Le resistenze al cambiamento del 4 marzo

Ad un mese dalle elezioni e dopo il primo ciclo di consultazioni del Presidente della Repubblica, la strada maestra per l’Italia rimane l’indicazione di cambiamento degli elettori. Ovviamente è una strada accidentata e tortuosa, stante anche il troppo tempo impiegato dai cittadini per rifiutare le politiche conformiste di potere e i gestori, che hanno portato al degrado del paese. Eppure resta essenziale dar corpo al cambiamento voluto dai cittadini. E i vincitori del 4 marzo, con determinazione e con pazienza (per fare il governo sono occorsi molti mesi in Germania, Olanda, Spagna, Belgio), dovranno comporre in tal senso una maggioranza alle Camere.

Il primo passo sarebbe individuare con chiarezza e coerenza i punti di convergenza tra i gruppi parlamentari. Ma subito sono emerse le difficoltà del percorso. I gruppi parlamentari di sicuro non vincitori, PD e FI, mettono ostacoli ognuno a suo modo. Il PD sbandierando la teoria, legittima ed insieme fuori della logica parlamentare, dell’esser stati invitati dagli elettori a fare opposizione a qualsiasi proposta (un modo sofisticato di manifestare la pretesa oligarchica o noi o il caos). E Forza Italia agitando l’illusione che siano sempre vivi i suoi sogni passati (che il centro destra ha vinto le elezioni e che viga il patto del Nazareno). Ma il centro destra ha preso solo il 37% dei voti sommando i tre partiti che lo compongono, senza però formare una vera coalizione politica. La riprova è che al primo turno di consultazioni sono andati ognuno da sé, e soprattutto che, al secondo turno, andranno insieme solo su richiesta di Salvini all’inizio non accolta da FI, tanto che non sono d’accordo sulla proposta da presentare. Di fatti, dall’incontro del 8 aprile ad Arcore è ufficialmente emerso il favore di Berlusconi per un governo di minoranza del centrodestra alla ricerca di voti sui singoli punti: in pratica una foglia di fico per non nominare il PD, visto che senza PD non sarebbero racimolabili i numeri necessari (al di là delle surreali parole della capogruppo FI Gelmini “non ci sarà nessun cedimento ai giochi di Palazzo”). Mentre Salvini, dopo l’incontro, ha ribadito con piglio realistico che un governo può nascere “solo in alleanza con il M5S”.
A parte se la Lega riuscirà e come a passare al dopo Berlusconi, è certo che, per fare un governo minimamente rispettoso della volontà di cambiamento, l’inizio sarà individuare i punti di convergenza tra i due gruppi parlamentari vincitori , M5S e Lega, sugli atti più di rilievo per il paese. In alternativa, è bene che almeno si trovi l’accordo alle Camere per una nuova legge elettorale rispettosa del cittadino, senza sognare scorciatoie proceduralmente impossibili affidate alla Commissione Speciale ora nominata in attesa del Governo. Comunque, i partiti tradizionali dovrebbero rassegnarsi alla perdita della loro comoda rendita e la gran cassa dell’informazione por fine all’incredulità per il risveglio dei cittadini.

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Riflessioni su un piccolo saggio in materia di terminologia legata al genere o al sesso

Le quattro pagine del .pdf “Il genere e il generone” redatte dall’amico Marcello Battini, espongono con sagacia i motivi per cui la tendenza a sostituire, nella lingua italiana corrente, la terminologia legata tradizionalmente al sesso (il modo di esistere dell’oggetto) con quella legata al genere (la forma linguistica dell’oggetto), determina una evidente imprecisione descrittiva foriera di una dannosa confusione nel comunicare e quindi nel conoscere. Sul tema non penso occorrano ulteriori aggiunte.

Ritengo piuttosto utile fare considerazioni circa la cultura politica espressa da chi sostiene e diffonde la necessità di introdurre nel linguaggio una simile innovazione distorcente. Con una premessa. Qui il termine genere non viene adoperato nel senso utilizzato nella classificazione delle scienze ma ha l’accezione di categoria grammaticale riferita alla specie umana, vale a dire il carattere maschile o femminile dell’individuo. Ciò premesso, le persone sostenitrici dell’innovazione distorcente dicono di rappresentare la cultura moderna, la quale ha preso coscienza della necessità di superare gli stereotipi indotti da un uso conformistico della conoscenza, che non consentono di affrontare le trasformazioni, possibili nel corso del tempo, nell’identità sessuale di ciascuno, fisiche o mentali. Riflettiamo su questa intenzione così come espressa, dando per acquisito che in sé non abbia secondi fini nascosti.

In tale quadro, per prima cosa balza all’occhio che la stessa intenzione va realizzata percorrendo un’altra strada. Cioè, non riducendo in partenza il riconoscimento dell’identità di sesso per la ragione che potrebbe originare l’innesco degli stereotipi, bensì affrontando il come evitare il nascere di quel tipo di stereotipi agendo su un altro versante , precisamente quello dell’educazione fondata sull’uguaglianza nei diritti degli individui e sulla non discriminazione civile per sesso. Una simile strada è essenziale, poiché usarla porta a conseguenze del tutto diverse dalla prima nell’organizzare il convivere. Invero, scegliere il sistema di ampliare il riferimento all’applicazione dei concetti di forma e di restringere il riconoscimento dei fatti concreti dell’esistere, può bene non avere secondi fini come sopra ipotizzato, ma in pratica produce gli stessi effetti del negare la realtà dell’individuo in carne ed ossa (che è politicamente una questione cardine), come per lunghissimo tempo hanno fatto religioni ed ideologie.

Dietro il tema del .pdf “Il genere e il generone”, si staglia l’importante questione del concetto di identità di genere. Si tratta di problema molto dibattuto in particolari ambiti culturali soprattutto statiunitensi, ma fino ad oggi fuori della coscienza di larghissima parte dei cittadini, specie in Italia. E’ perciò un terreno che si presta ad operazioni di propaganda culturale controllate solo dagli interessati, che possono influenzare il clima civile in modo assai negativo e quindi da evitare.

Rispetto alle precedenti inclinazioni politiche (non soltanto quelle totalitarie ed autoritarie, ma anche quelle collettiviste e stataliste nel profondo), la questione dell’identità di genere si giova dell’accresciuta attenzione data alla cultura al cittadino quale individuo. Tale maggiore attenzione all’individuo ha portato a constatare, tra l’altro, che i cittadini soddisfatti del sesso attribuito loro alla nascita sono una grandissima maggioranza, ma di certo non tutti. Per il fatto che non tutti percepiscono, per sé, la completa corrispondenza tra il proprio sesso legale, quello biologico (cromosomi e caratteri vari), l’aspetto, il modo di comportarsi tra la gente, e in generale il modo in cui ciascuno sente sé stesso. Vale a dire esiste una frangia di cittadini, seppure molti, per i quali l’identità di genere legalmente attribuita non coincide con quella percepita.

Una simile problematica è reale. Solo che, per agevolare il ristabilirsi della coincidenza, non va negata la realtà statistica delle cose del mondo e il passar del tempo: vanno cambiate le norme legali relative al determinare l’identità legale dei singoli individui. Invece, opposte concezioni rigide a carattere antiindividualista, si battono da molto tempo contro la politica del mutare fisiologico delle norme esistenti per aggiustarle al mondo.

Da un parte, ci sono quelli del tradizionalismo religioso e i conservatori, i quali sostengono che non occorre nessun cambiamento legislativo siccome la natura è quella che è, immutabile, e che qualsiasi innovazione inerente i rapporti sessuali equivale a rifiutare di riconoscere la verità rivelata, divina o comunitaria. Voler introdurre nell’identità di genere, al fine di rincorrere sensibilità individuali, categorie diverse da quelle di maschio e femmina sarebbe una vera e propria forma di bestemmia e di eversione. Dall’altra parte, ci sono quelli che vogliono un cambiamento per fissare una nuova verità, la loro (oltre a maschi e femmine, deve esserci la categoria di chi non si identifica in nessuno dei due), e che ritengono l’orientamento sessuale – vale al dire il genere per cui si prova attrazione – non dipendente dall’identità legale. Di conseguenza vogliono il riconoscimento di tre categorie sessuali e non solamente di due, per poter affermare le proprie rivendicazioni di rispetto ed uguaglianza. Per queste persone, le norme sull’identità di genere non dovrebbero servire a meglio adattarsi alla realtà che si evolve, ma a cristallizzare l’assetto di una credenza nuova (la fattispecie denunciata da “il genere&il generone” è appunto questo).

Insomma, ambedue questi opposti estremismi cercano di non riconoscere la realtà del mondo fondata sulla diversità dell’individuo, che si comporta nel rispetto della diversità altrui. I tradizionalisti restando bloccati alla loro concezione della natura immobile e chiusi al possibile modo di evolversi individuale in materia di rapporti; i presunti innovatori sostituendo la concretezza del sesso nella forma ordinaria, con il far prevalere le attuali forme non ordinarie da loro preferite, al fine di conservare la staticità seppure su un piano diverso (ad esempio quello delle nuove regole grammaticali) e di ribadire la chiusura al criterio evolutivo individuale nei rapporti.

Un evidente manifestarsi delle due opposte concezioni è la disputa sulle norme approvate con la legge 107/2015, art.1, comma 16. Esse hanno posto, per il piano triennale dell’offerta formativa scolastica, l’obiettivo di attuare i principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni. Come si vede, la questione di come affrontare l’identità di genere è stata posta in modo corretto, anche se la norma non interviene in modo complessivo sui provvedimenti relativi al variare dell’identità sessuale. In ogni caso, indica la strada giusta prevedendo un approccio duttile.

Ebbene, il mondo delle lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt), per diffondere la legge, ha pubblicato tre volumetti, “Educare alla diversità nella scuola”, a sostegno della tesi che omosessuali si nasce, non si diventa. Vi si sostiene che gli insegnanti non dovranno diffondere l’idea che l’eterosessualità sia un orientamento normale , usando frasi come “da grande un bambino si innamorerà di una ragazza”. Ciò perché, se la società non imponesse un preciso ruolo a ciascun sesso, l’orientamento sessuale sarebbe indifferente verso persone del medesimo sesso o di quello opposto. Mentre l’imposizione dell’idea della eterosessualità come rapporto normale induce nel giovane una sorta di omofobia interiorizzata, secondo cui uno si sente colpevole per le proprie pulsioni omosessuali, quando invece, affermano i volumetti lgbt, non esiste differenza nel preferire l’attrazione verso lo stesso sesso o verso il sesso opposto. L’omosessualità non è né un peccato né una malattia, è un fatto non modificabile e di conseguenza gli insegnanti dovranno cercare di far compenetrare gli studenti eterosessuali nella mentalità di quelli omosessuali.

Naturalmente un approccio del genere viene contestato in radice dai tradizionalisti, religiosi o no. I quali cominciano con il contestare che compito degli insegnanti sia non di prendere atto delle propensioni sessuali di ogni allievo, bensì di cercare di cambiargli la mentalità colonizzandola in senso omosessuale. E poi, preso lo spunto da qui, diffondono la propria dottrina sul matrimonio tra i due sessi e la famiglia, individuati come il vero obiettivo da distruggere che ha la teoria gender. E diffondono la loro dottrina in svariati settori e luoghi, attraverso un’attività capillare con ogni tipo di strumento, denunciando le preoccupazioni delle famiglie riguardo ai tentativi di introdurre la teoria gender nelle scuole, con il fine di destrutturare l’identità sessuata dei bambini. Sulla materia, la mobilitazione della retta coscienza cristiana parte dal vertice della Chiesa cattolica – a cominciare da Francesco in persona e anche dai vertici della Conferenza Episcopale – che denunciano come la teoria gender, nascondendosi dietro valori veri come parità, lotta al bullismo e alla violenza, in realtà intenda togliere all’umano la propria identità sessuata.

Come dunque la disputa sulla legge 107/2015 comprova ancora una volta, è indispensabile che restino sempre attivi i sostenitori della cultura politica del valore della società aperta basata sui concreti cittadini individui, i quali, nel quadro di norme di continuo adeguate al tempo che passa, vivono relazionando la loro identità psico fisica, iniziando da quell’aspetto così rilevante che è il sesso. E così non possono riconoscersi nelle propensioni politico legislative né dei lgbt né dei tradizionalisti e debbono di conseguenza mantenersi attivi nell’esporre le proprie idee in merito al fondarsi sui fatti. Adottare questa strada è, sulla scorta dell’esperienza storica, il sistema di convivenza più efficace anche per evitare il prodursi degli stereotipi conformistici che preoccupano il mondo lgbt. Perciò sono opportuni scritti come “il genere & il generone” che mantengono viva l’importanza della materia.

Concludo al volo rilevando che quanto precede non è affatto una dissertazione, teorica (riguarda le nostre vite quotidiane) e limitata al nostro paese o all’area occidentale. Infatti, proprio in queste settimane, al parlamento indonesiano – cioè di uno stato che comprende quasi cinque volte gli abitanti dell’Italia e che è il più popoloso al mondo a maggioranza musulmana – il governo preme per approvare una norma che punisca con la reclusione di cinque anni chi ha rapporti omosessuali e chi commette adulterio. Per la serie la comunità detta legge, gli individui non contano.

Piccolo saggio di Marcello BATTINI su “Il genere & il generone”

Questione di genere o di generone

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Tradimento e risurrezione, due concetti dal senso nuovo nella cultura civile liberale

Il clima del periodo pasquale è adatto a riflettere sul significato assai differente delle parole tradimento e risurrezione (e concetti connessi) quando usate nella cultura ideologico religiosa oppure in quella civile liberale.

Nella cultura ideologico religiosa, tradimento o tradire indicano compiere atti contro la propria comunità ed il ruolo svolto dai suoi membri all’interno di essa. Atti puniti con forza a partire dalla riprovazione umana in ambito sociale, un marchio indelebile per il cittadino che avvelena i suoi rapporti. Nella stessa cultura, risurrezione indica il sogno della comunità di ricominciare una nuova vita dopo la morte corporea (con varianti a seconda del credo) o almeno del perseguire l’utopia di arrivare a nuove condizioni di vita liberate dai rigidi vincoli mondani. Nella cultura civile liberale, la comunità come blocco è solo un modo di dire passatista. La convivenza dei cittadini è regolata da leggi scelte da loro stessi e le relazioni interpersonali si formano attraverso una miriade di accordi e contratti. E dunque tradimento o tradire indicano solo una violazione di leggi pubbliche (con pene che non cancellano il cittadino, anche quando dure) e un venir meno a patti privati di varia tipologia (sancito mediante contenziosi privati e risarcimenti); per cui, la riprovazione in ambito sociale non è più un marchio indelebile e viene del tutto sfrondata da giudizi innescanti crolli morali. Quanto alla risurrezione – siccome la cultura civile liberale, dato che per imperniarsi sull’individuo separa lo stato dalle religioni, rimane estranea di proposito sia a ciò che alcuni dicono accada allo spirito di tutti i cittadini dopo la morte sia a costruzioni mentali od istituzionali rivolte all’utopia e fuori del tempo reale – essa ora indica la possibilità per ogni individuo di riprendersi la capacità materiale di esprimere al meglio la sua diversità dopo periodi di difficoltà e rovesci.

Le differenze di significato fin qui delineate non possono stupire perché derivano da un approccio alla realtà mondana profondamente diverso, che le due culture hanno.

La cultura ideologico religiosa ritiene la propria impostazione, di vita e di religione, il centro assoluto dell’esistenza dei suoi seguaci o credenti, rendendoli così una comunità (uniti non solo dal convivere), e definisce in partenza (via teoria o rivelazione divina) tanti aspetti di quella impostazione ai quali i componenti della comunità devono attenersi nel pensare e nel comportarsi quotidiano. E’ evidente che l’attenzione a queste persone deriva solo dal concepirle quali sudditi utili per sostenere e diffondere l’impostazione della comunità, mentre l’attività del conoscere viventi e cose viene riservata ad esperti riconosciuti come tali dalle autorità dominanti e sotto il loro controllo pressoché esclusivo. Insomma la cultura ideologico religiosa propende ad applicare l’unità indifferenziata del mondo, di fatto non scalfita dagli accidenti delle presenze individuali. Il suo modello rigido e poco sensibile al passare del tempo, costituisce il punto di riferimento per la comunità, da rispettare con la guida dell’autorità suprema.

Nella cultura civile liberale, l’approccio è tutto un altro ed è maturato nei secoli facendo emergere una percezione più ampia dei vantaggi della società aperta. Il centro sono gli individui conviventi, la loro irrefrenabile spinta a conoscere ed assumere iniziative nel tempo, le regole frutto di quanto sperimentato fino al momento (e quindi al fondo sempre provvisorie). L’impegno del cittadino non è rivolto a ripetere il passato o a sognare un futuro senza porsi contestualmente il problema di come poterci arrivare. L’impegno è vivere il presente per migliorarlo in concreto, nelle condizioni di vita individuali e nei rapporti interpersonali, del fisico e dello spirito. Dunque la concezione del vivere non è più statica, né per lo ieri né per l’oggi né per il domani. Di conseguenza, tradimento e risurrezione nel significato antico non hanno più senso. La società aperta muove in avanti, non si fossilizza nei ricordi e non si esalta fino a perdere il contatto con i fatti.

Il brulichio della diversità pone di continuo nuove occasioni e nuove sfide da valutare. Il metodo individuale e lo sperimentare sono ad ora il sistema più efficace di valutazione, allargando la capacità umana di manifestarsi e di capire l’intorno. Peraltro, proprio perché questo metodo funziona attraverso l’uso della diversità, rimangono sempre aspetti dell’antico modo di organizzare le cose. Ad esempio, il richiamo implicito alla visione rigida tipica del mondo ideologico religioso che vuol conoscere tutto, ha prodotto nei decenni recenti l’eccessiva attenzione dell’opinione pubblica sulle tematiche dell’inizio e della fine dell’universo (nonostante per definizione non siano sperimentabili) oppure su questioni molto misteriose, tipo l’esistenza e la composizione della cosiddetta materia oscura, supposta per analogia nella dinamica delle galassie ma di cui non esistono riscontri sperimentali. Ebbene, simili buchi nella conoscenza disturbavano le antiche concezioni ideologico religiose, che risolvevano ricorrendo alla divinità o alla teoria. La cultura della civiltà liberale non cade in una simile trappola. La conoscenza fondata sul metodo individuale e sullo sperimentare si è allargata enormemente ma insieme ha imparato a convivere con la consapevolezza che le cose ancora non conosciute restano sconfinate.

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I Presidenti nel solco del cambiamento del 4 marzo

La strada della XVIII legislatura è ancora molto lunga e tortuosa. Ma il primo chilometro ha rispettato con rapidità il voto del 4 marzo. Cosa positiva, si sia o no d’accordo sui risultati elettorali e sulle scelte in Palamento. Perché, di fronte ai problemi odierni, la cura inizia dal rispetto dei criteri della rappresentanza. Non rispettandoli, si taglia il legame con la sovranità del cittadino che è il solo cordone possibile per collegare le scelte del convivere alle decisioni di ciascuno invece che agli interessi dei potenti, siano elites, classi ideologiche, circoli finanziari, ambienti militari o consorterie varie.

Nella vicenda dei Presidenti delle due Camere, la cosa decisiva è che esprimano innanzitutto l’accordo dei due partiti frutto del cambiamento, che, pur diversi, hanno la maggioranza dei seggi. Procedure e tattiche appartengono al clima della rappresentanza per confrontarsi, purché l’obiettivo rimanga il come rispettare il voto elettorale. Invece, è emerso chiaro – al di là delle toppe cucite alla fine – che gli ambienti politici renzian berlusconiani non solo non hanno digerito il 4 marzo ma cercavano di impedirne la traduzione parlamentare. Purtroppo, insieme a loro, non poca informazione, scritta e tv, ha evocato scenari centrati sui vecchi partiti, nonostante del tutto minoritari alle Camere. Al punto che mentre il sen. Napolitano apriva i lavori del Senato illustrando la realtà – cioè che i partiti prima al governo avevano pagato la pratica dell’autoesaltarsi per risultati non percepiti dai cittadini – una notissima giornalista di sinistra, titolare di una rubrica tv pomeridiana in onda da anni, esaltava la mossa di Berlusconi nel chiedere una riunione di tutti i partiti, intitolandola “Berlusconi spacca i vincitori”. Secondo lei, le carte restavano in mano ai soliti, siccome, con la copertura renziana, Berlusconi avrebbe fatto le scelte. Non ha potuto farle, nonostante l’ira. Del resto, quasi tutti i giornalisti invitati alla 7 dalla mattina all’ora di cena negli ultimi giorni, sono apparsi increduli sul rispetto delle indicazioni per il cambiamento e sulla possibilità che il potere traslocasse. Anche loro sbarellando.

Nelle prossime settimane ci saranno le consultazioni per il governo. Sarà utile seguire un criterio analogo alle Presidenze. Le scelte spettano innanzitutto ai due partiti vincitori. Più convergenze ci saranno, più il paese avrà un indirizzo nuovo. L’importante è che i partiti indicati per cambiare – vista la cattiva prova dei predecessori di ieri e di avant’ieri – siano messi alla prova nei fatti, a partire da una legge elettorale trasparente. Ai cittadini valutare ed intervenire se necessario.

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Dubbio e spirito critico

In Italia c’è una ritrosia atavica a prendere sul serio il dubbio. E’ ritenuto una stravaganza e trattato con sospetto, quale diavoleria individualistica per trasgredire al conformismo della comunità. In tale clima, è arduo convincere che il dubbio è il frutto millenario della conoscenza umana, del quale scienza e civiltà moderna non possono più fare a meno. Quindi prendere sul serio il dubbio implica uno sforzo, che però è ineludibile.

Nell’antichità la conoscenza era concepiva come dogma riservato quasi in esclusiva alla religione e ai potenti. Fu una conquista importante della riflessione umana, verso il 4° secolo a.C., arrivare a concepire lo scetticismo, in cui il dubbio era un esitare naturale nel dare un giudizio. Nell’impossibilità di un criterio oggettivo di distinzione del vero dal falso, lo scetticismo teorizzava l’indifferenza dei valori nell’interpretare la realtà. Nel solco di questa tradizione , un qualche passo avanti fu cinque secoli dopo, quando Sesto Empirico produsse un vasto studio dei fenomeni così come appaiono, peraltro sempre confermando del trattarsi della propria visione soggettiva, magari influenzata dalle consuetudini.

Per secoli si restò a questo, finché, con il Rinascimento, riprese la ricerca. Il salto di qualità lo fece Cartesio, passando dal dubbio scettico al dubbio metodico. Intese il dubbio come un approccio critico ai dati sensibili e a quelli indotti nei modelli interpretativi, tradizionali e nuovi, che si ricompatta con l’intervento del pensare umano, nel quadro della verità divina. Un salto di maggior rilievo lo fece un secolo dopo David Hume. Considerava il dubbio scettico un utile freno alla ragione che pretendeva conoscenze obiettive e assolute, ma non accettava che fosse una via per rinunciare al giudizio, anzi intendeva utilizzarlo quale spinta al metodo di prendere atto del carattere soggettivo e limitato del nostro conoscere, con la conseguente necessità di sottoporlo a nuova successiva valutazione in base alla realtà.

Mettendo a fuoco il concetto di dubbio, Hume ha delineato l’empirismo, che è stato l’avvio del metodo scientifico. Un metodo che in tre secoli si è irrobustito, raffinato ed espanso, innescando la crescita tecnologica impetuosa che ha prodotto un impensato miglioramento dei mezzi di vita disponibili. Il dubbio metodico applicato di continuo, dismettendo indifferenza e indecisione, è divenuto il nucleo del sistema sperimentale. Gli aspetti più rilevanti del raffinarsi sono stati almeno quattro. La scoperta della grande efficacia del verificare sperimentale innescato dai dubbi e dalle ipotesi (che consente di restare ai fatti misurando le conseguenze degli interventi precedenti e delle nuove teorie interpretative); il capire che lo sperimentare è connesso in modo indissolubile ai confronti continui tra soggetti ricercatori disposti ad accettare il metro dei risultati ottenuti applicando le ipotesi risolutive dei loro dubbi; il convincersi che il processo del conoscere, pur acceleratosi, resta di per sé limitato e provvisorio dati i dubbi fisiologici relativi sia alla stessa novità ipotizzata sia alle nuove critiche agli aspetti sussistenti già prima; l’aver dedicato sempre più attenzione alle cose verificabili, misurabili e falsificabili, riducendo invece l’impegnarsi dubbioso a conoscere l’inizio o la fine dell’universo non sottoponibili a sperimentazione.

Simili aspetti sperimentali sono maturati insieme a due consapevolezze. Una è riconoscere (cosa non fatta nelle centinaia di anni precedenti) il ruolo irrinunciabile dei singoli individui. Sono alla base di ogni esperienza, di ogni dubbio e di ogni verifica. Sono il tessuto organico, attraverso la loro diversità, delle condizioni di vita nel mondo e l’asse portante del processo conoscitivo. In più, nei due tre secoli recenti si è percepito che i singoli individui esercitano un analogo ruolo cardine, oltre che nel campo sperimentale, anche in quello del dirigere la convivenza civile. Anche qui, le condizioni di vita sociale migliorano quanto più vengono affidate alle valutazioni, ai dubbi, alle proposte, alle scelte dei singoli conviventi. Il che non garantisce ogni volta la strategia ottimale, ma la fa emergere progressivamente in base agli esperimenti. L’altra consapevolezza – seppure tuttora agli albori ma del tutto innovativa rispetto a quanto avvenuto per migliaia di anni – è che, essendo la realtà fondata sul tempo fisico, per natura non possono funzionare in pieno gli strumenti scientifici concepiti nella logica del tempo reversibile o del tempo eterno e i sistemi istituzionali parametrati sull’immobilismo del potere. Una conferma si trova nei caratteri del tempo espressi con efficacia dalla variabilità prodotta dal continuo manifestarsi del dubbio dei singoli individui. Il dubbio è l’antidoto di fondo al conformismo conservatore eternizzante. E non è più incisivo se regredisce all’antica indecisione che non affronta le alternative del reale

Insomma il dubbio è il grimaldello per penetrare il mondo. Fa parte del vivere in una condizione incerta ma non esprime incertezza. Soppesa il da farsi, non confonde una preferenza con una sicurezza. Perché niente è sicuro. Ad ogni cosa – si è capito appena da un secolo – si può dare al più una probabilità ed anche ciò che è stato sperimentato, pur acquisendo certezza, resta falsificabile in linea di principio. La decisiva importanza del dubbio metodologico è riflettere su possibilità non evidenti eppure non escludibili in partenza. E’ immergersi nella consapevolezza che in termini umani la verità non può esistere in senso stretto, poiché il mondo ha una miriade di dimensioni, fisiche e viventi, ed il tempo procede senza sosta.

L’applicarsi per conoscere di più non equivale a cercare modelli eterni: è osservare i fatti esercitando lo spirito critico del dubbio. Perciò opera contro la conoscenza chi ne soffoca le precondizioni usando in modo distorto strumenti nati per potenziare le facoltà critiche. Il concreto pericolo insito nelle reti informatiche di massa è il monopolio nel comprimere lo spirito critico individuale, lo spargere conformismo, il soffocare le fonti dell’innovazione. Va ricuperato subito l’esercizio della passione per il dubbio. Iniziando non dai dictat statalisti ma dall’irrobustire lo spirito critico che rompe l’assedio delle notizie disinformanti.

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Tre importanti cattolici antilaici

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO, n. 54

Nei decenni a metà ‘900, tre figure cattoliche di rilievo politico, dichiaratamente antilaiche e tra loro differenti, sono state Luigi Gedda, Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti. Coglierne le personalità è utile ai laici oggi per meglio rendersi conto delle concezioni di fondo contro cui devono battersi.

Luigi Gedda (1902-2000) fu un genetista famoso e si dedicò all’associazionismo che attua la dottrina della Chiesa. Assunse presto incarichi di punta (nel ’34 presidente dei Giovani dell’Azione Cattolica, GIAC, entro l’unica associazione non fascista) e promosse una attività editoriale (Il Vittorioso) fiorente per decenni, al fine di diffondere tra i giovani i valori cattolici. Ebbe frequenti contatti con Pio XI, dal quale fu ricevuto in 26 udienze e continuò con Pio XII, altre 64 udienze. Nel ’42 fondò la Società Operaia di Gesù del Getsemani, da allora rivolta ai credenti laici che diffondono la spiritualità della preghiera di Cristo in quell’uliveto nel vincolo al misticismo, quali operai evangelici.

Gedda nel ‘46 divenne Presidente degli Uomini dell’Azione Cattolica, AC, e a gennaio ’48 creò i Comitati Civici in tutte le diocesi come manifestazione religiosa e non espressione di partito. All’epoca, nella Chiesa stava crescendo la concezione della religiosità come consapevolezza delle persone e dei cittadini rispetto all’altra concezione della religiosità prodotta dall’adesione collettiva delle masse inclini alla comunità indistinta. La divaricazione emerse alla Costituente nel dibattito sull’art. 7 (marzo ‘47). Là i fili della posizione DC erano tenuti da Dossetti, che in nome dell’uguaglianza evangelica puntava ad istituzioni articolate sulle masse religiose e che usò tali convergenze con il PCI senza pesare gli altri aspetti illiberali. Dossetti fece inserire nella Costituzione il richiamo ai Patti Lateranensi ma in generale non riuscì a far passare la logica delle masse. Avvicinandosi le politiche ‘48, per mesi Pio XII manifestò il disappunto sul pericolo che il PCI divenisse il primo partito, a causa di errori e limiti presenti in certe impostazioni dottrinali e nei modi DC di proporsi. In tale quadro, Gedda fece passare l’idea che occorresse uno strumento di mobilitazione dei cattolici per battere l’astensionismo e sconfiggere il PCI. Ma senza confondersi con la DC. Per salvaguardare il cattolicesimo non era sufficiente l’esistenza di uno o più partiti di ispirazione cristiana, ma ci voleva una struttura politica non partitica, mantenuta viva da cattolici attivi non interessati a una candidatura personale (Gedda stesso respinse sempre le offerte al riguardo) e che avrebbe fatto da ponte tra l’associazionismo religioso e i partiti. Il successo dell’operazione Comitati Civici fu clamoroso e i voti DC, che alla Costituente nel ‘46 erano stati 8,1 milioni , nel ‘48 alla Camera del Deputati furono 12,74 milioni (più del doppio dell’aumento dei votanti), prodotti da contatti capillari.

Restò il contrasto con la concezione religiosa fautrice del principio delle persone masse piuttosto che individui. Gedda portò l’AC ad avere più adesioni e a realizzare gli indirizzi di Pio XII che nel ’52 lo volle Presidente dell’AC. Lo fu sette anni arrivando al record di oltre 3,3 milioni di iscritti. Teorizzava l’impegno organizzativo, dato che, nella società assediata dalla tecnica ed imprigionata nei numeri, il singolo è un grano che non conta. La fede perciò si difende con l’organizzazione, “per non cadere nell’isolamento, va sviluppata l’unione volontaria delle forze, perché il mondo moderno non si trasformi in un campo di lavori forzati”. Ma l’altra concezione religiosa, spinta dalla sinistra DC ispirata da Dossetti, continuava ad avversare quella linea. Così, a fine ’52, si arrivò alle dimissioni del Presidente GIAC Carretto, il quale, a parte il disaccordo sull’inclinazione papale ad alleanze con la destra (il sostegno all’operazione Sturzo al Comune di Roma avversata con successo da De Gasperi), sosteneva che organizzarsi per far prevalere la fede non serviva stante l’impossibilità di costruire un mondo migliore, e quindi l’inefficacia della dottrina sociale della Chiesa. Due anni dopo, si dimise anche il successivo presidente GIAC, su una linea ancor più distante da AC, che anticipava la contestazione anni ’60. Un po’ alla volta, disse Pio XII, l’AC aveva preso a collaborare non con la Chiesa ma con la DC. Gedda mantenne la Presidenza AC fino alla morte di Pio XII (ottobre ’58), poi nel ‘59 non fu confermato. Continuò ad operare intensamente, soprattutto con i Comitati Civici, allo scopo di attivare strumenti e strutture con cui irradiare la presenza cristiana. L’ultimo impegno di rilievo fu il Comitato per l’abrogazione della legge sul divorzio e il sostegno al SI nel referendum ’74, da lui vissuto come conferma della scelta religiosa di vita più che l’appoggio alla concezione civile dell’art. 7 dossettiano.

La personalità del poco più giovane Giorgio La Pira (1904) è parecchio diversa. Studente di legge a Messina, a vent’anni incontrò l’eucarestia, l’anno dopo divenne terziario domenicano e quindi francescano, laureandosi a 22 anni a Firenze in Diritto Romano. Materia in cui iniziò la carriera accademica, insegnando ai giovani, impegnandosi nella AC e molto nelle opere di carità della curia fiorentina, risiedendo nel convento domenicano di S.Marco ed avviando un’attività pubblicistica contro il fascismo, che la polizia chiuse. Dopo l’8 settembre fuggì a sud per tornare nell’estate ’44 dopo la liberazione della città ed entrare in politica, ritenendolo indispensabile per costruire una società cristianamente ispirata. Qui è la chiave della sua esperienza. Confermata dal cardinale Benelli al suo funerale nel ’77: “nulla può essere capito di Giorgio La Pira se non è collocato sul piano della fede”. Non a caso La Pira usava dire di avere solo una tessera, quella del battesimo. Seguiva la logica del diritto romano del cercare una cornice ferma, sostituendo però al senato e al popolo, la figura di Dio (coerente, essendo stato eletto alla Costituente nella DC, propose che la Costituzione iniziasse con le parole “nel nome di Dio” , proposta ritirata perché nessuno l’appoggiava e lui, disse, cercava una convergenza, non una divergenza). Già tale scelta culturale lo pone molto lontano dalla sensibilità laica. La Pira ha sempre sostenuto di occuparsi dei problemi del mondo ma, con quell’impostazione, si affidava alle indicazioni della fede – o meglio alle interpretazioni della fede per lui conformi – piuttosto che al diritto deciso dai cittadini tramite il voto.

Alla Costituente legò con i parlamentari del cattolicesimo sociale, come Dossetti, Fanfani, Lazzati, venne rieletto nel ‘48 e nel V governo De Gasperi fu sottosegretario di Fanfani al Ministero del Lavoro. Caduto il governo per l’uscita di Saragat (in vista dei nuovi assetti socialisti), nel gennaio ’50 La Pira non entrò nel VI governo De Gasperi e si preparò a guidare la coalizione DC-centristi contro l’amministrazione del comunista Fabiani, dal ’46 alla guida di Firenze. A giugno del ’51, La Pira venne eletto Sindaco di Firenze e da allora la sua vita politica si imperniò su questa esperienza. Fu un Sindaco assai controverso eppure carismatico, mutò maggioranze, si dimise, fu rieletto alla Camera nel ’58, in seguito ridivenne Sindaco nel ’61 (restandolo fino all’inizio ’65), e poi ancora deputato nel ’76 fino alla morte. Ma questa scarna cronologia non basta a dar l’idea del vortice di relazioni, convegni, discorsi, viaggi, innescato da La Pira in un’epoca ancora molto irrigidita dalla guerra fredda e dalle contrapposizioni di classe. Solo nel primissimo periodo si impegnò nella costruzione delle cose materiali necessarie a Firenze e delle risposte ai problemi sociali emergenti. Presto si dedicò, con tratti pionieristici, all’incontro di tutti in tutti i luoghi, nonché a tessere relazioni senza frontiere, convinto che i conflitti dipendessero dalla mancanza di dialogo e trattative.

La Pira intendeva il mondo come unità, vedeva nel Mediterraneo l’ attrazione dei paesi nel segno della civiltà cristiana, organizzava a Firenze conferenze internazionali per la pace tra i Sindaci di ogni continente. Il suo servizio alla Chiesa non coincideva con la diplomazia vaticana, si esprimeva nella fluviale corrispondenza con i Pontefici e nella pratica evangelica. La quotidianità di La Pira era una coreografia immersa nella fede, rivolta al presente (perché “il tempo della decisione e dell’intervento è l’oggi e subito “) senza pensare ai meccanismi della vita umana e della convivenza tra cittadini diversi. Lui sceglieva l’umanesimo della trascendenza e della grazia invece che l’umanesimo antropocentrico e terrestre. Il suo approccio politico è espresso da un episodio nella crisi del Pignone del ’53. Siccome si profilavano molti licenziamenti, scrisse a Roma “cambiate la legge, non posso cambiare il Vangelo”.

La Pira fu invasato delle Scritture e non tenne mai comportamenti laici né si preoccupò di costruire i meccanismi per convivere meglio nel tempo (a riprova promosse il Comitato per abrogare la legge sul divorzio). Con La Pira Sindaco è iniziata la parabola discendente di Firenze e del suo spirito. In più, diffondere la tesi che la lotta alla miseria e l’aiuto ai più deboli li farebbe solo il pauperismo evangelico, ha avuto una pessima influenza sulle possibilità di sviluppo di una sinistra attenta ai fatti e libera dai miti marxisti.

La terza figura, Giuseppe Dossetti (del ’13) crebbe nella politica ma fu religiosa fino al sacerdozio. Cattedratico di Ecclesiastico, collaborò in Emilia con il CLN , a luglio ‘45 per i giovani divenne vice segretario DC (di De Gasperi) e si batté per la Repubblica. Non approvando la cautela del segretario nell’essere a favore della Repubblica, a primavera ’46 si dimise. De Gasperi non intendeva imporre la scelta repubblicana, dato che il consenso alla monarchia era ampio e l’essere monarchici non precludeva l’essere antifascisti. Dossetti equiparava la scelta repubblicana ad atto religioso e riteneva intollerabile scegliere la Repubblica non per il principio ma solo per il giudizio negativo sui Savoia. Già qui spuntava l’integralismo. Poi fu eletto all’Assemblea Costituente e da luglio fu nella Commissione dei 75 per progettare la Costituzione.

Dossetti, quale esponente di punta DC, intessè rapporti riservatissimi nella Segreteria di Stato Vaticana, allora affidata al prosegretario Tardini con Montini sostituto. Le idee ispirate all’uguaglianza evangelica, accrebbero le aspettative della Santa Sede sul costituzionalizzare i Patti Lateranensi. Così Dossetti concepì l’utilizzo del PCI in appoggio all’ordinamento repubblicano segnato dai cattolici. E nel periodo di Natale ’46 ebbe un colloquio di diverse ore con Togliatti – di cui informò la Segreteria di Stato – che avviò la strategia di pressione, anche attraverso l’Osservatore Romano, per avere il voto del PCI sull’art. 7 garantendone il passaggio. Come avvenne a marzo ‘47. Nella dichiarazione di voto Dossetti disse che “il futuro sarà un secolo in cui la Chiesa non si accorderà con i principi o con i Parlamenti, ma si accorderà con le grandi masse popolari”.
L’operazione art.7 riuscì ma non quella sottostante. De Gasperi non parlò dal banco del governo per marcare che l’art.7 era un episodio e che l’accordo stabile con il PCI non era la sua linea. Di fatti, neppure due mesi dopo, il PCI venne estromesso e nacque il primo quadripartito centrista. Dossetti manifestò la sua contrarietà per mesi, senza venir marginalizzato nella DC perché rappresentava una sensibilità diffusa legata al Vaticano. Del resto, la Segreteria di Stato, in specie Montini, sosteneva l’unità della DC senza negare le distinzioni interne. Aveva colto che una DC con più anime avrebbe reso più influente una dirigenza in cui l’anima sociale aveva più peso che non appoggio elettorale. Il vero alto là al dossettismo venne dai Comitati Civici che, il 18 aprile ’48, portarono ad esprimere una volontà politica imperniata sulla libertà del cittadino e non sul partito di massa. Comunque Dossetti non si dette per vinto e poco tempo dopo, nell’elezione del Presidente della Repubblica, fece mancare i voti al Ministro degli Esteri Sforza (PRI) ritenuto troppo filo americano, di fatto favorendo l’elezione di Luigi Einaudi, percepito come liberale di principi e quindi aperto (confondendo apertura con cedevolezza).
Nei 10 mesi successivi, il nodo fu l’organizzazione atlantica anti URSS. Nella sinistra cattolica si preferiva la neutralità diffidando del sostenere il principio di libertà del cittadino. Era forte l’identità di vedute con la Segreteria di Stato vaticana, che pareva la vera ispiratrice. Dati i rapporti di Dossetti, non è chiaro chi fosse il vero ispiratore, ma era chiara la conseguenza: la consonanza con la posizione PCI. Così a dicembre il governo ebbe un incontro super riservato con Pio XII , cui seguì una pronuncia pubblica dello stesso Papa in favore del progetto Atlantico. Un importante punto di svolta del Vaticano, che intanto indusse il grosso della sinistra DC a smettere d’opporsi. Dossetti proseguì nel sollevare obiezioni per altri tre mesi e votò contro sia in Direzione che nei gruppi Parlamentari, ma in aula finì per allinearsi al Patto Atlantico (marzo ’49). Poco dopo si dimise ancora dalla Direzione DC, mentre in Vaticano maturava la linea che a luglio portò alla scomunica del PCI.

Dossetti venne rieletto in direzione quando De Gasperi fece per Guido Gonella una segreteria di tutte le correnti (primavera ’50). Tuttavia, le differenze con De Gasperi (che pure aveva definito la DC un partito di centro che guarda a sinistra) erano profonde proprio nel modo di rapportarsi alla sinistra, così che Dossetti, dopo mesi di tensioni, si dimise ancora nel luglio ’51. E’ presumibile avesse compreso che il quadro generale non era penetrabile dalla sua concezione “di massa” (il riformare la società civile riformando la Chiesa): nella politica era vincente la linea De Gasperi e nel mondo della Chiesa stava cedendo quella dei suoi amici nell’AC (vedi la crisi del ’52 trattata prima) e il rilievo di Montini. Meno di un anno dopo lasciò pure la Camera dei Deputati tornando alla ricerca religiosa a Bologna. Passarono quattro anni e il cardinale Lercaro lo sollecitò a candidarsi per sconfiggere il Sindaco PCI, secondo la prassi del cattolicesimo sociale, anticomunismo e azione partecipativa popolaresca. Dossetti entrò solo in Consiglio e a dicembre decise il grande passo: chiese al cardinale di diventare monaco. Richiesta accettata 15 mesi dopo. Negli anni ’60 Dossetti partecipò attivamente al Concilio Vaticano II quale collaboratore di Lercaro. Un suo lavoro in coerenza con la posizione di critica agli Stati Uniti, fu la redazione per il cardinale dell’omelia di capodanno ’68 con la dura condanna dei bombardamenti in Vietnam. Secondo i più, causò la repentina accettazione da parte di Paolo VI delle dimissioni presentate da Lercaro a metà ‘66 al compimento dei 75 anni. Poi, per quasi tre decenni, l’eclissi civile dei monasteri.

Come si vede i tre personaggi sono stati antilaici in modo diverso. Gedda da cattolico in religione e di tendenza determinista nella vita mondana. La Pira da cattolico estremista della fede, disattento alle strutture per convivere. Dossetti da cattolico incredulo dell’incapacità della Chiesa di riformare la società, tanto da rinunciare al mondo. Per i laici, i tre sono esperienze istruttive della mancanza di laicità. La laicità è rispetto delle diversità dei cittadini, dei fatti, del senso critico, del rifuggire il conformismo del potere. E’ tolleranza e moderazione nell’agire, con una decisa determinazione di cambiamento.

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I cittadini chiedono di cambiare, i parlamentari ci provino

Dopo la fotografia dei dati elettorali, iniziamo a riflettere sul quadro politico conseguente. C’è stata una svolta storica in chiave liberale. Per la prima volta, i cittadini, ritenendo non più credibili le proposte politiche dei soliti partiti e degli ambienti inamovibili dei gestori della macchina pubblica, hanno chiesto non un altro sistema istituzionale (la somma delle liste davvero antisistema è sul 2,2% a sinistra e sul 1,6% a destra) bensì sollecitato un funzionamento della macchina pubblica radicalmente diverso. E’ altresì evidente che i cittadini hanno dovuto esprimersi all’interno della legge elettorale 165/2017 concepita (a colpi di fiducia) al fine di escluderli, nel solco della proposta oligarchica di riforma costituzionale. Si è votato con un meccanismo farraginoso che desse l’illusione di votare le solite promesse identitarie ma che dopo consentisse il patto PD Forza Italia (FI, non Salvini) per continuare con gli stessi equilibri di potere nella macchina pubblica.

L’obiettivo non è stato raggiunto ma la volontà di svolta dei cittadini è stata imbrigliata in una rappresentanza parlamentare né maggioritaria né proporzionale. Nello spirito liberale della Costituzione, tuttavia, va preservata la volontà di vasto cambiamento uscita dal voto. Di conseguenza, mancando una maggioranza di seggi già votata, va costruita una maggioranza in aula, partendo da un accordo minimale tra le due liste del cambiamento vittoriose, il M5S con il 32,7% e la Lega con il 18% (con occhio alla terza, i FdIt, cresciuti con il 4,3%, non esplosi). Scrivo accordo minimale non tanto per i seggi risicati, ma perché le due non hanno una proposta di cambiamento coincidente. Sia per una presenza territoriale assai diversa (nazionale il M5S, prevalentemente nordista la Lega), sia per le proposte politiche (più tendente il M5S al sogno semplicistico del benessere comune, più ultra conservatrice, più anti UE, più incline alla paura della diversità dei migranti, la Lega, nonostante la prima volta in Senato di un eletto nero), sia per l’effettiva esperienza istituzionale (limitata a qualche Comune e ad una legislatura per il M5S, sperimentata da due decenni in amministrazioni regionali, municipali, in Parlamento ed in alti incarichi ministeriali per la Lega), sia per il bacino elettorale (la provenienza emotiva da sinistra di una quota robusta del voto M5S, la prevalenza della mentalità di destra nel voto della Lega, salvo la gente di sinistra scontenta di una protezione insufficiente), sia per un differente agire politico (in piena autonomia il M5S, con una struttura coalizzata la Lega, che anzi trae la sua forza proprio da essa). Una coalizione, va sottolineato, non solo tra partiti di cambiamento, ma includente Forza Italia tutt’oggi fautrice di un esito elettorale determinato dalle promesse e disattento ai cittadini (tanto che non pochi voti sono arrivati alla Lega da conservatori ostili a Berlusconi).

Questo accordo minimale avrebbe i numeri ma ha almeno due ostacoli. L’ambizione politica personale di Salvini, che intesse relazioni internazionali da Le Pen a Putin e mira oltre il fare oggi il capo coalizione. Ed inoltre la linea Berlusconi, il quale, pur dopo il sorpasso leghista, continua a spingere la tesi del primato della coalizione di centro destra – in realtà non unitaria , in termini politici o giuridici, ma una macedonia di tre liste distinte – solo per protrarre l’illiberale sistema dei cittadini rinchiusi nel recinto di quanto è loro consentito dai grandi agglomerati dei poteri economici e delle burocrazie pubbliche, alla ricerca in parlamento del voto di fuoriusciti per interesse e non per progetto. Berlusconi ribadisce in modo ossessivo la sua funzione di garanzia (appunto assicurare che lo scenario non cambi) e la richiesta, affidata in settimana ad una intervista del suo grandissimo amico, l’imprenditore Ennio Doris, di continuità con le azioni economiche del governo PD; richiesta in apparenza contrastante con le parole di attenzione all’economia libera in campagna elettorale (peraltro contraddette per anni negli atti di governo) ma corrispondente in pieno ai comportamenti tenuti nell’approvare lo scorso novembre la nuova legge elettorale così da creare le condizioni dell’inciucio PD Forza Italia. Non è un caso che la strategia di Berlusconi si completa (e si svela) con la ripetuta domanda, qualora non si raggiungano le maggioranze, di tornare subito alle urne con la legge 165/2017, che consentirebbe di riprovare il giochetto ora non riuscito. Insomma, per arrivare al governo delle due liste che hanno vinto le elezioni sollecitando un cambiamento forte, la Lega dovrebbe allentare il rapporto con Forza Italia. Il che al momento pare arduo.

In tale quadro, per mantenere la propensione istituzionale allo sperimentare la spinta al cambiamento degli elettori, non resta che il voto dell’altra lista tradizionale, il PD, purché chiuda la stagione renziana (tuttora arroccata sul bipolarismo, “gli italiani ci vogliono all’opposizione”, assurdità concettuale, salvo limitarsi al governo solitario). Dunque, ammesso che il PD volti pagina, come utilizzerà il peso parlamentare rispetto al governo di un vincitore? L’Italia, con le precarie condizioni economico sociali, non ha davvero bisogno di restare senza un governo e in mano ai ministeriali. Agevolarne uno sulla linea delle indicazioni di cambiamento degli elettori, non equivale a volere ministeri, da solo trasparenza al parlamentarismo (oltre a dare il tempo, a sinistra, per riflettere sulla identità nella società dei diversi, cosa utile a tutti se non chiusa nei miti del ‘900). Il PD potrebbe esser disponibile a dare i suoi voti per far nascere un governo imperniato sulla lista vittoriosa risultata il primo partito. Del resto, la principale proposta del M5S, il reddito di cittadinanza, purché finalizzato a condizioni di vita minime che potenzino la spinta all’attività lavorativa, corrisponde ad un’esigenza di civiltà concreta (non rifiutare gli squilibri ma impegnarsi ad evitare il loro stabilizzarsi a danno del cittadino). Ovviamente, il PD e il parlamento tutto valuteranno gli specifici intenti di questo eventuale governo per rispondere ai richiami dell’UE, in sostanza ultimativi sui problemi dell’enormità del debito pubblico accumulato e dell’incapacità di tagliare la spesa pubblica di circa 1/3 . E, aggiungo, per affrontare il punto essenziale dei mutamenti strutturali – revisione dell’impianto fiscale, riduzione delle aliquote, abbattimento dei lacci procedurali pubblici – così da rilanciare ogni tipo di attività produttiva che crei nuove occasioni di lavoro. Anche per questa via di aula, nell’ipotesi che il PD dopo Renzi ne consenta la marcia, si coglierebbero in parte le indicazioni elettorali e si sperimenterebbero progetti e modi di governare diversi da quelli fin qui adottati.

Il Presidente Mattarella ha già sollecitato i partiti a pensare al paese. Ed agirà in questa direzione. Ma si è visto sopra che il quadro delle forze in campo e delle loro posizioni mostra angusti margini operativi. Né risolve affidarsi a supposti tecnici come se il problema stesse nelle procedure democratiche. L’essenziale è che ci si muova rispettando l’indicazione per il cambiamento. E se non si riesce a fare di più, che si costruisca un nuovo strumento elettorale centrato senza rigiri sui cittadini così da poter tornare presto alle urne e scegliere. Questa volta in base ad un progetto paese e non a mere proposte per accaparrarsi il potere.

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Dopo il voto

Come previsto, i numeri dettagliati delle elezioni chiuse alle 23 del 4 marzo, non si avranno prima dell’alba del 6 marzo. Non per colpa degli scrutatori lenti ma perché la nuova legge elettorale ha ingarbugliato la lettura dei voti. In ogni caso, i risultati sono talmente evidenti da consentire una constatazione. Il PD e Forza Italia, i due partiti che negli ultimi 24 anni hanno sempre governato (rispettivamente per 12 e 9 anni in modo diretto e gli altri 3 votando governi di noti tecnici) sono stati battuti nettamente rispetto al 2013 (il PD è intorno al 19% e FI è intorno al 14%, perdendo ambedue circa il 6,5% ), a parità di votanti.

Ne conseguono alcuni dati non aggirabili. Intanto crolla il sogno – a fondamento della legge – di un governo tra PD e FI. Poi sarà in pratica impossibile raggiungere una maggioranza escludendo il M5S che, crescendo di circa il 7%, ha superato il 32% (distaccando del 14% il secondo partito). Dunque occorrerà una convergenza di più aree ed è inevitabile guardare a cosa faranno i due vincitori del voto, lo stesso M5S e la Lega che, cannibalizzando il Popolo della Libertà, ha guadagnato 14 punti percentuali. Questi due gruppi potrebbero avere la maggioranza dei seggi (di sicuro con la sponda di LeU). Ed è pressoché certo che il PD, per restare nei giochi, dovrà prima porre fine alla Segreteria Renzi. Già è stata snobbata la bocciatura dei cittadini al referendum del 4 dicembre 2016, snobbarla di nuovo aggraverebbe lo strappo democratico.

Molti si stracciano le vesti perché il M5S sarebbe senza pregresse esperienze di governo e M5S e Lega sarebbero partiti antisistema. Ma non avere esperienza di governo non può essere preclusivo, altrimenti il cambiamento pieno con il voto non potrebbe mai verificarsi. Quanto all’essere antisistema, è un parolone pronunciato a spanne. Antisistema era il PCI del 1948 che sosteneva il governo delle masse invece di quello del Parlamento e la guida del partito invece della libertà del cittadino. Oggi la massima stranezza dei M5S è rifarsi a un filosofo del ‘700 fautore dell’ugualitarismo di natura naufragato nell’esperienza storica e avanzare proposte scollegate dai meccanismi della vita reale. Mentre la Lega inclina all’ultra conservatorismo dedito alla grancassa e propenso all’isolazionismo. In realtà, si stracciano le vesti solo quelli che non vogliono cittadini decisi ad esercitare il proprio giudizio sovrano. E piangono che ieri abbiano punito gestori delle istituzioni dimostratisi incapaci di farle funzionare e di creare condizioni di vita accettabili, specie oggi che la globalizzazione ha reso rapidissimi i paragoni sui risultati.

Ora è bene concentrarsi sui problemi quotidiani e favorire i dibattiti non per fare salotto ma per risolvere quei problemi confrontando progetti alternativi e farli scegliere da chi vota. Per decidere, deve esserci una legge elettorale in mano ai cittadini e non ai padroni del vapore che la usano quale cortina di fumo a loro vantaggio. Se nella legislatura che si apre non sarà possibile una convergenza stabile su un progetto più ampio e definito, almeno si aiuti chi vorrà una nuova legge elettorale incentrata sul cittadino che consenta di tornare presto alle urne.

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Su una dichiarazione a Il Tirreno (ad Emanuele Rossi ed Antonio Floridia)

sabato 3 marzo 2018, da Raffaello Morelli ad Emanuele Rossi ed Antonio Floridia

La ringrazio per la risposta alla mia mail e per le considerazioni sul mio articolo.

Le mie preoccupazioni circa il possibile fraintendimento sono chiarite con il Suo articolo pubblicato stamani a pagina 6 de Il Tirreno.

Dato il rilevo della materia, Le faccio peraltro queste ulteriori precisazioni sull’aspetto politico di quanto ho scritto. Parto dal dire che se l’aspetto politico ha un valore (uno strumento per aumentare il peso del cittadino rispetto a quello di cui dispone con te liste senza preferenza), questo valore rimane anche se non sarà molto utilizzato in una campagna in cui la questione è stata tenuta nascosta. In ogni caso , mettere in evidenza tale aspetto ha un particolare rilievo proprio per il fatto che il principale tema su cui si dovrà impegnarsi la prossima legislatura , sarà probabilmente quello di una nuova legge elettorale imperniata sulle scelte del cittadino, senza prefiggersi di aggirarlo (questa era l’intenzione reale della 165 / 2017 imposta dai gemelli imbonitori).

Mettendo in evidenza l’aspetto cittadino, le considerazioni da Lei svolte circa il maggior peso del voto al simbolo, finiscono per non affrontare la questione del come il cittadino, nel votare, possa oggi dare un indirizzo legato alla persona del candidato uninominale ed ai suoi impegni tematici, restando con ciò più aderente alla logica costituzionale del divieto di vincolo di mandato (che il votare il simbolo non esclude ma lascia molto più confusa e incerta). Tale indirizzo sarà rilevante nelle nuove Camere. Ad esempio si tratterà di evitare le tentazioni (che ci saranno) di reintrodurre la logica del maggioritario ridotta a politica bipolare. Il maggioritario rispettoso del cittadino, può essere solo o del tipo collegio all’inglese oppure del tipo di collegio alla francese: e in questo secondo caso non può venire contraddetta (reintroducendo elementi di cesarismo) dal limitare l’accesso al secondo turno alle sole due liste prime arrivate piuttosto che ad una soglia minima di voti ottenuti.

Tutto ciò, ovviamente, nella convinzione che i sistemi elettorali non esauriscono affatto problemi della convivenza civile, ma che, senza avere un sistema elettorale funzionante in modo coerente per mettere in mano ai cittadini le scelte di fondo basate sui fatti, riemergeranno le pulsioni elitarie ed oligarchiche di potere, che l’esperienza storica ha provato non in essere in grado di funzionare al meglio e in tempi abbastanza rapidi per governare la convivenza.

La ringrazio per l’attenzione e Le invio cordiali saluti

Raffaello Morelli

venerdì 2 maro 2018, da Emanuele Rossi ed Antonio Floridia a Raffaello Morelli
Chiedo scusa se rispondo soltanto ora. Ho letto anche il suo intervento sul Tirreno.
La frase che lei indica potrebbe in effetti a prestarsi a fraintesi (è evidente che anche il voto al salo candidato nell’uninominale è “senza rischi”), ma si può comprenderne il senso.
Non mi convince la sua opinione, che peraltro rispetto, che il voto al candidato abbia un significato maggiore rispetto al voto alla lista (come motiva nel suo articolo): comprendo che dal punto di vista politico possa darsi questa lettura, ma dubito che ciò avverrà.
Il collegamento candidato-lista è tale che il voto al candidato “conta meno”, perché serve solo ad eleggere il candidato nel collegio uninominale, mentre è irrilevante per il collegio plurinominale. Mentre il voto alla lista “conta doppio”. Ragione per cui continuo a ritenere più efficace il voto alla lista (o ad entrambi, che è la stessa cosa).
Tutto ciò, come è evidente, per i candidati collegati a più liste, perché dove sia collegato ad una sola non cambia nulla.
La ringrazio per l’attenzione, cordiali saluti
Emanuele Rossi

domenica 25 febbraio 2018, da Raffaello Morelli ad Antonio Floridia ed Emanuele Rossi

Cari Professori,

stamani ho letto con una certa perplessità quanto avete dichiarato al Tirreno : “Se c’è un voto senza rischi, è quello dato unicamente al simbolo”. Mi sembra evidente che dal punto di vista tecnico ciò non è per niente vero, poiché è del tutto senza rischi anche il voto dato al candidato all’uninominale e basta. Inoltre sono senza rischi anche le altre forme di voto indicate dal Ministero.

Siccome si tratta di una questione dagli aspetti politici non banali, mi augurerei che ampliaste il Vostro testo (penso che il Tirreno vi darebbe senz’altro spazio). E chiariste che il rischio cui Vi riferite non è quello della modalità tecnica di esprimere il voto, bensì quello dell’elettore che abbia l’intenzione di fare una determinata scelta partitica, scelta che verrebbe resa meno netta qualora, applicando la novità della legge 165/2017, egli votasse solo il candidato all’uninominale (salvo il caso figuri appoggiato da una sola lista, caso in cui il rischio non sussiste).

Mi pare chiaro che, in mancanza di un simile chiarimento, la Vostra affermazione odierna assumerebbe il carattere di un invito per dare la preferenza ad un solo simbolo, il che non è previsto nella legge e che dunque sarebbe in contrasto con le Vostre comprovate professionalità.

Cordiali saluti

Raffaello Morelli

Pubblicato in LETTERE (tutte), su questioni politiche, sul tema Fatti | Commenti disabilitati su Su una dichiarazione a Il Tirreno (ad Emanuele Rossi ed Antonio Floridia)

Si può votare anche senza scegliere un simbolo ( a vari giornalisti de Il Tirreno)

mercoledì 28 febbraio 2018, da Raffaello Morelli e Mario Neri, Francesco Brancoi ed Alessandro Guarducci

Gentile Signor Nari,

Lei continua ad usare il sistema di eludere le questioni, del quale pare essere un virtuoso.

Le pare che il Suo articolo di domenica 25 non sollevi il rischio del votare solo nell’uninominale quando scrive “Se c’è un voto senza rischi, è quello dato unicamente al simbolo” e lo riprende nel catenaccio? Non scherziamo. Lei può essere convinto di ciò che la legge esclude, ma non può fingere di non esserlo.

Saluti
Raffaello Morelli

mercoledì 28 feb 2018,da Mario Neri a Raffaello Morelli

Gentile Morelli, da nessuna parte nell’articolo si parla di un rischio nel votare solo l’uninominale, proprio in nessuna. Lo rileggo.
Quanto a “menar il can per l’aia”, credo di trovarmi di fronte a un inarrivabile campione della disciplina. Inarrivabile
Saluti

mercoledì 28 febbraio 2018, da Raffaello Morelli a Mario Neri,a Francesco Brancoli e ad Alessandro Guarducci

Gentile Signor Neri,

la Sua risposta mena, come si dice, il can per l’aia. Io mi sono occupato solo dell’uninominale perché era il passaggio inesatto macroscopico dell’articolo da Lei firmato e che io ho letto essendo fra l’altro molto interessato alla materia e il promotore, a nome dei Circoli Einaudi e Modigliani, del forum svoltosi al Tirreno, nel quale sono pure intervenuto sullo stesso argomento (senza che Rossi obiettasse e senza la contrarietà di Floridia) .

Lei prova a spostare la questione sull’impostazione generale dell’articolo e cita altri servizi de Il Tirreno che non c’entrano. Io non ho fatto riferimento a questi altri aspetti, proprio perché la questione sta solo nella presenza di quella dichiarazione in termini assai ambigui (si riferisce al rischio nel votare solo all’uninominale o al rischio, facendolo , di non individuare con esattezza un simbolo preferito?). E siccome la forma del voto solo all’uninominale è prevista nella 165/2017 e nelle istruzioni ministeriali, è perfino surreale che Lei ne metta in dubbio la validità. Quanto aii dubbi costituzionali sul poter votare solo all’uninominale da Lei attribuiti ai due professori, mi permetta di dubitarne, dal momento che oltretutto non è stabilito dalla Costituzione l’obbligo del voto scegliendo un simbolo e per di più l’art. 67 sancisce il divieto di mandato e dunque il fulcro è l’eletto e non il gruppo parlamentare.

Resta dunque il fatto che sembra essere Lei dubbioso della portata innovativa (naturalmente solo sul punto) della 165/2017 e ciò può naturalmente scriverlo , ma non ammiccarci senza scriverlo e sollevando preoccupazioni per un rischio inesistente. Se a differenza de La Stampa e di altri, il Tirreno non intendesse effettuare la precisazione sulla piena legittimità e sicurezza del voto al solo uninominale, vorrà dire che non vuole svolgere la sua funzione informativa.

Con i migliori saluti

Raffaello Morelli

mercoledì 28 feb 2018, da Mario Neri a Raffaello Morelli:

Gentile signor Morelli,
è riuscito a scrivere quasi più di quanto sia riuscito a fare io ma occupandosi solo dell’uninominale. Ma lei l’articolo lo ha letto? Il dubbio sorge proprio perché entrambe le forme di espressione del voto valido che lei cita, e anche altre, sono contemplate dal servizio, peraltro corredato da una pagina intera (intera!) che riporta gli esempi più importanti di voto valido (dunque senza rischi) e voto nullo.
Inoltre, come saprà, non pochi studiosi, fra cui il prof. Rossi, nutrono perplessità sulla legittimità costituzionale del Rosatellum anche per la modalità di attribuzione del voto prevista per i casi in cui sia barrato solo l’uninominale. Dunque, per questo può essere considerato un voto a rischio. Non solo. Se ha partecipato al forum organizzato al Tirreno, ricorderà che Rossi e Floridia suggerirono il voto dato unicamente al simbolo come voto “sicuro” perché tradizionale, tipico della storia repubblicana, dunque quello grazie al quale l’elettore rischierà meno di incorrere in errore.
Ah, se dovesse esserle utile la pagina-tabellone con tutti gli esempi è rintracciabile sul nostro sito, prima e dopo il 4 marzo

http://m.iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2018/02/26/news/elezioni-occhio-agli-errori-guida-alle-regole-per-le-urne-video-1.16525651

mercoledì 28 febbraio 2018, a Francesco Brancoli, Alessandro Guarducci, Mario Neri

Care Lettere,

nell’articolo a firma Mario Neri pubblicato sul Tirreno del 25 febbraio, a pag.6, come Guida alle elezioni, dal titolo “candidato o simbolo?”, si riporta la seguente dichiarazione (ripresa anche nel catenaccio) attribuita ai prof. Emanuele Rossi, costituzionalista, e Antonio Floridia, responsabile Osservatorio elettorale della Regione Toscana : “Se c’è un voto senza rischi, è quello dato unicamente al simbolo”.

Ciò non è affatto vero, come indicano la legge 615/ 2017 e le istruzioni del Ministero. Infatti è del tutto senza rischi anche il voto dato al candidato all’uninominale e basta. Inoltre sono senza rischi anche le altre forme di voto indicate dal Ministero. Lo conferma pure quanto ha pubblicato lunedì sul Suo sito il quotidiano vostro cugino La Stampa e cioè “ Il voto espresso tracciato un segno sul nome del candidato uninominale collegato a più liste in coalizione viene ripartito tra le liste in proporzione ai loro voti ottenuti ne collegio. Così di fatto si rinuncia a scegliere una lista all’interno di una coalizione. Nel caso di un candidato collegato ad un’unica lista, il voto finisce interamente a quel partito”.

Si tratta di una questione con riflessi importanti sull’informazione ai lettori n merito alla modalità di esprimersi. Prima del 4 marzo, andrebbe perciò chiarito dal Tirreno che il concetto di voto senza rischio non è riferito alla modalità tecnica di esprimere il voto, bensì solo all’elettore che intenda fare una determinata scelta partitica, scelta che verrebbe resa meno netta qualora, applicando il nuovo sistema della legge 165/2017, egli votasse solo il candidato all’uninominale (salvo il caso figuri appoggiato da una sola lista, caso in cui il rischio non sussiste).

In mancanza di un simile chiarimento, la tesi che per evitare rischi bisogna dare il voto solo ad un simbolo, assumerebbe il carattere di un invito che non è previsto nella legge. Il che sarebbe in contrasto con le comprovate professionalità dei due professori e con il Vostro ruolo di dare notizie rispondenti al vero.

Con i migliori saluti

Raffaello Morelli

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