senza dubbio, una delle prima condizioni per farlo, non è sognare con le promesse ma disporre di una legge elettorale che consenta ai cittadini di esprimersi senza procedure contorte che favoriscono i potenti. Ne segue che la convergenza principale da attivare nel prossimo parlamento è per una nuova legge elettorale che venga disboscata dalla concezione consociativa di PD e FI, tolga il tappo alle scelte del cittadino (il 4 marzo il voto uninominale consente la scelta del candidato ma obbliga a sposare ulteriori candidature plurinominali in liste rigide) e usi solo il voto per scegliere i progetti di rappresentanza e di governo. Si ottiene o con una legge elettorale proporzionale con soglia massima del 2% con un voto di preferenza, oppure con collegi uninominali maggioritari ristretti , se a doppio turno con soglia di accesso al 15% per il secondo turno, se ad un turno con il divieto di candidature plurime.
Questo primo impegno della legislatura – ridare centralità elettorale al cittadino sovrano – rischia di essere anche l’unico. Vi sono sì almeno tre altre questioni importantissime. Tagliare il debito pubblico accumulato (con contributi raccolti in via proporzionale), perché, finché avrà la dimensione attuale, non ci saranno risorse per risvegliare l’economia. Rivedere l’ordinamento giudiziario, come previsto dalla VII Disposizione finale della Costituzione, 1° comma, inattuata. Ripensare macchina dello Stato e rapporto con i cittadini dimagrendo tantissimo la burocrazia (che ostacola la fluidità dei processi organizzativi , inibisce la libera iniziativa e induce il rifiuto delle istituzioni).
Peraltro è arduo determinare in poche settimane le convergenze per affrontare questi tre lacci soffocanti. Per di più, tre aree politiche su quattro presentano vertici composti da persone lungamente sperimentate al governo e quindi non credibili quanto a capacità realizzativa di quanto promettono. E poi la tesi di fondo della coalizione di centrosinistra è che la politica si fa con la continuità della gestione. Parole che, visto lo stato dell’Italia, agevolano chi è portatore della discontinuità più robusta. Ma non favoriscono il convergere su una delle tre questioni.
In conclusione, non pretendere la luna, ma impegnarsi sulla possibilità di rifare la legge elettorale e di avere, se necessario, l’uscita di sicurezza di tornare alle urne dai cittadini (vaccinati dai bugiardi).

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Un voto premeditato

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO n.53

Il 25 marzo 1947, fino a notte, la Costituente dibatté e votò sull’art. 7 della Costituzione e Togliatti, capo assoluto PCI, annunciò (quasi) a sorpresa il Sì sul testo intransigente voluto dalla DC pur senza i 279 voti di maggioranza. I DC erano 209 e l’annunciato sì dei 104 PCI chiuse la vicenda prima di votare. E compresse gli oppositori, portando la maggior parte dei liberali a non partecipare al voto (ben in 14 non favorevoli all’art.7, come Croce, Einaudi, Bozzi, Martino), spingendo la loro minoranza a votare un Sì rassegnato e relegando ad un No di bandiera il resto dei laici (gli altri liberali, soprattutto i due gruppi socialisti e il PRI) in tutto 149.
Quel voto è definito un voltafaccia per tre motivi (Gramsci definiva il Concordato una doppia sovranità in un territorio; le speranze riposte nel PCI da tanti laici socialisti trascurando l’ideologia; la scomunica dei comunisti a luglio ‘49) ma senza fondamento politico. Il voto dell’art.7 derivò dall’impostazione di Togliatti (prima di lui i costituenti PCI avevano preannunciato il No), vale a dire di una persona capace e d’esperienza, al fine di prendere il potere senza la rivoluzione che l’accordo di Yalta non avrebbe permesso. Ripercorrere quella vicenda è ancora istruttivo per un mondo laico che capisca gli errori.
Togliatti puntava da anni alla convergenza dei partiti delle masse socialiste e cattoliche, ritenute il nerbo popolare del paese. Per lui, il Parlamento era solo un luogo ove sancire quella convergenza. La storia restano gli scontri tra le masse sul terreno delle varie posizioni e gli individui sono meri numeri di quelle masse, una forza d’urto per attuare i piani decisi dalle loro autorità dirigenti. I dibattiti del Parlamento non sono autonoma ricerca rappresentativa ma strumento di lotta tra le masse sul più concreto piano sottostante.
Togliatti come studioso sapeva cosa sono libertà individuale e libertà civile per la cultura occidentale (specie l’anglosassone). Come dirigente politico internazionale, le giudicava però concezioni borghesi passatiste, incapaci di cogliere il percorso della storia umana. In aula Togliatti usò parole sprezzanti su chi definiva “degli isolati non a capo di grandi partiti”, tipo l’azionista Lussu e diversi liberali, giungendo a definire Croce l’ombra di un passato molto lontano (perché domandava “che cosa c’è di comune tra una Costituzione statale e un trattato tra Stato e Stato, e come mai a questo trattato in sede di Costituzione si pone l’obbligo di modificarlo solo con l’accordo dell’altra parte, mentre l’una delle due, cioè l’altro Stato, non interviene e non può intervenire come contraente in quest’atto interno e quell’obbligo resta unilaterale?”). Insomma, con l’impostazione di Togliatti, inserire i Patti Lateranensi in Costituzione non è una tattica occasionale per vantaggi momentanei. Diviene una strategia coerente.
La dichiarazione di voto di Togliatti non lascia nessun dubbio in nessuno, come disse nel farla. Citò il discorso al V congresso PCI, fine ‘45. Il Concordato ” è per noi uno strumento internazionale, oltre che nazionale, e comprendiamo che non potrebbe essere riveduto se non per intesa bilaterale. Questa nostra posizione toglie ogni equivoco e impedisce che fondandosi sopra un equivoco si possano avvelenare i rapporti tra le forze più avanzate della democrazia, che seguono il nostro partito, e la Chiesa Cattolica”. Togliatti poi ammise che parti del Trattato e del Concordato sono in contrasto con norme condivise inserite nella Costituzione, però non c’era accordo su un rimedio giuridico risolutivo (aggiungo, nonostante le numerose rassicurazioni DC). Il motivo, disse, è che il dibattito profondo non è tra il PCI e la DC. Perché il PCI non intende lasciare alla DC l’esclusiva rappresentanza della coscienza cattolica: “in fondo il dibattito è tra l’Assemblea Costituente italiana e l’altra parte contraente e firmataria dei Patti del Laterano”.
Qui sta il nucleo della politica di Togliatti. Siccome considera la religione non un fatto spirituale di ogni cittadino bensì un forte centro di potere, da titolo alla Chiesa Cattolica per trattare dall’esterno con la Costituente che decide sui rapporti religiosi interni. E’ siderale la lontananza dal separatismo cavourriano stato-religioni. Tanto che Togliatti riprese l’Osservatore Romano, quale portavoce della Santa Sede, che in quattro articoli trattava della pace religiosa minacciata dal non inserimento dei Patti in Costituzione. E specificò. Una pace religiosa “era stata raggiunta nelle lotta di liberazione nelle unità partigiane composte da operai cattolici affratellati con militanti comunisti e socialisti, e dopo nella grande vittoria del patto di unità sindacale tra le grandi correnti del movimento operaio” ed era stata seguita dall’elezione della Costituente “che segnò senza dubbio un passo indietro” (cioè il gruppo PCI era solo il 18,85%). In tale quadro, il PCI è “il partito più avanzato dei lavoratori” e “la classe operaia non vuole una scissione per motivi religiosi né una scissione PCI socialisti” né “una scissione ed un contrasto tra la massa comunista e socialista da una parte e i lavoratori cattolici dall’altra”. Togliatti la riteneva normalità dato che “non vi è contrasto tra un regime socialista e la libertà religiosa della Chiesa cattolica… Il PCI è per l’unità dei lavoratori e attorno ad essa per l’unità politica e morale di tutta la nazione”.
Parole inequivoche, se si leggono senza pregiudizi e senza ridurle a retorica d’occasione. Le masse, meglio la loro avanguardia, vogliono l’istituto religioso Chiesa quale interlocutore privilegiato nella dialettica civile, poiché il suo potere è indispensabile all’unità della Nazione. Si badi bene, non unità tanto per dire. Ma per rendere inequivoco che, per il PCI, il pernio della gestione del paese per avanzare nella storia, era l’unità – egemonizzata dalla classe operaia – e non la libertà di cittadini tra loro differenti, il cui esercizio è il nucleo della democrazia liberale. Dunque la dichiarazione di voto non fu un repentino voltafaccia. Togliatti ne preparava l’applicazione da mesi.
Aveva rapporti privilegiati con i super cattolici DC nella Commissione dei 75 che della Costituzione preparò il testo: Dossetti, La Pira e Moro. Il maggior peso politico era di Dossetti, già vice segretario di De Gasperi e poi del degasperiano Piccioni, che, dimessosi da poco giudicando insufficiente la spinta repubblicana del Presidente del Consiglio (in realtà il contrasto era sul come esser cattolico in politica), si era dedicato alla stesura della Costituzione (per “accentuarne la profonda originalità, specie in confronto con quella francese” , notoriamente laica) e a settembre ‘46, con La Pira e Fanfani, aveva fondato Cronache Sociali per una riforma politica ispirata all’eguaglianza evangelica, diventandone il presidente. Ebbene Togliatti ebbe con Dossetti un incontro riservatissimo a Botteghe Oscure nei giorni di Natale ’46 (un’intera mattina) in cui espose la sua intenzione di rassicurare i cattolici sulla libertà religiosa. Il fatto che Dossetti fosse il relatore della Commissione, rende chiaro che Togliatti puntava a trovare nel mondo cattolico, delle istituzioni e della Chiesa, una sponda attenta alla fede del PCI sulle masse, tanto più che su di essa si addensavano nubi scure (due settimane dopo ci fu la scissione di Saragat, che picconò la linea del fronte popolare, l’unità di Nenni). Togliatti continuò a tessere la tela – è provato che il Vaticano sapeva – e coinvolse ancor più Dossetti, il quale nel discorso finale il 25 marzo preconizzò, con una citazione dotta, che in futuro la Chiesa si accorderà con le grandi masse popolari, non con i Parlamenti.
La manovra di Togliatti non raggiunse lo scopo. De Gasperi chiarì, col parlare dall’aula, che il Governo come tale (in cui c’era il PCI) non sceglieva l’art.7 e in 45 giorni respinse la tesi masse popolari, liquidandone i sostenitori (PCI e PSI) e varando il suo IV governo, il primo centrista del decennio, all’insegna della libertà dei cittadini (inclusa quella di religione, altrimenti incerta, come i cattolici valutarono nel ‘49). Togliatti continuò invano l’impegno contro le regole della libertà, opponendosi negli anni a tutto, dalla Nato all’Europa. Però, insieme ai cattolici chiusi, aveva introdotto in Costituzione l’errore logico e giuridico del Concordato, i cui danni sono stati limitati dalla pressione civile ma lasciano tuttora ai cattolici privilegi illiberali. L’art. 7 ha fatto pesare la Chiesa nello stato, non del tutto – come voleva Dossetti – ma troppo.
La vicenda dell’art.7 è una prova che la politica laica non è fatta di speranze emotive e di potere ambiguo, bensì di regole e comportamenti adatti al convivere aperto tra cittadini diversi. Supporre che un comunista sia un laico coerente, fu un abbaglio grave, concepibile solo da parte di chi riduce la laicità ad avversare la Chiesa non asservita. Gli avversari per i laici sono i cittadini che per governare usano il conformismo religioso comunitario al posto delle diversità.

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