In ricordo di Giovanni Malagodi

Scritto per la rivista trimestrale LIBRO APERTO

Nel maggio 2004, nel centenario della nascita di Giovanni Malagodi, pubblicai un articolo in cui ricordavo i numerosi meriti che aveva avuto nei confronti degli italiani e dei liberali. Quei meriti, altri quindici anni dopo, si sono consolidati e sono semmai cresciuti. 

Come scrissi, gli italiani gli devono innanzitutto l’essere stato uomo di parte, come deve esserlo un liberale . Appassionato portatore di idee, giudizi e proposte per una gestione diversa della cosa pubblica nell’interesse dei cittadini non del proprio clan e insieme saldamente ancorato ad una concezione riformatrice e gradualista del sistema politico, senza utopiche fughe in avanti e senza nostalgie. Uomo di parte, Giovanni Malagodi ha fatto scoprire il valore etico politico dell’opposizione interna al sistema in un paese che da decenni era spaccato tra il governo-stato e le opposizioni-antistato. Con un coraggio civile che all’epoca era davvero tale e di cui va conservata la memoria storica, negli anni sessanta del ‘900 Giovanni Malagodi ha mostrato che in democrazia si esercita una funzione di governo anche stando all’opposizione.

Gli italiani gli devono l’ aver lucidamente respinto ogni pressione – e dal ’58 ai primi anni ’70 furono assai forti e finanziate – per fare del PLI il fulcro di una grande destra. Rifiutando in modo esplicito questa prospettiva, Giovanni Malagodi non si è limitato a preservare il liberalismo da degenerazioni conservatrici autoritarie, ha aiutato il paese a non ripetere esperienze devastanti come quelle degli anni venti. Senza la copertura liberale – anzi tempestivamente denunciati dai liberali di Giovanni Malagodi – i sogni pericolosi e illusori degli uomini forti e delle scorciatoie risanatrici furono smascherati per quello che erano e ridotti agli intrighi del sottobosco burocratico-militare con risvolti affaristici, che usava  l’idea dell’occidente per orchestrare colpi di stato.

Gli italiani gli devono l’aver ritardato il dilagare del populismo statalista . Giovanni Malagodi , con un vigore politico e morale non comune nella cosiddetta borghesia , ha avversato il capostipite dei boiardi di Stato, l’ing.Mattei, la collettivizzazione dell’agricoltura, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la pianificazione economica istituita per legge contro il libero mercato, la precipitosa creazione delle Regioni senza definirne funzioni strutturali e circuito economico – finanziario, il monopolio dell’informazione radiotelevisiva, l’assistenzialismo come filosofia di governo e come pratica di sottogoverno, l’ occupazione delle strutture pubbliche da parte dei partiti . Queste sue battaglie, condotte sempre nel segno della libertà nuova, nel medio lungo periodo hanno avuto tutte il conforto della storia . Nell’immediato, hanno attivato la resistenza culturale e civile quando democristiani e socialisti sostenevano ciecamente lo statalismo in vista del prevalere comunista secondo loro ineluttabile.

Gli italiani gli devono lo schierarsi del PLI a favore del divorzio. Quando Baslini, lungimirante e assai determinato, avviò la sua proposta , anche tra i liberali non trovò facile ascolto. In pochissimi votammo a favore della linea divorzista in Consiglio Nazionale (ottobre 1966) . Eppure nel giro di pochi mesi Giovanni Malagodi indusse la maggioranza del partito ad accettare questa linea (luglio 1967) . Pur lasciando ovviamente libertà di coscienza, il PLI divenne il primo partito schierato a favore del divorzio , lo restò per tutto il non breve periodo dell’iter legislativo e partecipò senza incertezze al fronte del NO contro il referendum abrogativo della legge (1974). In termini politici, la presenza liberale fu assolutamente decisiva per respingere l’attacco confessionale e conservatore. Fu la garanzia che il fronte del NO si batteva per una importante modernizzazione civile e non per dei valori socialcomunisti come sosteneva la DC.

Anche i liberali devono molto a Giovanni Malagodi, al di là della dignità riflessa di un leader prestigioso. Gli devono l’idea che la dimensione di associazione politica organizzata è una necessità. Ad un partito essenzialmente di notabili con propensioni elitarie, Giovanni Malagodi dette una struttura e l’obiettivo di rivolgersi a tutti i cittadini in tutto il paese. Con lui i liberali tentarono di affrontare il problema della sistematica e capillare diffusione delle proprie posizioni, un problema che purtroppo resta irrisolto , ed è alla base dei numerosi tentativi di snaturamento del liberalismo e della sua carenza nel dibattito politico italiano. Derivanti dal clima di sostanziale ostilità culturale  verso il liberalismo. Prima bollato come conservatore proprio dai sodali del compromesso storico, quando lui era in vita; e in seguito equiparato ad un aggettivo di altre culture ad esso contrapposte da chi ha cercato di sfruttare il termine liberale per entrare nei popolar conservatori europei e attirare in Italia i voti  liberali a mò di luce che inganna le falene.

I liberali gli devono una passione culturale e civile di respiro internazionale. Giovanni Malagodi si è battuto instancabilmente perché l’azione politica del Partito mantenesse forti legami con l’attitudine a riflettere sulle idee e sulle cose, inquadrando sempre l’ iniziativa contingente in una prospettiva di lungo periodo. Perché il dibattito politico sui problemi italiani non venisse mai confuso con quello sui temi internazionali eppure in nessun caso da questi temi prescindesse. Perché proprio i liberali, protagonisti del Risorgimento nazionale, continuassero l’opera di Gaetano Martino, decisivo protagonista nel ‘56/’57 dei trattati di Roma, nel costruire la Comunità Europea a passo a passo come nuova dimensione istituzionale di cittadini liberi. Perché la libertà di ciascuno fosse consapevole dei nessi con la libertà degli altri a livello mondiale. La cura di Giovanni Malagodi per l’ Internazionale Liberale, di cui è stato Presidente a più riprese per sedici anni e massimo esponente, e poi per l’ELDR che fondò in Europa, è stato l’amore per creature che di tutto questo sono tutt’oggi il simbolo ideale e lo strumento operativo.

Giovanni Malagodi , come capita a chi ha uno spessore politico culturale di rilievo e un forte impegno civile, è stato molto osteggiato . E nell’intento di ribattere, colpo su colpo, a chi in realtà osteggiava il liberalismo in anni a tratti drammatici, ha compiuto valutazioni discusse e discutibili. Il PLI si trovò appoggiato soprattutto da chi era influenzabile dalla paura , qualunquisti e conservatori. Che cominciarono a togliere l’appoggio appena si accorsero che il PLI di Giovanni Malagodi non era dei loro e non era disposto né a puntellare un potere discutibile né a fomentare avventure. Al declino elettorale, che fu progressivo e lento, Giovanni Malagodi non reagì cambiando le sue idee di fondo. E per questo, anche quando, nella seconda metà degli anni ’70, non ebbe più il controllo pressoché esclusivo del PLI, la sua figura non impicciolì.

La sua attività e la sua presenza politiche proseguirono con la medesima energia e con rilievo analogo, semmai con una accentuazione delle sue più personali convinzioni strategiche . Il suo impegno a favore di un liberalismo dinamico e attento ai diritti di cittadinanza, di un’economia libera, di un mercato aperto e regolato, divenne più coerente forse perché in genere meno vincolato al dilemma da lui non risolto dei rapporti con la DC.  Resta un patrimonio del nostro paese la dichiarazione di voto al Senato che lui fece per motivare l’astensione del PLI sul nuovo Concordato voluto da Craxi nel 1984.

Malagodi disse che non per caso non era stata esaminata la via di “un semplice ac­cordo che rappresenti il superamento totale del concetto concordatario. Il fatto che il Concordato sia conchiuso malgrado la natura profondamente mutata delle parti che lo conchiudono aggrava la situazione; tutto quello che di progresso si è riscontrato nella struttura e nello spirito del nostro Stato e nello spirito stesso della Chiesa cattolica poteva, e a nostro giudizio avrebbe dovuto, portarci al superamento totale della forma concordata­ria, che è pur sempre una forma di privilegio. Noi crediamo anche in armonia con lo spirito generale delle ultime riforme spirituali introdotte dal Concilio nella Chie­sa, che il Concordato sia una limitazione alla libertà della Chiesa e non il trionfo della libertà della stessaIl PLI si astiene perché sul punto centrale non c’è progresso. E quasi quaranta anni dopo è sempre più evidente e tuttora attuale questo stato di fatto, che limita molto il   confronto civile  e che mantiene la Chiesa in una condizione disallineata dalla libertà civile del mondo occidentale.

Giovanni Malagodi era un liberale arcigno e martellante, pervaso da un forte senso etico. Ma sempre aperto al nuovo. Lo testimoniano le sue posizioni sullo scenario interno e internazionale, il suo ripetuto distacco da reaganismo e tatcherismo , le sue iniziative culturali, la sua capacità di cogliere le grandi questioni di libertà, come ad esempio, fin da allora,  l’immensa sfida della società multietnica e multirazziale in un quadro globale.

E’ emblematico del suo modo d’essere, lo scontro avuto nell’ottobre 1989 al Municipio di Parigi, al ricevimento ufficiale di Chirac, allora Sindaco, per i congressisti di Liberal International. Al saluto di Chirac “tutti noi liberali” Malagodi replicò con un secco “voi conservatori, noi liberali”. Questo concetto marca una differenza sempre fondamentale. Una differenza che in Italia viene trascurata dal clericalismo religioso ed ideologico, che usa a parole il termine libertà del cittadino ma nella pratica non gliela fa  praticare fino in fondo, così favorendo l’immobilismo per privilegiare chi detiene il potere. Invece la libertà del cittadino è privilegiare sempre le scelte del cittadino al fine di  adeguarsi al cambiamento nel tempo. E’ solo dal conflitto democratico delle idee e dei progetti che per i liberali (al contrario dei conservatori) cresce la conoscenza delle cose e la qualità del convivere.

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