Responsabilità sull’art.7

Scritto per la rivitsa bimestrale NON CREDO

Ho già trattata sul n.33 di Non Credo  la vicenda alla Costituente del voto del 25 marzo 1947 sull’art.7 della Costituzione. In quell’articolo ho richiamato le grosse responsabilità che sono state attribuite alla decisione (quasi) a sorpresa di Togliatti di votarlo dando il successo al testo voluto alla Chiesa. Peraltro, quella attribuzione è dipesa pure dalle mentalità della sinistra anticlericale e dei vari anticomunisti (dominanti nella storiografia), ­diverse ma convergenti. In realtà, non è trascurabile che la Chiesa fu ben lieta di mietere i frutti seminati soprattutto da  altri.

1- Prima del dibattito alla Costituente. Nell’immediato dopoguerra, la Chiesa beneficiava di una cresciuta considerazione tra i cittadini per la sperimentata maggiore affidabilità. Ma le sue gerarchie restavano molto caute in tema di Concordato. Si esposero in pochi e poco. Sturzo scrisse che “spetta al popolo italiano il proprio volere circa la revisione del Concordato”, il cardinale Dalla Costa chiese solo che “si riconosca lo spirito e la sostanza dei Patti Lateranensi”. Nulla di più. Le forze politiche non  ponevano  la questione della separazione tra Stato e Chiesa , che la caduta del regime avrebbe dovuto porre. Pesavano le forti divisioni dei giudizi sulle preesistenti istituzioni liberali e sul separatismo introdotto da Cavour.

Nessun partito e nessun Costituente della sinistra o laico aveva redatto un progetto politico per abolire o rivedere il Concordato a breve scadenza. Anche Pio XII, il 31 luglio 1946 durante l’incontro ufficiale con De Nicola Capo Provvisorio dello Stato, disse: “Noi abbiamo piena fiducia che il popolo italiano e i suoi Governanti saranno sempre consapevoli dei benefici, i quali provengono dalla riconosciuta permanenza in vigore dei Patti Lateranensi”. E qualche mese dopo,  pure la DC affermava durante i lavori preparatori della Commissione cosiddetta dei 75 (intervento di Moro, esponente dell’ala più vicina alla Chiesa) , di “voler avviare tutta la vita politica italiana verso la pace religiosa, nella certezza che saranno operati nel Concordato quei ritocchi cbe vaIgano a rendere i termini della pace religiosa perfettamente aderenti allo spirito liberale e democratico della nostra Costituzione.

Dunque la posizione della Chiesa e (pareva) anche della DC, si presentava chiara. I Patti Lateranensi permanevano in vigore e potevano essere ritoccati in funzione dello spirito della Costituzione; silenzio sul loro inserimento in Costituzione (che Moro, nella logica delle sue parole, non chiedeva). Una posizione lontana dal separatismo cavouriano, ma duttile in mancanza di obbligo costituzionale. Dall’altra parte, tuttavia, il mondo laico si mostrò incapace di conciliare i suoi pareri divergenti. Gli azionisti ed i socialisti (che, insensibili alle differenze di fatto, auspicavano la dichiarata laicità dello Stato della Francia) perseguivano un’impostazione anticlericale,   seppure non apertamente dichiarata. Il PCI (per più motivi legati alla sua politica del raccordo tra i partiti di massa) non era pregiudizialmente contrario perché Togliatti, al V congresso PCI di fine ’45, aveva detto che il Concordato  “è per noi uno strumento internazionale, oltre che nazionale, e comprendiamo che non potrebbe essere riveduto se non per intesa bilaterale”.  Tali divergenze irrigidirono la discussione su posizioni strumentali alle esigenze di ciascuno e di fatto lasciarono l’iniziativa in mano alla DC.

2- Commissione del 75: lavori in Primasottocommissione. Fin dai dibattiti di fine novembre primi dicembre 1946 in Prima sottocommissione, soprattutto i Costituenti della sinistra comunista (Togliatti e Concetto Marchesi) e socialista (Basso) riconobbero al momento intangibili i Patti Lateranensi.  Il che poteva essere ritenuta una presa d’atto realistica anche dai separatisti convinti. Ma solo a condizione di non consentire che, in materia di politica ecclesiastica, venisse poi costruito uno Stato con meccanismi confessionali. Ma il mondo laico nel suo complesso non combatté davvero la battaglia per non consentire alla DC di inserire i Patti in Costituzione. Tra il tardo autunno 1946 e i primi giorni della primavera  ‘47, maturarono nell’Assemblea le condizioni  perché la DC  assumesse con sempre maggior decisione la linea filo confessionale sostenuta da Dossetti, con l’aiuto del suo gruppo, Fanfani, Lazzati, La Pira, Moro, Del Noce, Baget Bozzo , Gorrieri e, fuori del suo gruppo più affine, Tupini, Mortati, Glisenti .

Dossetti era un deputato di Reggio Emilia, aveva circa 35 anni, da studente all’Università ed i primi anni successivi aderente al fascismo, dal ’43 attivo nel CLN, professore universitario di diritto ecclesiastico, vice segretario nazionale DC con De Gasperi (e poi con Piccioni), accanito e coerente sostenitore della politica incentrata sulla religiosità. Nella seconda metà del 1946 fondò con i suoi amici l’associazione Civitas Humana per “contribuire al rinnovamento cristiano della civiltà in Italia tra chi intende operare in perfetta aderenza alla dottrina cattolica, in piena soggezione alla Gerarchia”. Non a caso, molti anni dopo, sarà definito dal suo amico, l’importante professore Augusto De Noce, “il rappresentante più rigoroso dell’integralismo cattolico, che assorbe l’attività politica in quella religiosa, per cui ogni atto politico acquisisce un significato religioso”.

La comprovata capacità di Dossetti nell’avere una visione politica lo portò alla Costituente e ad essere nominato, nella Commissione dei ’75 (suddivisa per settori in tre sottocommissioni) incaricata di preparare il testo della Costituzione, relatore  rappresentante della componente cattolica, che costituiva la maggioranza relativa. A novembre ’46, Dossetti confermava il  giudizio negativo sull’esperienza liberale e criticava anche la Chiesa che reiterava le istanze confessionali prima affidata al regime fascista. La sua, più che una visione politica, era una visionarietà religiosa della vita sotto l’apostolato della Chiesa. E siccome, come allora disse, “la Ecclesia italiana ha in gran parte mancato il suo compito negli ultimi decenni” ,  si proponeva di mutarla attraverso i fitti contatti da lui stabiliti con la Segreteria di Stato vaticana (all’epoca  vacante) tramite l’addetto Mons. Dell’Acqua , nonché ambienti curiali conservatori, inclini ad imprimere una concezione confessionale alla Costituzione.

Dossetti giunse a concepire una posizione innovativa che introducesse nell’ordinamento italiano una struttura funzionale ad una visione più moderna della prospettiva ecclesiale.  Così l’11 dicembre 1946 in Sottocommissione del ‘75 dichiarò che “il riconoscimento costituzionale dei Patti Lateranensi  , significa dare agli italiani quella garanzia che i democristiani considerano fondamentale e che essi chiedono venga affermata nella Costituzione”. E poi arrivò a chiedere che, nell’ambito del riconoscere gli ordinamenti originari dello Stato e della Chiesa, e fermi restando libertà di coscienza ed uguaglianza religiosa, venisse previsto espressamente che la religione cattolica, in quanto religione di quasi tutto il popolo italiano, è la religione dello Stato. Completando la cosa con l’altro comma, “le relazioni tra lo Stato e la Chiesa cattolica restano regolate dagli Accordi Lateranensi”.  

Lo stesso Dossetti segnalò quale fosse il collegamento fra i due commi. Siccome il primo stabilisce l’originarietà dei rispettivi ordinamenti (che motivano la reciproca indipendenza nel proprio campo di competenza) , al secondo è necessario indicare i modi concreti in cui si regolano i rapporti fra Stato e Chiesa in Italia (i Patti Lateranensi). Tuttavia, tale argomento – ripreso anche da Mortati in una riunione successiva – funziona solo nel caso di escludere la diversità separatista. Di fatti, non occorre riferirsi ai Patti Lateranensi qualora venga accettato che la natura dei due ordinamenti è totalmente differente, e cioè a fondamento civile la prima, religioso la seconda. Dunque, un simile argomento nega tale differenza ed  equivale a sostenere che anche la Chiesa ha una natura preposta a definire l’ordinamento civile (non per caso nella riunione del 4 dicembre, Moro era stato esplicito nel sostenere “la non ammissibilità di un regolamento unilaterale da parte dello Stato, che incida in materie così profondamente attinenti non solo alla religione, ma alla morale e alla civiltà del popolo italiano “). Perciò quella del collegamento tra i due commi è una argomentazione inaccettabile per i laici.

Pochi giorni dopo, il presidente della sottocommissione Tupini presentò un nuovo testo (previo un provato assenso dato a La Pira in Vaticano) del primo comma che recitava “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, testo che venne approvato con un’ampia maggioranza. Allora lo stesso Tupini presentò un testo per il secondo comma  (che era l’obiettivo principale della DC) “I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi”. Qui si verificò una contrapposizione con un diverso testo proposto da Togliatti: “I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica sono regolati in termini concordatari”.  Un testo diverso ma non alternativo in chiave separatista. Voleva essere un compromesso, dato che, prevedendo un Concordato, una volta fatto non scioglieva il nodo essenziale di come modificarlo.  Eppure non andava bene ai dossettiani, che lo ritennero un inganno ai cittadini. Così il testo del Presidente  Tupini prevalse 10 voti contro 7.  

3- Dopo la Primasottocommissione. Il successo del progetto Dossetti era un risultato di rilievo. Dossetti era riuscito a far convergere gli interessi della Chiesa e quelli dell’anima sociale del cattolicesimo politico, sfruttando anche la coincidenza fisica tra l’impegno di molti nell’Azione cattolica e quello nella DC. A tal fine, la cura con cui Dossetti teneva i rapporti con la Segreteria di Stato di persona e con frequenza, serviva sia a  tenerla informata sugli sviluppi dei lavori della sottocommissione sia ad indurre la stessa Segreteria ad appoggiarlo adottando una linea intransigente. Per Dossetti  tale appoggio era tanto più indispensabile perché era necessario creare un clima adatto e perché riteneva che esistessero questioni sulle quali non  vi potesse essere dissenso tra la DC  e la gerarchia (sosteneva che se vi fosse stato, doveva provocare il ritiro dall’attività politica).

Peraltro l’importante successo nella  Prima sottocommissione sarebbe potuto non bastare se non si fosse ripetuto nella Commissione dei 75 e principalmente nell’Assemblea plenaria, in cui alla DC mancavano 70 voti per avere  la maggioranza assoluta (279). Dato che Dossetti sulla materia dell’art.7 dirigeva la DC e influenzava abbastanza la linea della Santa Sede (tenuta informata subito e bene di quanto avveniva), la possibilità di allargare i consensi alla formula già votata stava nel riuscire a stringere un patto con il PCI, che,  essendo il terzo gruppo in Assemblea, aveva più dei voti (104) mancanti alla DC. Si colloca in questa prospettiva il lunghissimo colloquio di ore (comprovato) avuto da Dossetti con Togliatti nella nuova sede delle Botteghe Oscure nei giorni del Natale  ’46 .  Un colloquio di cui non si conoscono in modo diretto gli esiti che però sono desumibili da quanto accaduto poi appunto in sede di plenaria (non prima). E’ inoltre certo che verso metà gennaio Dossetti mise al corrente la Segreteria di Stato.

4- La Commissione dei 75.  Circa un mese dopo la seduta della Prima sottocommissione, ci fu (23 gennaio) quella della Commissione dei ’75. Però il quadro politico complessivo italiano era in grandissima trasformazione e non è possibile trattare dell’art. 7 senza tener conto degli avvenimenti. I primi  dell’anno, De Gasperi era volato negli Stati Uniti per ristabilire un rapporto amichevole. Ricevette gesti significativi di considerazione (fece un intervento al Congresso) e concrete manifestazioni di aiuto (risorse materiali e finanziare subito e in prospettiva). Gli stessi echi riflessi in Italia mostravano l’importanza del viaggio. Infatti in quelle settimane si addensava la tempesta della guerra fredda, che  diveniva una condizione politica internazionale, tale da corrodere, in Italia, la politica unitaria del CLN. In più, immediatamente dopo il ritorno di De Gasperi, a metà gennaio avvenne  tra i socialisti di Nenni la cospicua scissione del PSLI di Saragat, appunto sulla questione dei rapporti con il comunismo e appoggiata dai sindacati americani.  Una scissione che ebbe come primo effetto quello di portare alle dimissioni del secondo governo De Gasperi e alla nascita del terzo in cui restò solo il tripartito DC-PSI-PCI.  

La discussione nella Commissione dei 75 parve prescindere dal quadro politico generale. Ci fu una seduta unica, che approvò la proposta proveniente dalla Sottocommissione relativa al primo comma, abbastanza alla svelta, con il voto favorevole di tre quarti dei votanti.  La discussione sul secondo comma dibatté per lo più questioni teoriche della cultura politica e del modo di legiferare. Vi furono anche passaggi interessanti, che vale la pena di richiamare.

Moro ribadì la sua tesi espressa durante i lavori preparatori dicendo “se noi oggi rifiutassimo di accogliere i Patti Lateranensi nella nostra Costituzione, il popolo italiano non intenderebbe che con ciò si voglia riformare il Concordato, ma riterrebbe che la nuova democrazia italiana voglia allontanarsi dai Patti Lateranensi in cui ha trovato veramente la sua pace religiosa”.  La tesi della revisione del Concordato convinse Einaudi al voto, insieme all’auspicio che venisse pure aggiunto un testo “in riconoscimento anche dell’indipendenza della scienza”  siccome “la scienza nel suo campo è perlomeno altrettanto indipendente e sovrana come la Chiesa e la religione”. Invece, sempre sulla tesi di Moro, Terracini disse di non ritenere possibile “immettere nella Costituzione un patto che già a priori è riconosciuto che non esiste più nella sua interezza e continuità”. Mentre per Perassi , repubblicano, non si poteva “inserire nella Costituzione un richiamo concreto ai patti attualmente esistenti perché pensa che non vi siano ragioni per fare agli accordi Lateranensi un trattamento giuridico costituzionale diverso da quello che si fa ad altri trattati internazionali”.  Nella votazione anche il secondo comma fu approvato ma con meno voti favorevoli (il 58%).

Si vede con chiarezza che la DC era riuscita a reperire anche qui i voti che le mancavano. Era stata sì molto rassicurante la tesi Moro che faceva intravedere la necessità di una riforma del Concordato, ma c’era stata anche una sorta di timidezza dei laici. Non erano stati in grado di formulare una concreta proposta alternativa sul come affrontare il problema concreto e farne oggetto di un dibattito reale nell’opinione pubblica, che sul tema, in tutte quelle settimane, restò marginale.

5- Il periodo fino all’Assemblea. Passò un mese e mezzo e la proposta di Art.7 arrivò all’Aula dell’Assemblea Costituente che, questa volta sotto la Presidenza Terracini (succeduto a Saragat dimissionario) iniziò i lavori il 4 marzo. Sulla questione rapporti Stato e Chiesa la situazione era la medesima, mentre il quadro politico continuava a fare passi di notevole mutamento. A febbraio (il 10) vennero firmati a Parigi i Trattati di pace che conclusero la seconda guerra mondiale e di fatto calò il sipario sul clima delle alleanze nel periodo bellico. Tra gli obblighi per l’Italia vi fu la rinuncia (che in realtà fu una mediazione francese, per noi non negativa in pieno) a quasi tutta l’Istria (salvo la zona intorno a Trieste) e l’enclave di Pola  a favore dell’Jugoslavia. Questo innescò l’esodo degli esuli italiani, già provati dalle tragedie delle foibe, costretti ad abbandonare case e arredi in Istria, Quarnaro e Dalmazia. L’esodo da Pola verso l’Italia venne fatto tramite ferrovia e in Italia, stante la presenza al governo del PCI (favorevole all’Jugoslavia di Tito),  fu all’origine di contrasti rilevanti con i militanti della sinistra (intervenne anche l’esercito)  che proseguirono poi per anni. Ma intanto il Ministro Sereni, del PCI, frapponeva ostacoli burocratici d’ogni genere per scoraggiare le partenze e minimizzare il problema. Negli stessi giorni, oltre Atlantico, il Presidente Truman diffuse la dottrina della difesa dei popoli liberi e dell’argine al comunismo nel mondo. Era la presa d’atto ufficiale dell’inizio della guerra fredda.

Richiamo queste vicende perché contribuirono a diffondere anche nel nostro paese una crescente diffidenza per  la prospettiva politica del PCI. La questione era rilevante perché era chiaro che, dopo il varo della Costituzione della Repubblica, si sarebbe andati al voto ed era incerto il risultato. Ragion per cui la questione rapporti Stato Chiesa acquistava rilievo non solo sotto il profilo dei principi di convivenza nel lungo periodo, ma sotto quello della convenienza immediata. Ciò favoriva insieme la linea di Dossetti e dei suoi democristiani (una Costituzione il  più possibile aperta alle influenze della religione nelle scelte civili) e la volontà del Vaticano di ottenere, mediante l’inserimento  in Costituzione dei Patti Lateranensi, una robusta garanzia di duraturo rispetto religioso anche nell’eventualità di una vittoria elettorale del PCI.

Da parte sua, il PCI era prigioniero delle proprie convinzioni e prassi ideologiche. All’epoca Togliatti proclamava certa la prospettiva di vittoria del comunismo sul capitalismo nonché  quella del ruolo decisivo delle masse popolari cui il comunismo faceva riferimento. E la sua parola faceva testo. Lui era nel partito dalla nascita nel ’21. Era stato sì socialista ed interventista nella prima guerra mondiale. Ma subito dopo, laureatosi a Torino (relatore Einaudi), era approdato al comunismo per l’influenza dell’amico di studi Gramsci. Nel prendere parte ad elaborare le tesi politiche del PCI,  affermò, già allora, che erano le masse  la questione centrale (anche perché per lui la politica era arte di governo). Da metà degli anni ’20  operò nell’Internazionale Comunista vivendo all’estero, negli anni ’30 si trasferì a Mosca (ove ebbe  rapporti sempre più stretti con Stalin) e divenne tra i massimi dirigenti dell’Internazionale. In questa veste nel 1936 andò in Spagna come responsabile  per la Guerra Civile. Dunque, vantava ampi contatti internazionali oltre diretta e vasta conoscenza delle relative problematiche. In Italia era un mito. La sua cultura, plasmata nei duri anni a Mosca, lo rendeva certo che le masse, proveniendo da una storia di sfruttamento, hanno la necessità assoluta di un’istituzione di elite che le guidi verso la società governata dai proletari. Nella situazione politica italiana dell’epoca, era naturale che lui – capo e  guida del partito  nel profondo – scegliesse, con la sua forte cautela al confine con l’indecisione (giudizio di Gramsci), la linea che potesse portare il paese il più vicino possibile a corrispondere a tali due condizioni.

Prendendo atto che gli accordi di Yalta non avrebbero consentito la presa del potere da parte del PCI con la forza , una simile linea aveva due versanti. Uno era  stabilire un raccordo il più possibile solido con i cattolici (esisteva già l’unità sindacale) e con la DC (in specie quella dossettiana, incline al cambiamento nelle istituzioni civili e nella struttura religiosa) pur essa rappresentante delle masse ; l’altro era tessere un filo con la Chiesa rassicurandola sulla libertà di religione e sul ruolo costituzionalmente primario del credo popolare cattolico di quasi tutti gli italiani. Perciò trascurava i segnali di cambiamento del clima politico e, in tema di art.7 inserito nella Costituzione, percorreva una traiettoria obbligata con traguardo l’approvazione ( oltretutto perché era persuaso della assoluta necessità di evitare che il mancato inserimento dei Patti in Costituzione portasse a fare un referendum sul tema dei rapporti Stato Chiesa; referendum che, tenuto nel clima anticlericale proclamato da molti dei gruppi minori, in testa il Partito d’Azione, era ritenuto esiziale per il PCI) . Del resto Togliatti era del tutto convinto che il Partito lo avrebbe seguito.

6- L’art. 7 all’Assemblea Costituente: le carenze laiche. Effettivamente nel corso del dibattito in Assemblea dal 4 fino alla vigilia del 25 marzo 1947, furono numerosi gli interventi di deputati del PCI contro la proposta di art. 7, ma in conclusione finì come voleva Togliatti.

Dal lato del mondo laico arrivarono molte critiche al progetto di  art.7,  ma non venne formulato un progetto alternativo (che invece formularono le Chiese Evangeliche). La radice del problema è riassunta  in un illuminante  intervento di Nenni  nel corso del dibattito. Nonostante la discussione fosse sull’inserire o no i Patti in Costituzione, le parole di Nenni (convinto assertore del votare No all’inserirlo) furono “la più piccola delle riforme agrarie mi interessa  più della revisione del Concordato, anche se questa ci apparisse utile”.  Per questo non ci fu un progetto alternativo. Salvo un gruppo consistente di liberali, come Croce (che definì l’art.7 “un errore logico ed uno scandalo giuridico”), Einaudi, Martino, Bozzi ma non solo loro (vedi Paolo Rossi, Lami Starnuti, Cianca, Pacciardi), in una parte nutrita dei laici mancava una chiara consapevolezza culturale circa l’utilità civile di avvicinarsi il più possibile  al separatismo. Alcuni che pure l’avrebbero voluto, erano quasi folgorati dalla necessità della pace religiosa e dichiararono che, pur contrari all’art.7, l’avrebbero votato (Nitti), tenendo anche conto che nella Costituzione ci sarebbero stati altri articoli a garanzia della libertà religiosa. Peraltro, in genere il rapporto dello Stato con la Chiesa era concepito in un’ottica ottocentesca di  contrapposizione di potere (fatalmente propensa ai toni anticlericali) piuttosto che nell’ottica separatista, per la quale istituzione civile e religione organizzata stanno su piani ordinamentali differenti. Le disquisizioni di puro diritto, seppure fondate ed esposte con acume , tipico Calamandrei,  erano spuntate sul piano politico, un piano che  si inquadra nell’istituzione ma non vi si esaurisce, in quanto prescinde dall’impegnarsi in termini  politici sulla concreta diversità del cittadino.

Evitando la strada del separatismo, i laici nel loro complesso agevolavano le posizioni di tutti i non laici. Quelle della gerarchia ferma sull’idea che solo il Concordato può fornire adeguata garanzia di un esercizio autonomo della funzione ecclesiale. Quelle degli atei non laici, come Togliatti e in genere i comunisti, disposti ad inserire nella Costituzione il Concordato perché tanto la libertà del cittadino individuo pesa meno del rapporto con il potere religioso organizzato nella Chiesa. Quelle dei cattolici politici secondo i quali la pace religiosa si ottiene solo riconoscendo il valore morale della dottrina religiosa emanata dalla Chiesa cattolica nella convivenza (e che quindi rifiutano che la convivenza abbia come pernio il diverso credo di ognuno).

7- L’art. 7 all’Assemblea Costituente: i cattolici. In realtà il problema più rilevante erano, fin da allora, soprattutto i cattolici politici. Ovviamente per le posizioni di Dossetti, un’anima fortemente contraria ai liberali e ai laici, ma più in genere per le posizioni dei moltissimi convinti che la convivenza fosse migliorabile solo attraverso la pace dello spirito religioso e non dal conflitto tra i cittadini secondo le regole. Volere l’art.7, non fu un colpo di mano dei parlamentari. L’Azione Cattolica premeva da tempo e ancora dieci giorni prima del voto finale, scrisse a De Gasperi che l’inserimento era “la minima espressione della volontà della maggioranza cattolica… e non si saprebbe prevedere le reazioni di tale massa elettorale, qualora si dimostrassero perplessità…”. La settimana precedente il voto si tenne il Consiglio Nazionale DC, che formulò l’auspicio che pretestuosi motivi di “non spento settarismo antireligioso, non minassero la libertà e la pace religiosa, le quali, se trovarono formale sanzione nei Patti Lateranensi, rappresentarono sempre l’aspirazione e la vitale esigenza del popolo italiano”. Tutti questi sono dati di fatto inaggirabili.

Un ampio gruppo di dirigenti politici nazionali cattolici scelse autonomamente di confermare la validità dei Patti Lateranensi quale vitale esigenza della  libertà e della pace religiosa volute dagli italiani. La lettura che  attribuisce alla Chiesa l’imposizione dell’inserimento nel Concordato, non solo enfatizza i contatti riservati che avvennero in quei mesi tra esponenti DC e ambienti della Curia (mentre rientravano nei comportamenti normali), ma distorce il significato dell’averli tenuti. Non fu un’imposizione,  fu una scelta politica di un partito che, quanto allo strumento operativo, adottò la tesi di Dossetti nella convinzione che la pace religiosa fosse realmente un passo essenziale per il paese, non meno della libertà (era un di più che anche la Chiesa volesse l’inserimento per garantirsi dai futuri sviluppi politici).

 Per questo De Gasperi, che della DC era il leader indiscusso (nonostante le forti ritrosie politiche di Dossetti) riprese l’argomento e – lui che all’origine aveva criticato la stipula del Concordato – il 25 marzo del 1947 intervenne dicendo “dobbiamo votare in modo che sia fatto appello al mondo libero degli Stati. Il mondo che ci guarda si preoccupa che qui si crei una Costituzione di uomini liberi; il grande mondo cattolico si preoccupa che qui la Repubblica nasca in pace e in amicizia col Pontefice romano.” A Calamandrei che aveva detto “la pace religiosa esiste, se volete alterarla votate l’ articolo 7”, De Gasperi replicò ” votando contro aprite voi in questo corpo d’ Italia una nuova ferita che io non so come rimarginerà”. L’intervento di De Gasperi in un colpo annodava diverse questioni assai importanti per la DC. Con il prevalere nel voto sull’inserimento, la pace religiosa diveniva il collante politico della nazione anche rispetto alle attese internazionali, era garantita alla Chiesa l’immutabilità del Concordato per un periodo non breve, veniva sancito il ruolo predominante nella vita politica della stessa DC.

De Gasperi tenne un discorso dal tono felpato. Ben diverso, qualche giorno prima, il lunghissimo discorso di Dossetti. In perfetta linea dottrinale, definì un vecchiume il dilemma laicismo-confessionalismo (Jemolo commentò che per Dossetti lo Stato era solo il mezzo per avviare i cittadini verso la verità religiosa),  negò (con sottili distinzioni logiche) che l’art.7 costituzionalizzasse le norme espresse nei Patti Lateranensi, precisò peraltro in dettaglio come tali norme rientrassero nello spirito aperto della Costituzione purché inteso in chiave religiosa. E le ultime parole dell’intervento furono la citazione di un vaticinio antiparlamentare:  “nelle nuove strutture noi dobbiamo infondere la pienezza integrale della nostra coscienza. Ed è questo il momento in cui verificare il vaticinio del grande Cardinale Gibbon, che sessant’anni fa scriveva: «Il secolo futuro sarà il secolo, in cui la Chiesa non si accorderà con i Principi o con i Parlamenti,  si accorderà con le grandi masse popolari» “.

8- L’art. 7 all’Assemblea Costituente: i comunisti. Il discorso conclusivo di Togliatti si articolò appunto intorno alla (per lui certa) prospettiva del successo delle masse, che consisteva nell’unità di quelle socialiste e cattoliche. Non riprendo qui l’esame integrale del contenuto di quel discorso che ho svolto nel n.33 di Non Credo citato all’inizio. Ora, dopo una premessa, accenno solo a due passaggi chiave. La premessa è che alla vigilia del voto Togliatti aveva spiegato al Partito come, per difendere gli interessi di classe, fosse necessario votare “sì” all’articolo 7; un’indicazione da rispettare con disciplina, da cui esentò qualcuno (come Concetto Marchesi) e alla quale risulta che qualcun altro disubbidì, ma che nessuno riferì in giro. Il primo passaggio, sono le parole sprezzanti usate da Togliatti verso chi non era a capo di grandi partiti, ragion per cui  definì Croce l’ombra di un passato molto lontano (la storia ha provato che semmai era  il suo comunismo delle masse ad essere fuori del mondo). Il secondo passaggio è il nucleo della politica togliattiana, l’antiseparatismo. Per lui, la religione non è un fatto spirituale di ogni cittadino bensì un forte centro di potere; e ciò da titolo alla Chiesa Cattolica per trattare dall’esterno con la Costituente che decide sui rapporti religiosi interni.  Per Togliatti  “non vi è contrasto tra un regime socialista e la libertà religiosa della Chiesa cattolica…”. Quanto alla pace religiosa, “era stata raggiunta nelle lotta di liberazione nelle unità partigiane composte da operai cattolici affratellati con militanti comunisti e socialisti, e dopo nella grande vittoria del patto di unità sindacale tra la massa comunista e socialista da una parte e i lavoratori cattolici dall’altra” . Specificò addirittura che “la pace religiosa è fondata su due colonne: il Trattato Lateranense e il Concordato”. Di conseguenza  la politica del votare Sì all’art.7 “è quella che meglio corrisponde agli interessi della nazione italiana”. E l’assenso del PCI risolveva in partenza la questione dei voti mancanti alla DC, disincentivano i “no”.

9- La distorta vulgata politica sull’art. 7. Ho ripercorso con cura le vicende politiche che portarono ad introdurre l’art.7 in Costituzione, perché non solo ritengo non corrispondente alla realtà storica il giudizio che attribuisce ogni responsabilità al volere della Chiesa e al voltafaccia di Togliatti; ma principalmente perché ritengo che questo giudizio incida in modo negativo sia sulla valutazione storica sia ancora oggi sulla formazione della mentalità politica laica. Il giudizio storiografico deriva  dal convergere di diversi fattori.

L’area comunista diffonde quel giudizio per  presentarsi ai cittadini genericamente laici e moderati come vittima di un errore politico di Togliatti, e insieme per presentarsi al mondo cattolico come una formazione socialmente contigua e affidabile nella gestione del paese. L’area laica e socialista diffonde quel giudizio in ossequio ai propri residui anticlericali (distinguendosi anche dai comunisti) e per  depistare l’attenzione dalle gravi mancanze di iniziativa politica. L’area cattolica (in specie quella impegnata in politica) diffonde quel giudizio per scaricare responsabilità storiche e per presentare più credibile in ambito civile la propria inclinazione religiosa, insieme marcando le colpe dei soliti marxisti. L’area delle destre diffonde quel giudizio per denunciare l’abituale doppiezza dei comunisti, e al contempo al fine di alleggerire il comportamento della Chiesa, che è la tradizione  nazionale.  

Poi c’è l’altra questione: che questo giudizio dell’attribuire alla Chiesa l’aver imposto l’art7 incide in modo negativo sulla valutazione storica. E’ diffusa una difficoltà a riconoscere che il 25 marzo 1947  non fu un storia di direttive, di tradimenti dei valori, né una questione tecnico giuridica. il 25 marzo 1947   fu un grosso evento politico. Quel giorno si avviò il predominio ultraquarantennale della DC quale motore delle istituzioni nel bene e nel male. Un predominio conseguente la sconfitta del dossettismo e del PCI sul punto per loro essenziale, il rapporto preferenziale con le masse, che la politica DC voluta da De Gasperi sostituì di fatto con la centralità del Parlamento, che avvicinava al cittadino.

Il dossettismo  quel giorno aveva vinto in apparenza, ma perché portava acqua al mulino DC. Nella sostanza la linea Dossetti era insensibile ai profondi mutamenti in avvio verso la cultura occidentale, che toccavano le vicende interne della DC, il clima del Paese,  quello dell’Azione Cattolica e della medesima Chiesa. Nella prospettiva degli anni, il dossettismo non resse. Restarono  alla ribalta della DC e del Paese diversi del cerchio degli amici (tipo Fanfani, Moro, La Pira) ma spostandosi sulla linea tracciata da De Gasperi (si pensi alla questione del Patto Atlantico) e mantenendo un rapporto di tipo secondario con il dossettismo. Dossetti cinque anni dopo abbandonò la politica e nel ’58  si fece sacerdote.

Al PCI la svolta togliattiana non servì  allo scopo per cui era stata fatta. L’apertura ai desideri della Chiesa doveva rinsaldare nell’immediato il rapporto di governo con la DC e, in prospettiva, specie in vista delle elezioni politiche successive alla nascita della Costituzione, togliere alla DC il monopolio della cultura cattolica. Nessuno dei due obiettivi si realizzò.  Appena quaranta giorni dopo, De Gasperi prese atto che una parte del suo governo non intendeva uscire dal perimetro dei partiti di massa , si dimise e entro maggio varò il primo governo centrista, che dava più peso al Parlamento (eletto) che alle masse (la cui unità era supposta a tavolino). I lavori dell’Assemblea non ne vennero turbati, ma la responsabilità istituzionale, non mutò i giudizi elettorali. L’anno successivo l’apporto compatto dell’Azione Cattolica mostrò che la cultura cattolica  era dalla parte della DC. Il passare del tempo proverà inoltre che la logica togliattiana non era stata un episodio e il PCI non sfondava.

Il predominio ultraquarantennale della DC fu anche favorito dalle carenze politiche dei laici nel loro complesso. Non aver presentato un’alternativa all’art. 7  ha comportato un partecipare al dibattito sterile. Peraltro quelle carenze si sono poi ripresentate dopo in sede di rapporti tra i partiti laici del governo centrista. Su due punti. Il punto dell’accettare supinamente che il PSI proseguisse nella politica di privilegiare il mito delle masse, nel presupposto che le emozioni appassionate sul dover essere contassero più delle idee e dei passi per costruire la libertà nel convivere (presupposto che  porterà il PSI ad iniziare a rivedere i legami con il PCI solo dopo i fatti di Ungheria, a fine 1956). E il secondo punto, l’accettare in silenzio che i governi italiani non ci pensassero neppure ad un’impostazione più separatista che rimediasse al prevalere degli indirizzi ecclesiali. Tanto che, dopo un ventennio in cui non si adempì alle promesse fatte alla Costituente dai democristiani di rivedere le norme  concordatarie in contrasto con la Costituzione, fu il Papa Paolo VI a sollevare nel ‘66   il tema modifica del Concordato del ’29, poi  tenacemente avversata per 18 anni dalla convergenza sottobanco degli ambienti clericali, anche della burocrazia italiana. Non solo. Ancor oggi è in vigore la legge del 1929 sui culti acattolici ammessi, che esprime una concezione illiberale e pattizia dei rapporti tra Stato e religioni in  contrasto con le Intese di cui all’art.8 della Costituzione.

10- La conclusione. Riflettere sull’art. 7 insegna che i laici tradiscono sé stessi quando cedono all’illusione che sia più produttivo seguire altre logiche  rispetto a quella laica. D’altra parte è evidente che, siccome nel convivere ognuno è diverso, le cose possono andare secondo logiche non laiche, più o meno e per  periodi vari. Allora, non tradire l’essere laico vuol dire non rinunciare mai ad impegnarsi  di continuo  perché si adottino  regole e comportamenti corrispondenti al metodo laico della libertà individuale del cittadino autonomo. Per i laici, gli avversari sono i cittadini che fanno governare il clericalismo comunitario invece che le diversità.

Questa voce è stata pubblicata in argomento Fatti passati, argomento Politico, argomento Separatismo, LIBRI, OPUSCOLI e TESTI NON BREVI e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.