Un articolo che spinge al liberalismo civile

L’articolo di Luigi Mazzella ha ricevuto un titolo (“Ci sarà veramente una Rivoluzione Liberale in Italia?”) che non rende onore al suo contenuto, siccome ne da un’impressione depistante. Un conto è riferire il concetto di Rivoluzione Liberale all’epoca storica di conio dell’espressione, un conto è far pensare che, cento anni dopo, i liberali si battano per una rivoluzione – di per sé corrispondente ad un modello statico sognato perfetto – quando l’autore non ha questo intento. La sua è una rapida e sagace ricostruzione del come l’empirismo inglese nel 600 abbia affrontato la violenza nel mondo per limitarla e di come da allora è stato affrontato il medesimo problema, però spesso, specie in Italia, non sviluppando solo idee di libertà ma piuttosto ricadendo nel dibattere concezioni contrarie al metodo empirico della libertà. Tanto che l’articolo di Mazzella conclude ponendosi la domanda se la “Rivoluzione liberale” di gobettiana memoria riuscirà a elevare il tono del dibattito. Ad una simile domanda ritengo si debba rispondere in modo affermativo. Naturalmente stando all’oggi, senza nostalgie di un modello e nel quadro logico del contenuto dell’articolo, che è un quadro liberale in un’epoca successiva a quella gobettiana. Vediamo.

L’avvio dell’articolo è rilevare che lo Stato Leviatano di Hobbes era una risposta alla violenza e presupponeva l’esistere di confini per consentire allo Stato di sanzionarla. Oggi non si è colto con prontezza che le frontiere aperte della globalizzazione, redendo gli Stati molto penetrabili, hanno tolto loro la possibilità di esercitare il diritto a punire. Così si è creata una doppia realtà. Da una parte, al posto dello svuotato diritto a punire c’è l’esibire le pubbliche guerre salvifiche contro i mali del mondo; dall’altra si partecipa alla violenza con l’appalto segreto agli amici di traffici inconfessabili di ogni genere (che inquinano finanziariamente la lotta politica e il lavoro). I cittadini hanno avvertito che qualcosa non andava. E in Gran Bretagna e negli Stati Uniti hanno ripiegato sul neo isolazionismo per ristabilire le condizioni operative del Leviatano. Naturalmente, scrive Mazzella, la vita degli isolazionisti neo hobbesiani non sarà facile, perché avranno contro i gruppi privilegiati cui vengono ridotti i privilegi.

E’ vero. Però la risposta neo hobbesiana non è oggi una risposta di tipo liberale. E’ stata sì il modo con cui hanno rivendicato la loro sovranità i cittadini delusi dalla mancata attenzione verso di loro da parte di politici dediti solo a gestire il potere. Ma la giusta tesi dei liberali è che, per cambiare non ricorrendo alla violenza e assicurando più libertà ai cittadini, occorre avere un progetto alternativo. I neo hobbesiani dimenticano di doverne avere uno oppure, qualora pensino che sia quello isolazionista, scordano che storicamente si è già mostrato inadeguato ad accrescere la libera convivenza dei cittadini. Dunque, per rispondere affermativamente alla domanda dell’articolo, occorre far chiarezza su quale replica coerente dare alla forte richiesta di sovranità civile.

Al riguardo, sorvolo sui cenni dell’articolo alle mancanze politiche del PLI storico (rilievi poco sagaci, visto che limiti ci furono ma di schieramento più che di cultura; difatti il PLI, coerente con il liberalismo, respinse ogni tentazione di destra nelle robuste versioni degli anni ’60, fece analisi esatte sulla situazione politico istituzionale – si pensi a quelle sui pericolo finanziario indotto dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica e sul sommario realizzare le regioni – largamente suffragate dai fatti nei decenni successivi, fu per almeno un anno il solo partito a schierarsi ufficialmente a favore del divorzio). Ed anche sorvolo sui cenni ai difetti delle burocrazie UE (rilievi di ridotta sagacia in quanto quei difetti esistono davvero, eppure l’UE resta tuttora lo sforzo più coerente al mondo – con il suo metodo del a passo a passo – di escludere gli assolutismi e di puntare alla prospettiva di rendere più liberi i suoi cittadini con l’ascoltarli in modo crescente). Tocco invece quello che ritengo essenziale nel ragionamento dell’articolo.

Il conformismo degli italiani ha certo radici antiche e profonde. Ma non è indistruttibile, se si affronta apertamente come malattia da curare e non come attitudine da sfruttare in campo elettorale al fine di conquistare il potere. Perché in fondo la questione italiana ruota tutta sulla percezione parecchio errata (in base all’esperienza) della funzione della politica nel convivere. Si pensa che la politica sia solo strumento di potere. Pensarlo agevola chi considera i cittadini dei sudditi da governare col potere senza idee (per cui va conquistato). Il ’68 incarnò l’interesse a conquistare il potere più che a indicare una linea per far crescere la sovranità del cittadino.

Se, invece del farsi intimidire dal conformismo indistruttibile, si riflette senza pregiudizi su quello che è oggi il liberalismo, ci si accorge agevolmente che la risposta al quesito finale dell’articolo può essere positiva, proprio perché oggi, in giro, è più forte di prima la richiesta di affidarsi al cittadino. A condizione che il liberalismo non stia in panciolle ad ascoltare le sirene dei sondaggi sulle intenzioni di voto (oltretutto predisposti a tavolino da mezzi di comunicazione restii a dare notizie corrispondenti ai fatti). Oggi, i liberali hanno ascolto se propongono senza timidezze idee liberali, fisiologicamente imperniate sul cittadino. Il liberalismo è un quadro ormai lontano dalle utopie religiose ed ideologiche (rivelate dalla ricerca del modello perfetto) che invece pervadono la cultura del nostro paese. La quale è avvinta al buonismo della vita facile, del bene comune, della concordia umana, dell’autorità socialmente rassicurante, dell’insofferenza per le regole, ed attentissimo a non considerare l’individuo cittadino il motore delle decisioni pubbliche e loro punto di riferimento.

Oggi la cultura liberale è divenuta l’opposto del buonismo, ovviamente non perché preferisce il male, ma perché ha un legame indissolubile con ciò che avviene davvero. E quindi non prescinde dall’esperienza derivante dai fatti. Che ha messo in evidenza una cosa: il metodo più efficace per consentire alle istituzioni di adeguarsi al passar del tempo consiste nell’affidare il decidere i cambiamenti opportuni, nelle regole e nelle iniziative pubbliche, alle scelte strette ai fatti (e ripetute) di tutti i cittadini conviventi all’interno di quelle istituzioni. Tale metodo per dirimere i conflitti tra progetti discordanti è l’unica possibile alternativa sperimentata al ricorso alla forza fisica adoperato da sempre.

I liberali devono sempre più affermare che tra le cosiddette società civile e politica non esiste la supposta separazione e tanto meno la contrapposizione propalate con tanta enfasi sulla stampa per lunghi anni (in ossequio al conformismo dei potenti). I cittadini non possono sottrarsi, anzi hanno forte interesse, ad impegnarsi per elaborare un progetto politico operativo che allarghi la sovranità del libero cittadino nel decidere regole ed iniziative pubbliche del convivere e che intenda farlo con un metodo applicato di continuo alla realtà in essere. I liberali devono insistere, senza impazienza ma con fermezza e cercando le convergenze possibili per arrivare alla maggioranza in Parlamento, sull’essenzialità della metodologia individuale – con l’apporto di chiunque senza distinzione di competenze ­– nel plasmare e nel gestire le istituzioni in modo che siano il più possibile efficienti nell’erogare servizi e garantire uguali diritti a cittadini diversi. Permanendo l’esigenza di ambiti statali in cui vivere, anche nell’epoca della globalizzazione, o meglio soprattutto.

L’obiettivo liberale di fondo è far divenire chiaro tra la gente che gli attori politici sono l’uso del territorio circostante e la miriade degli individui cittadini, i quali, confliggendo democraticamente, formano istituzioni con le regole, prendono decisioni provvisorie, ne sperimentano i risultati, assumono ulteriori decisioni di cambiamento. Altri concetti collettivi fin qui usati – tipo il tutto mondialista, le ideologie, le classi, le oligarchie, le religioni, la comunità. l’indottrinamento conformista, l’unità, l’ossessione a prevedere ogni cosa, l’esaltare l’utopia emotiva – appartengono alla sociologia di ieri e sono strumenti inadatti ad affiancare il passare del tempo. Solo la libertà e la diversità possono riuscirci.

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Sulla nuova legge elettorale ora proposta (ad Antonio Pileggi)

Il NO al referendum del 4 dicembre 2016 è stato decisivo sotto tre aspetti. L’elevata partecipazione al voto popolare. La sconfitta del tentativo oligarchico di introdurre concezioni accentratrici. L’aver dimostrato che il robusto appoggio di larga parte di stampa e della TV nel diffondere il conformismo di governo non inganna i cittadini fino in fondo. Le ragioni di quel successo verrebbero violate se ora il Parlamento non le confermasse varando la nuova legge elettorale. I meccanismi elettorali possono legittimamente essere vari . Tuttavia è assolutamente necessario che vengano rispettati due principi cardine della libera democrazia rappresentativa.

Uno è l’inalienabile diritto del cittadino elettore , qualunque sia il sistema elettorale – un collegio uninominale maggioritario oppure circoscrizioni con liste concorrenti proporzionalmente – di poter votare sia una lista che il suo candidato preferito. Ciò comporta che, qualora siano previsti in contemporanea il collegio uninominale e le liste concorrenti, i due rispettivi voti devono restare distinti l’uno dall’altro; ed inoltre che, in ogni caso di voto mediante liste concorrenti, nessuna di esse può essere in alcun modo bloccata riguardo all’ordine di elezione. Non rispettare tale diritto significherebbe ledere la rappresentanza del cittadino.

L’altro decisivo principio è che, nel caso il sistema elettorale siano le circoscrizioni con liste concorrenti proporzionalmente, il criterio della rappresentanza può essere solo un po’ temperato da quello della governabilità ma non da questa dominato, se non si vuol limitare il normale confliggere democratico. Ciò comporta che nell’assegnare i seggi, i premi dovranno avere una soglia di assegnazione per scattare in una quantità ragionevole e l’esclusione potrà esserci sotto una soglia di pochi punti percentuali. Altrimenti il vantaggio riconosciuto alle formazioni che ottengono più suffragi – o con il premio in seggi ai vincenti o con l’esclusione di qualche lista – in alto favorirebbe troppo alcuni e in basso penalizzerebbe troppo alcuni altri. Il che ancora una volta lede la rappresentanza del complesso dei cittadini.

Sostenere il rispetto di tali due criteri discende dalla convinzione che va sempre combattuta la guerra contro le concezioni politiche delle visioni assolutistiche della vita. E dalla certezza che i meccanismi della libertà devono essere mantenuti funzionanti di continuo nel rispetto dei bisogni di partecipazione attiva dei cittadini nel quadro delle regole costituzionali.

Solo con una simile consapevolezza e il conseguente impegno, si può evitare il ripetersi del rischio di proposte subdolamente autoritarie, quali il partito della nazione o la sovranità senza cittadini.

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Il disaccordo e il caso Catalogna

Il disaccordo tra i cittadini che non rispetta le norme costituzionali della libera convivenza, spinge alla frammentazione civile irragionevole, la quale agevola il rinforzarsi del populismo. Che è l’ansia di cambiare non all’insegna della libertà del disaccordo ma rifiutando tutte le istituzioni della libertà – le persone e gli strumenti – nella vana illusione che dichiarare l’intento di esser liberi e di voler migliorare il modo di governare, basti a realizzarli, anche a prescindere dall’avere progetti operativi definiti e coerenti per arrivarci.

 

In Italia il populismo è purtroppo radicato nella società. Una volta era con il giustizialismo, più di recente con le versioni parolaie rappresentate in parlamento dalla Lega e dal M5S e diffusamente con la mentalità corrente nei giornali. Basti vedere il modo di presentare il referendum catalano. Concentrato sull’ingigantire le tensioni in strada e sul cosiddetto scandalo del divieto di Madrid ai catalani di esprimere la loro volontà. Si è quasi del tutto omesso di illustrare le chiare ragioni del dissenso tra il Governo di Madrid e quello di Barcellona, che vertono da tempo sul rispetto della struttura costituzionale spagnola. Un’omissione non casuale. Per i giornalisti non contano le strutture della libertà nel convivere, conta non chi propone ma chi grida di più, nel caso i manifestanti catalani indipendentisti.

 

In poche parole, diffondono l’idea la libertà sia assenza di regole e un diritto dovuto ai cittadini uniti in un sogno. Eppure la Corte Costituzionale spagnola dal 2010 ha ripetutamente bocciato per incostituzionalità le aspirazioni separatiste della Catalogna e di nuovo poche settimane fa ha dichiarato incostituzionale il referendum voluto da Barcellona (per questo, alla fine, il re Felipe ha definito sleale il comportamento di Barcellona).

 

I giornalisti non vogliono intendere che la libertà civile non è un diritto dovuto, lo sarebbe solo nel clima irenico del tutti uguali e buoni, che non può esistere. La libertà civile è una costruzione umana che va edificandosi da alcuni secoli utilizzando meccanismi sempre più definiti, tra i quali, più di recente, si è iniziato ad introdurre anche il principio del disaccordo, un principio rilevante ma che funziona esclusivamente se il conflitto resta nelle regole. Eppure i giornali non hanno condannato la violazione intenzionale e totale delle norme di convivenza della costituzione spagnola da parte del Governo di Barcellona. Tutti a strapparsi le vesti per gli episodi di violenza verificatisi (attribuiti solo a Madrid) e non uno a rimarcare che, se c’è stata una cosa straordinaria, è semmai che i due contendenti finora non hanno fatto ricorso a forme di violenza estreme.

 

E poi il diluvio di critiche piovute sulla UE per ciò che è stato bollato come il silenzio assordante sulla vicenda. A parte servizi in video professionalmente adatti a telecronisti di eventi sportivi, lo evidenzia quanto hanno scritto anche diversi esperti di questioni internazionali ed europee del più equilibrato (di solito) quotidiano italiano. “Le pressioni secessioniste e indipendentistiche non hanno nulla d’irresistibile: sono gestibili e contenibili, se affrontate con la politica – Scozia e Quebec docent” oppure “Dall’Ue ci sarebbe da aspettarsi di meglio; per rispetto di democrazia sostanziale e per lungimiranza strategica”. Oppure “anche gli eurodeputati hanno capito che non si può più girare la testa dall’altra parte”. Queste persone scrivono confondendo cose non paragonabili. Infatti in Inghilterra e Canadà le norme non vietano per niente i referendum sull’indipendenza, ecco perché i referendum sono stati fatti in Scozia e in Quebec e nel merito sono in corso trattative da anni. Ma questi giornalisti continuano imperterriti ad agitarsi sostenendo il valore assoluto del voto referendario anche dopo che l’UE ha dichiarato che il referendum catalano è incostituzionale e che se “un giorno dovesse esserci un referendum in linea con la Costituzione, una Catalogna indipendente finirebbe fuori della UE”.

Quello che sfugge a chi da le notizie in questo modo, è che votare in quanto cittadini non è mai un moto dell’anima, al pari di cantare, amare, mangiare o bere, è prendere parte ad una procedura prestabilita per convivere. Il punto ineludibile è che il voto per scegliere l’indipendenza non è consentito dalla Costituzione Spagnola e dunque il disaccordo non può esprimersi utilizzando il mezzo referendario. E’ del tutto lecito essere in disaccordo nel mantenere unita la Spagna e puntare all’indipendenza della Catalogna. Non può invece rientrare in una procedura di libertà l’obiettivo confermato di continuo dal Governo di Barcellona di ottenerla con un referendum incostituzionale (“il nostro referendum non è consultivo”) e annunciando di volerla proclamare unilateralmente il 9 ottobre.

E quando quello stesso mondo giornalistico pontifica dicendo che la questione catalana è un problema europeo, dimostra solo di pensare all’UE come la solita aggregazione di potere che tutto decide nei suoi territori e non all’UE come ad un qualcosa che, per la prima volta nella storia, agisce in base alle regole di relazione, non di potere (e perciò si è dimostrata forte nel non dare risposte su temi non di sua competenza). Analogamente, la mediazione UE richiesta dal Governo di Barcellona, è concettualmente patetica, dato che se vuoi l’indipendenza non devi subito cercare l’ala protettiva della mamma. Il disaccordo ha il pieno diritto di esistenza nei sistemi liberi ma non può uscire dal rispetto delle regole, altrimenti regredisce all’epoca dell’uso della forza fisica come argomento dirimente dei contrasti pubblici.

Sgombrato il campo dalle confuse contraddizioni sul come usare il disaccordo nell’ambito della libertà, allora e solo allora, si può legittimamente discutere se il governo di Mariano Rajoy abbia gestito politicamente al meglio tutti gli ultimi mesi. Quando, nel mentre teneva giustamente il punto sulle regole, non si è preoccupato di trovare il modo politico per favorire lo spostarsi delle spinte separatiste lungo sentieri compatibili con i criteri della libertà tra cittadini diversi.

Il fatto è che l’azione politica liberale per dare l‘opportuno rilievo al disaccordo nei processi decisionali pubblici, trova forti ostacoli non tanto in chi non condivide esplicitamente questa tesi, quanto nel mondo mediatico. Un mondo che al giorno d’oggi è invasato dalla logica di twitter , dei social network e dei selfie, e riduce la politica (forse persino più del voluto) ad immagini e sogni, iperboli e sfide. Però il lavorare davvero al migliorare la convivenza dei cittadini richiede di agire su tutta un’altra lunghezza d’onda.

 

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IL DISACCORDO, IL CONFLITTO e IL COMPORLO RISPETTANDO LE REGOLE

In un mio precedente articolo ho citato il concetto di diversità individuale e di conflitto democratico . Ho scritto che gli effetti del ricorso alla libertà dipendono dalle regole scelte per relazionarsi tra cittadini diversi in base ai risultati del conflitto democratico. Dal punto di vista liberale, questo concetto è la base del vivere insieme. Per i (purtroppo) tanti che non hanno questo punto di vista, sono utili osservazioni aggiuntive.

Parto dal constatare che ogni cittadino è diverso dall’altro. Ciascuno ha in comune con gli altri moltissimi parametri fisiologici e di funzionamento organico; però differisce dagli altri su un numero anch’esso molto alto di peculiari caratteristiche personali, che aumentano a dismisura con il passare del tempo, con l’accumularsi delle esperienze vissute materialmente, con il maturare delle specifiche inclinazioni mentali. Il concetto delle diversità, fondato sul percepire i fatti reali, è emerso con estrema lentezza. Per millenni non è stato la sorgente da cui organizzare le strutture per la convivenza degli esseri umani e solo nei secoli recenti – in specie dal ‘600 con l’empirismo inglese – ha iniziato a svilupparsi tra mille difficoltà districandosi tra i fitti lacci costituiti dalla mentalità e dalle strutture, frutti persistenti delle precedenti concezioni.

 

Prima che si formasse il concetto delle diversità, il presupposto per metter su le strutture in cui vivere erano i criteri unificanti della realtà, quasi si volesse riprodurre l’idea delle parti comuni tra gli esseri coinvolti in quelle strutture. Quindi si consideravano gli umani non diversi tra loro quali individui ma sostanzialmente uguali. E in ogni caso da rendere uguali mediante una credenza comune.

Nei secoli tale credenza comune ha avuto tante tipologie, per cominciare a carattere soprannaturale e religioso, poi inclinata anche al riconoscersi in un capo terreno chiamato in mille modi, dopo dedicata all’inculcare i precetti di una ideologia stella polare del convivere tra umani. Insomma, la vita di ciascuno doveva essere dedicata all’affidarsi ad un’autorità, che fosse un capo, un’oligarchia, una forma di potere dominante in base a motivazioni di natura fideista. Lasciando pochissimo spazio, molto spesso nessun spazio, al principio di singolarità del cittadino. Perciò, il clima del convivere era formato da un miscuglio religioso ideologico, che intendeva costituire una società organica, di per sé statica nonché considerata definitiva. Coloro che non si riconoscevano in tale clima in quanto sostenitori di altra credenza con altri capi e diversi poteri, erano nemici da combattere in ogni modo, guerra compresa. La forza fisica era in ogni caso l’argomento dirimente. L’idea di pace era diffusa come sogno riservato a chi accettava la verità che gli veniva imposta. Di conseguenza, anche all’interno della medesima area di potere, le relazioni erano improntate al conformismo su quanto indicato dal potere. Nella vita pubblica era permesso solo l’essere d’accordo. Chi non lo fosse, era un eretico e un ribelle, da allontanare in qualche modo dalla convivenza della comunità.

 

Il passaggio al concetto delle diversità ha mutato paradigma, con effetti destinati a crescere al passar del tempo e ad evolversi, ma tuttora in evoluzione. L’innesco è stato introdurre l’utilizzo della libertà umana nella convivenza dei singoli e dei loro insiemi. Ciò ha iniziato a mettere in più stretta relazione ai meccanismi del vivere, al conoscere attraverso l’astrarre mediante l’osservare il mondo con il metodo sperimentale e al verificare le conseguenze delle iniziative prese. Non per caso, lo svilupparsi della diversità e della libertà mostra un sostanziale parallelismo con il crescere della scienza. E come nel caso della scienza, il motore dei cambiamenti è adoperare la metodologia individuale accompagnata dalle continue valutazioni da parte degli altri individui conviventi.

 

Con il nuovo concetto della diversità e della libertà, il metro delle decisioni pubbliche è divenuto sempre più non l’assuefarsi ai voleri di chi detiene il potere pena il perdere la testa, bensì farlo contando le teste dei cittadini. A lungo si è pensato il contare come l’unico compito della democrazia e la democrazia come il progresso risolutivo. Poi si è toccato con mano che la democrazia da sola è un progresso limitato ad un meccanismo quantitativo, il quale di per sé non garantisce l’evolversi al passar del tempo, e pertanto rimane nella vecchia dimensione logica del potere che non assicura la libertà. Contare le teste e non tagliarle è essenziale ma contare le teste non è sufficiente, se non viene posto il vincolo che, anche dopo contate le teste una volta, sarà obbligatorio continuare a farlo anche le volte successive. Questo è il vincolo che consente l’esprimersi della diversità e della libertà dei cittadini. In pratica ogni decisione e ogni scelta, per quanto importanti, devono esser prese pensandole per lo più potenzialmente provvisorie.

Ad oggi l’esperienza pluridecennale ha accertato che le istituzioni ispirate alla libertà dei cittadini tra loro diversi funzionano con modalità tipiche. La partecipazione non può essere un galateo rituale. Deve essere uno scambio di opinioni tra i cittadini allo scopo di discutere con l’obiettivo finale di scegliere secondo le regole Se non è questo, allora resta una partecipazione nominalistica propria di realtà contraddistinte dal rifarsi ad una autorità indiscutibile, anche quando legittima civilmente – come quelle comunitarie d’ogni tipo. Quindi non è neppure democrazia vera.

 

Lo scambio di opinioni tra diversi è connesso al conflitto democratico tra i rispettivi progetti e alla provvisorietà delle scelte che ne seguono. In pratica, è un sistema di prova e di verifica delle idee e dei progetti, che costituisce il binario guida per governare il conflitto. Non è un sistema perfetto. E’ quello che funziona meglio di ogni altro e fornisce i risultati ottimali finché l’attenzione ai fatti e ai diritti dei cittadini non porta a nuove scelte (analogamente alla scienza, che è scienza solo quando è falsificabile).

 

La spinta della libertà, fondandosi sulla metodologia individuale, non solitaria ma scrutinata di continuo dagli altri individui, sulla normalità del disaccordo che ne consegue, sulle scelte in pratica provvisorie, porta a far sì che l’idea di crisi non sia più un diabolico sintomo di perdita e di sconfitta bensì la condizione in larga parte normale del convivere restando aperti al cambiamento, di ciascuno e delle strutture in cui viviamo. Porta a far sì che la stabilità non abbia più il senso abituale del descrivere una struttura immobile ma si riferisca a qualcosa pronto al trasformarsi conservando una ampia probabilità di mantenere i suoi caratteri principali. Porta a far sì che la sicurezza non abbia più un senso unitario ma si articoli in vari gradi di ambiti di riferimento, divenendo un sintomo di rilievo politico solo quando attiene al malfunzionamento diffuso delle strutture pubbliche nel garantire i diritti dei cittadini. Porta a far sì che il conoscere non possa mai trasformarsi in un processo separato dall’essere umano nel suo rapporto con il mondo, equivocando sulla natura dell’intelligenza artificiale, mediante il teorizzare che un potente supporto dell’organismo possa divenire un’entità autonoma dall’organismo.

 

Nel complesso, nel nuovo quadro della diversità e della libertà che si diffondono, il disaccordo tra i cittadini è fisiologico e di volta in volta trova composizione nel condividere l’analisi della situazione, il metro dei risultati e un progetto minimo per agire nel rispetto della cornice istituzionale. Proprio per tale caratteristica, peraltro, il buongoverno istituzionale diviene nella vita pubblica un discrimine più netto di quanto lo fosse prima. Perché se per un tempo prolungato il buongoverno non arriva e insieme non si profila un’alternativa praticabile, il disaccordo facilita la frammentazione civile irragionevole. E questa frammentazione facilita il non seguire più i ritmi della libertà, dato che ogni individuo o gruppo arriva a non accettare più la diversità dell’altro e degli altri.

 

Sono situazioni molto pericolose per la libera convivenza. Bisogna ricordare che dal cambio di paradigma del passaggio alla libertà, si può sempre tornare indietro. E in più ricordare che nella storia questo passaggio non è stato mai attuato senza l’uso della forza. Dunque, se non si vuole revocare l’adozione del sistema della libertà tornando all’epoca della forza fisica come argomento dirimente, i disaccordi vanno composti secondo le regole di libertà imperniate sul metodo individuale scelto in base all’esperienza, e non secondo i sogni e le pretese impazienti di ciascuno, singoli o gruppi, giuste o sbagliate che si ritengano. Altrimenti, il disaccordo dimentica le proprie radici operative nelle regole e regredisce allo scegliere il criterio di affidarsi, invece che alla libertà, alla forza, fisica e della piazza, per imporre le proprie ragioni.

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Al Convegno del Cattolicesimo politico alla Domus Mariae

Quale invitato trovo il clima di qui molto positivo: si discutono idee e progetti politici. Il che oggi è un evento. Questo clima non toglie che voi e noi siamo fautori di due diversi approcci culturali al convivere. Per noi liberali ciò è fisiologico, essendo convinti, per esperienza, che ciascun cittadino è differente in sé e nel tempo e che, quindi, per rendere migliore il convivere, occorre raffinare l’estendersi della libertà dei cittadini in ogni ambito territoriale. Sosteniamo il principio enunciato dal grande scienziato Laplace rispondendo a Napoleone “non ho bisogno dell’ipotesi dell’azione del Creatore”.

Gli effetti del ricorso alla libertà sono a cascata, sono certi ma non automatici. Dipendono dalle regole scelte per relazionarsi tra diversi e da adeguare in base ai risultati del conflitto democratico. Così si innesca la libertà di esprimere la propria capacità di intraprendere innovando – avviene in ogni campo del vivere ­– che a sua volta innesca in economia la crescita non monopolistica, da mantenere in equilibrio sotto vari profili. Uno in particolare. La diversità dei cittadini è connaturata nella loro libertà ma postula anche la loro uguaglianza nei diritti. Pertanto, quando le politiche dei “grandi” o dei politici locali o dei finanzieri, enunciano saggezza e teorica ragionevolezza ma quale effetto secondario diminuiscono l’uguaglianza dei cittadini nei diritti e non se ne preoccupano, allora si verifica l’aumento del distacco dei cittadini toccati dall’aver meno diritti. Un aumento che diviene esponenziale quando la diminuzione dei diritti individuali supera un certo livello.

Avviene così con la globalizzazione concepita dalle corporazioni mondiali e da chiunque tenda a trasformarsi in leader civile, senza averne l’investitura, anzi snobbandola (esemplare al riguardo il pericoloso intento oligarchico della proposta di modifica della Costituzione). In tutto l’occidente quando si riesce ad attivare la libertà ma non si reagisce al formarsi di diseguaglianze rilevanti nei diritti, gruppi di cittadini sempre più ampi hanno una sfiducia sempre più larga verso le istituzioni, i gruppi dirigenti e le burocrazie pubbliche. Questo è, per i liberali, il meccanismo che origina il populismo.

Ora è evidente che tali gruppi di cittadini avvertono di aver meno diritti nell’esercitare la loro libertà di quanto sarebbe ragionevole avessero rispetto alle diverse capacità di altri conviventi, che, spesso, non sono tali da giustificare la differenza. Ma è altrettanto evidente che la loro protesta \non intende fondarsi su regole o meccanismi alternativi con lo scopo di ridurre lo scarto nei diritti. Restano calmi in superficie, ma esprimono rabbia, non curano la progettualità specifica e pensano di ridurre lo scarto nei diritti combattendo le istituzioni e i politici. In altre parole, non rendendosi conto che istituzioni e politica sono gli argini più robusti creati dagli esseri umani per rendere proficua la convivenza tra cittadini fisiologicamente diversi, fanno come quelli che, per rabbia e paura di cadere, segano l’albero su cui sono.

Il pullulare di un simile populismo non è però un destino cinico e baro. Deriva soprattutto dai suoi mandanti, cioè anche da quegli inconsapevoli che, per molti anni e con diverse formule, hanno governato preoccupandosi di come gestire il potere e i suoi privilegi conservandoli il più possibile, senza pensare a regole istituzionali e ad iniziative operative centrate sulla vita del cittadino. Sono i mandanti del populismo perché hanno mostrato un assillo esclusivo. Non rivolto ai cittadini ma a vincere le elezioni ad ogni costo. Vincerle non in base di progetti di governo sulla convivenza ma ammannendo illusioni e prebende accompagnate a falsificazioni dei fatti e della contestualizzazione storica. Si pensi a Berlusconi che continua ad evocare il pericolo comunista quando già 50 anni fa, in Direzione PLI, neppure io come minoranza, potevo accusare il segretario Malagodi di dire sciocchezze simili. E allora il PCI c’era davvero.

Per battere il populismo occorre governare al meglio la cosa pubblica. Ed è su tale punto che intanto, prima dell’ indispensabile coerenza nel comportarsi, incide parlare delle idee e dei progetti come qui oggi.

Per noi liberali vanno seguiti alcuni criteri ed alcuni specifici punti. Tra i criteri, il primo è non nascondere mai la realtà e i problemi reali ai cittadini, i quali con diverse capacità e indoli sono sempre i titolari della decisione. L’indorare la pillola non deve mai giustificare l’inganno. La libertà non si estende con l’utopia o con il conservare immutato il presente cristallizzato. Un altro criterio è impegnarsi al massimo sull’obiettivo di avere istituzioni funzionanti e sollecite ad ogni livello così da agevolare il libero relazionarsi dei cittadini nelle loro poliedriche attività. Le istituzioni si articolano nei meccanismi e nelle persone addette a curarne il moto. E queste vanno selezionate in base alla capacità rispetto al compito loro affidato, non in base ad altre caratteristiche non attinenti, quali il genere, la razza, il credo, la convinzione politica. La caratteristica della parità di genere non va applicata a livello dei singoli ma solo nei settori in cui i rilievi statistici denunciano un prevalere di un genere sull’altro ingiustificabile rispetto al compito (quindi, almeno al momento, non è scandaloso che partoriscano solo le donne).

Un ulteriore criterio rilevante è dire no alla retorica dei giovani ma incentivare senza tregua la circolazione dell’esperienza e delle energie nuove. Per riflettere su grandi problemi tipo il calo delle nascite.

Tutti questi criteri determinano punti essenziali del nostro convivere. Iniziamo con la funzione pubblica dell’educazione fino all’università. I futuri cittadini vanno formati per essere in grado di maturare le nozioni necessarie e il proprio spirito critico per accrescere la possibilità di risolvere i problemi che nella vita si presentano in forme sempre nuove. Noi liberali sosteniamo da tanti decenni che agevola un simile obiettivo abolire quel valore legale del titolo di studio, che spinge alla valutazione da parte dei soli corpi esistenti e riduce moltissimo, se non esclude, quella del rapporto con la realtà. E, a livello universitario, ci pare sempre più necessario pensare a sostituire buona parte del metodo del concorso per accedere all’insegnamento con quello della chiamata da parte dei singoli atenei, che favorirebbe le diverse capacità e servirebbe a stabilire più forti legami con le realtà finanziarie esterne.

Nel campo dell’economia, è indispensabile dare la massima cura a realizzare la cornice più adatta allo sviluppo della rete dell’intraprendere e del lavorare indispensabile per far fronte alle sfide di rapidità e di innovazione internazionali, quelle attuali e quelle in prospettiva, nell’ottica di arginare la deriva finanziaria e irrobustire produttività e innovazione. Pertanto, si riprenda lo spirito dell’UE costruita a passo a passo che fu degli inizi (non solo per merito dei cattolici), che si è un po’ ingarbugliato a Maastricht, ma che rimane tuttora, a completa differenza dell’ONU, il massimo sforzo per costruire dal basso istituzioni flessibili non solo sul potere degli stati ma progressivamente sulle decisioni e sulla partecipazione dei cittadini. Noi pensiamo sia giunto il momento di smetterla con le stucchevoli polemiche tra solidarietà e austerità. Per i iberali è chiaro che è assurdo intendere l’austerità come necessaria e insieme sufficiente. Se si sono create situazioni che spingono molti cittadini a condizioni di disagio, tutti i conviventi hanno interesse a risolvere il disagio di alcuni (infatti Kohl, al momento della riunificazione delle due Germanie , decise l’irrealistico cambio delle monete alla pari). Quindi l’austerità è necessaria ma non sufficiente. Però la non sufficienza impone la condizione che vengano rimosse le cause di quel disagio, a cominciare da quelle istituzionali. La solidarietà correttamente intesa induce a non considerare sufficiente l’austerità, ma non deve servire mai a teorizzare che il funzionamento delle istituzioni di un paese è una variabile ininfluente nel meccanismo di costruzione UE.

Quasi analogamente, in Italia occorre estendere la rete protettiva del lavoro e delle sue tutele ma non si deve confonderla con la pretesa che il lavoro venga prima di tutto, anche prima della struttura economica e fiscale che consente di crearlo. Anche le liberalizzazioni, che giudichiamo importantissime, non sono una parola senza contenuto. E’ perfino peggio passare a enti di diritto privato che dietro la maschera conservano la gestione in mano pubblica o alla dominante influenza pubblica. I settori e le aziende privatizzate devono essere gestite dai privati che rischiano i loro soldi per produrre al meglio sui mercati, in assenza o quasi di supporto pubblico all’infuori delle infrastrutture.

E poi c’è il grande problema dell’enorme debito pubblico accumulato. Che non deve servire a rimpallarsi le responsabilità. E’ urgente acquisire la consapevolezza che non ci si può drogare nel sogno di ridurlo solo tramite la crescita del PIL, la quale resta ben lungi dall’acquisire un ritmo utilizzabile al riguardo. Non agire apertamente per ridurre il debito con diversi accorgimenti tra i quali l’aiuto di tutti in proporzione, costituisce nella realtà un vero e proprio attentato alla sovranità del cittadino che non può sperare di vivere autonomo ancora per molto, dato che è orami in vista una consistente diminuzione degli acquisti dei titoli pubblici da parte della BCE.

Tratteggiati i criteri e i punti per noi importanti, resta l’interrogarsi sul cosa fare alle politiche del 2018. L’argomento evidentemente non si può esaurire prima di sapere quale sarà l’esatta legge elettorale.

Tuttavia penso sia possibile trovare un punto incontro. Partendo da una importantissima ovvietà: la giustizia penale non può essere la normalità della vita democratica. La normalità sono le valutazioni reiterate del voto dei cittadini. Naturalmente deve funzionare bene anche la giustizia penale, ma occupandosi dei reati commessi o che si stanno per commettere materialmente, non sulla ricerca sbandierata della eventualità che forse potrebbero essere commessi. Perché quando succede questo – ed è avvenuto tante volte – si mette in moto una procedura (oltretutto costosa) che finisce, anche non volendolo, per spingere all’oligarchia irresponsabile. Che pretende di agire nel nome del popolo ma viola l’effettiva sovranità del cittadino.

A noi pare che il nostro punto di incontro è possibile e sarebbe utile. Tra due culture diversamente attente ai fatti, senza utopie. Ambedue dichiaratamente avversarie del presentismo che tutto vorrebbe assorbire. In Italia la sinistra, di influenza marxista o religiosa senza spiritualismo, ha dimostrato di non essere capace di governare per il cambiamento in nome del cittadino. E lo diciamo noi che siamo stati tra gli 11 fondatori dell’Ulivo ma che abbiamo preso atto del rifiuto di preparare da allora un’alternativa al centro destra articolata in precisi progetti.

 

In questa nostra ricerca del punto di contatto, non dovremmo eludere problemi oramai maturi, anche se tradizionalmente divisivi, tra il mondo liberale e quello cattolico. Di questi, il principale è il separatismo Stato religioni, che non ha il sapore stantio dell’anticlericalismo di una volta bensì costituisce la consapevolezza che la cosa pubblica, vale a dire la gestione dei rapporti di convivenza tra uomini liberi, può fondarsi solo sul seguire le decisioni dei cittadini stessi, credenti e non credenti, e non di una qualche autorità. E in giro ci sono tuttora ambiguità e inganni che richiedono un impegno deciso a rimuoverli per ottenere un’ampia credibilità . Senza nostalgie. Che pure oggi sono riecheggiate.

Guardando ai decenni passati, del resto, ci pare innegabile che quando è stato trovato il punto tra la DC partito di cattolici, e il PLI, l’Italia ne ha tratto giovamento. Il filone è quello innovativo (tra i cattolici) di De Gasperi, con grande lungimiranza e non minore generosità nel riconoscere valore ad una collaborazione, non declamata ma realizzata. Pensiamo che quel filone resti un sempreverde.

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Sul come valorizzare a Livorno il senso del ridicolo

Il direttore artistico del Festival “Il senso del ridicolo” , Stefano Bartezzaghi, ha svolto delle interessanti considerazioni su Livorno e il Festival per vincere l’angoscia. L’articolo è apparso sul Tirreno nel giorno in cui sarebbe dovuta iniziare la terza edizione di quel Festival, che è stata annullata pochi giorni prima l’apertura a seguito della tragica alluvione nella notte del 9 – 10 settembre. Infatti la terza edizione, come le due precedenti, era finanziata interamente con circa 360 mila euro erogati dalla Fondazione Livorno per l’Arte e la Cultura, posseduta al 100% dalla Fondazione Livorno, e le due Fondazioni hanno deciso di destinare le somme stanziate e non ancora spese, ad interventi a favore delle famiglie più bisognose colpite dal cataclisma.

 

Così, nella data del mancato inizio, il direttore artistico ha voluto sottolineare le ragioni per cui l’annullamento della terza edizione non intacca le motivazioni di base del Festival. L’umorismo, scrive , non è necessariamente una consolazione ridanciana da opporre ai brutti pensieri , ma vuole essere un invito a tutti a riflettere sui modi in cui l’umanità riesce a non far degenerare il dolore in angoscia. Naturalmente tale definizione di umorismo è opinabile (io, ad esempio, preferisco definirlo il manifestarsi dello spirito critico per far riflettere cogliendo gli aspetti esilaranti di tante situazioni umane, voluti o no).

 

Comunque, la questione indotta dall’articolo non sta nel come si definisce l’umorismo. Sta nel fatto che un Festival per celebrare l’umorismo appartiene alla logica dell’oggi che tutto assorbe. Quella medesima logica che, lo stesso giorno e nella stessa pagina, viene giustamente criticata con forza in un articolo del Prof. Mannari, che auspica, motivandola, l’uscita dal presentismo e il darsi a preparare il futuro. Ed è questa oggettivamente la priorità di Livorno. Non solo nell’attuale momento all’indomani della tragedia civile degli straripamenti, ma per tutto il tempo che servirà per risollevare le condizioni socioeconomiche assai precarie di una città chiusa in sé ed sognante una realtà che non c’è.

 

Non sorgerebbero perplessità se il Festival dell’umorismo fosse promosso da cittadini privati fautori dell’umorismo quale antidoto all’angoscia (sarebbe un momento della diversità che si manifesta). Le perplessità sorgono perché fin qui le edizioni del Festival dell’umorismo sono state realizzate con fondi appartenenti non a privati ma ad un ente patrimonio della città nel suo complesso, quale la Fondazione Livorno. Perciò risulta assai discutibile destinare alla celebrazione dell’umorismo risorse in misura molto significativa per una Livorno nelle condizioni in cui si trova e con urgenti bisogni essenziali. Tra l’altro, più che celebrare l’umorismo, potrebbe essere utile coltivare il senso del ridicolo. Questo rientrerebbe semmai nei compiti educativi del Comune che potrebbe svolgerli con risorse di gran lunga inferiori e più valutabili.

 

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I fatti veramente accaduti nel PLI (a Marco Travaglio)

L’odierno Lorsignori di Meletti ricostruisce la storia del PLI e di Patuelli capovolgendo i fatti, con un’ignoranza preoccupante per chi i fatti dovrebbe venerarli. Ne parlo come iscritto al PLI, per decenni in direzione e poi vice segretario e infine vice presidente. Correggendo Lorsignori, i fatti sono che Patuelli divenne vicesegretario non con Altissimo nel ‘91 bensì con Zanone nel ‘79. Dopo il ‘85 militò in una corrente (diretta dal padre del divorzio Baslini) contrapposta a quella di Altissimo e ne divenne vice nel ‘91 come controllore politico. Si ritirò quando Altissimo venne indagato (fece lo stesso venti anni dopo all’Abi con il piddino Mussari). Quanto al finanziamento del PLI, non è chiaro cosa intenda Lorsignori, visto che il PLI si sciolse nel febbraio ’94 perché oberato da 22 miliardi di debiti accumulati negli anni.

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L’UE costruita a passo a passo sul conflitto democratico tra i cittadini

I lavori all’Assemblea annuale ONU e le manifestazioni collaterali, sono stati presentati come uno scontro pro o contro Trump. Specie la stampa italiana ha inquadrato i servizi nella contrapposizione tra la dottrina del multilateralismo a carattere collaborativo e la dottrina degli interessi nazionali a carattere neoliberista: la prima sostenuta da un’ampia platea di personaggi pubblici, la seconda dal solo Trump, seppure con vigore e senza giri di parole. Una simile contrapposizione, oltre che parecchio forzata, non serve a comprendere i principi motori per costruire la convivenza cui le due dottrine vorrebbero corrispondere.

La dottrina del multilateralismo ha avuto varie formulazioni nei discorsi della rappresentante UE per gli esteri Mogherini, del Presidente del Consiglio Gentiloni, del miliardario ex sindaco di New York Bloomberg, del Presidente francese Macron. In comune c’è il riconoscimento più o meno spinto delle virtù del multilateralismo, inteso come approccio che parte dall’alto (i rapporti tra gli interlocutori) e non dai meccanismi dei problemi. La Mogherini ha detto “non parliamo mai di distruggere Paesi, ma di portare pace”. Per Gentiloni “il mondo ha bisogno di una sede multilaterale per affrontare le crisi e le sfide del futuro. Il presidente Usa mette l’accento sugli interessi USA, mentre noi sottolineiamo di più la necessità di un approccio multilaterale”. Lo scopo di Bloomberg è creare un’alleanza di principio e convenienza tra il mondo degli affari e gli obiettivi concordati all’Onu. John Elkann , presidente delle società del gruppo Agnelli, appoggia “il riunire leader di molti settori, da tutto il mondo, per identificare soluzioni per le sfide del nostro tempo”. Una delle relazioni volute da Bloomberg aveva il titolo inequivoco “leadership civica degli amministratori delegati”, ed un’altra “come le istituzioni finanziarie possono favorire la prosperità”. Macron è stato più morbido : “abbiamo molte sfide globali e per tutto ciò abbiamo bisogno del multilateralismo”.

 

Nel complesso, il multilateralismo viene presentato come una ragionevole esigenza di collaborazione tra cittadini ma poi, stando ai comportamenti, è usato per costituire una tendenziale oligarchia di poteri al di sopra dei cittadini. Poteri che si confrontano a prescindere dalla rispettiva natura istituzionale civile e che fanno prevalere la ritualità del loro esistere quali centri decisionali dal volto rassicurante, sul rilievo e sull’importanza dei contenuti del confronto, specifici e diffusi nelle popolazioni nonché da loro scelti. Alla lunga, però, i risultati del multilateralismo sono stati e sono crescentemente e visibilmente costosi e inefficaci. Allora, di fronte al proliferare dell’insistita ritualità del multilateralismo, è risorta la dottrina degli interessi nazionali, che appare una chiave di speranza semplicistica ma porta i riflettori sul fatto che il motore dello sviluppo civile si trova verso il basso, verso chi vive i diritti e l’economia (che rispetto all’ONU sono gli stati nazionali e rispetto a questi sono i cittadini) e verso i problemi concreti, come sono e non come si vorrebbe fossero.

 

Affidarsi al contrapporre le due dottrine, equivale a rifiutare l’esperienza. Secondo cui, per rendere migliore il convivere, occorre raffinare sempre più l’estendersi del ricorso alla libertà dei cittadini (e non alle comunità olistiche di potere , tanto più pericolose man mano che si allarga l’ambito territoriale). Gli effetti del ricorso alla libertà sono a cascata, sono certi ma non automatici. Dipendono dalle regole scelte per relazionarsi tra diversi, da adeguare in base ai risultati del conflitto democratico. Così si innesca la libertà di esprimere la propria capacità di intraprendere innovando, che a sua volta innesca la crescita economica non monopolistica da mantenere in equilibrio sotto vari profili. Uno in particolare. La diversità dei cittadini è connaturata nella loro libertà ma postula la loro uguaglianza nei diritti. Pertanto, quando le politiche multilaterali dei “grandi” o degli amministratori delegati o dei finanzieri, enunciano saggezza e teorica ragionevolezza ma creano quale effetto secondario la diminuita uguaglianza dei cittadini nei diritti, allora i dati sperimentali indicano un aumento dell’opporsi dei cittadini toccati dall’avere meno diritti. Un aumento che diviene esponenziale quando la diminuzione dei diritti supera un certo livello.

 

Una cosa così accade con la globalizzazione concepita dalle corporazioni mondiali e da molti grandi amministratori delegati propensi a trasformarsi in leader civili, senza averne l’investitura. In occidente si formano diseguaglianze rilevanti nei diritti e ciò induce gruppi di cittadini sempre più ampi ad una sfiducia sempre più larga verso le istituzioni, i gruppi dirigenti e le burocrazie pubbliche.

 

Rispetto a tale situazione, i fautori del multilateralismo fanno due danni. Uno col diffondere l’idea (anch’essa illiberale in quanto fomenta il ribellismo) che i diritti si basano sul pretenderli e non su autonome iniziative responsabili; due, altrettanto grave, con lo snobbare tale situazione liquidandola come populista. E’ vero che spesso troppi di quei cittadini meno uguali nei diritti pensano che basti segnalare un disagio per risolverlo. Ma disconoscere tale disagio, è il modo più sicuro per irrobustirlo e dare una forza civile a chi non ha progetti per curarlo. Ad esempio, negare le condizioni reali (oggi nascondendosi dietro l’opporsi a Trump), è l’inizio del disgregarsi di una libera convivenza. Di fronte a Kim Jong-un che lancia missili intercontinentali e fa grossi esperimenti nucleari sottomarini nel Pacifico, definirlo solo un leader locale come auspica lo Washington Post o dire che l’UE “porta la pace” non specificando come, ricorda oggettivamente la politica delle concessioni pacificatrici verso Hitler (accordi di Monaco) fatta dal Premier inglese Chamberlain ottanta anni fa, già all’epoca bollata da Churchill: “ha avuto il disonore e avrà la guerra”.

 

Pretendere che contrapporre multilateralismo e neoliberismo costituisca la foto della realtà, rimuove l’impegno a fare regole duttili per rendere funzionante al meglio quel conflitto democratico tra i cittadini, che si è dimostrato il sistema più efficace perché la libertà porti allo sviluppo di tutti. E’ il metodo “a passo a passo” prescelto dall’Europa dei Trattati di Roma, un po’ pasticciato 35 anni dopo a Maastricht ma che tutt’oggi resta il progetto più vitale di organizzare dal basso il convivere tra cittadini sovrani. Anche l’UE, siccome per coerenza è aperta al mondo, soggiace alle ventate multilateraliste o neoliberiste di un potere incline a chiudersi e quindi anche alle conseguenti folate populiste. Il danno più forte di queste ultime è stata la Brexit. Peraltro – come palesa il discorso in pompa magna tenuto dalla May non casualmente a Firenze venerdì 22 scorso – anche qui, perfino in una democrazia più antica della nostra, le pulsioni populiste hanno portato ad una protesta contro le burocrazie e i ritardi di Bruxelles che ha vinto senza programma. Ed oggi il governo inglese tenta (negandolo) di immaginare (senza dire come) di non lasciare l’Europa stando fuori dell’UE. Ma dopo che la Gran Bretagna ha respinto il criterio UE del confliggere per costruire istituzioni dal basso e ha preferito star da sola, non si capisce per quale motivo Londra dovrebbe godere, in campo economico e dei diritti, dei privilegi UE rispetto agli altri paesi del mondo alleati UE (vedi il recentissimo accordo di libero scambio UE – Canadà). Contraddirrebbe il criterio della scelta responsabile e delle sue conseguenze

 

Abbandonando la contrapposizione distorta tra multilateralismo e neoliberismo, va perseguita la strada UE costruita a passo a passo sul rapporto conflittuale tra i cittadini secondo le regole, abbattendo ogni conformismo e misurandosi sui progetti di ciascuno (individuo e nazione) e sui risultati indotti. Nonostante tutte le difficoltà emerse, l’UE ha il DNA per frequenti mutamenti anche nelle sue norme, che diminuiscano le rigidità strutturali e agevolino lo sviluppo della conoscenza dei suoi cittadini mediante un’istruzione più dinamica e più critica volta al risolvere i problemi. Cominciando da quelli prioritari delle fonti di energia e del mantenere una rotta molto attenta al rispetto delle condizioni di libertà individuale e di uguaglianza nei diritti, al fine di evitare il formarsi del disagio civile, sempre in agguato. E’ la medicina più sperimentata contro il populismo.

 

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La laicità istituzionale e il XX settembre

Essendo un periodo di lutto per la tragica alluvione della settimana scorsa, quest’anno celebriamo l’anniversario della presa di Porta Pia (il 147 esimo) depositando semplicemente, alle 12,00 di mercoledì , una corona sotto la lapide in piazza XX settembre a Livorno. Un atto per ricordare un evento del passato portatore di un’indicazione sempreverde per oggi e per domani. Allora si pose fine al potere temporale che non voleva riconoscere la laicità del Regno, oggi il potere temporale non esiste più ma continua ad esserci pervasivo il conformismo, in specie di certe interpretazioni religiose e ideologiche, che concepisce il cittadino come un suddito dei detentori del potere e che non vuole istituzioni laiche imperniate sul cittadino sovrano nella sua autonoma diversità. La laicità istituzionale è la massima garanzia del responsabile funzionamento della cosa pubblica nell’affrontare i problemi della vita quotidiana, strettamente connessi alla manutenzione preventiva delle condizioni territoriali dei luoghi abitati.

Circolo Modigliani, Circolo Einaudi, Livorno delle Diversità, UAAR

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Sulla convocazione del Direttivo Associazione ex Consiglieri Regione Toscana

Caro Presidente,

ho ricevuto la convocazione per la riunione del Direttivo di martedì che mi hai inviato, però, al momento, non posso prendervi parte.

Avendo peraltro letto l’odg, ho constatato che il punto 1 è “Organizzazione del convegno sull’ art.49 della Costituzione”. Ora, il tema è significativo ma non conoscendo quale ragione abbia avuto la Giunta nel proporlo (né avendo avuto informazioni esaurienti) ed essendo quasi certamente assente alla riunione, ritengo opportuno inviarvi fin d’ora alcune brevi considerazioni in merito, ragionando sulle due possibili interpretazioni dell’art.49 che recita “ Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Una interpretazione è il ruolo che la Costituzione da ai diversi cittadini quale motore delle determinazioni quadro entro cui si svolge la convivenza; in breve, il principio della sovranità del cittadino che non è affatto ovvio, al punto che “distrattamente” viene di frequente rimesso in discussione (anche di recente). L’altra interpretazione è il ruolo dei partiti intesi non come strumento ineludibile del confronto tra i progetti civili in una società libera, bensì come associazioni pervasive della vita pubblica, in termini sempre disattenti e spesso ostili alla diversità individuale, e ciò nel nome di una concezione comunitaria della convivenza. Ovviamente i liberali sono senza esitazioni per la prima interpretazione, perché avvalorata dall’esperienza storica. Ma sono ben consapevoli che esistono molto numerosi anche i fautori della seconda, seppure con gradi differenti di intenzioni. In ogni caso le due interpretazioni non possono essere confuse né sovrapposte.

Pertanto mi preoccupo che nel Convegno l’interpretazione liberale non sia in alcun modo trascurata. Perciò auspico che la sua illustrazione venga da Voi affidata ad un coerente esponente della cultura politica liberale e non a studiosi magari noti ma che, anche se muniti della conoscenza accademica, sono lontani dalla cultura politica liberale quand’anche la esibiscano oppure ne parlano per sentito dire e comunque non ne hanno alcuna effettiva pratica (il che è gravissimo, visto che la cultura liberale è strettamente legata ai fatti). Quindi mi auguro che, una volta assunta la decisione circa la strutturazione del Convegno, vogliate chiedere anche la mia valutazione sulla persona da voi ipotizzata in quel ruolo. Di fatti ben conosco l ’argomento in oggetto sotto il profilo politico costituzionale e ne ho parlato anche di recente, a giugno in un Convegno dedicato (di cui allego il relativo .pdf) e tre settimane fa in un dibattito con i tre parlamentari Capezzone, Parisi e Rotta.

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