Sull’articolo circa il referendum (ad Angelo Panebianco)

Raffaello Morelli al prof. Angelo Panebianco , il 29 settembre 2020 , ore 20,27

innanzitutto la ringrazio per la risposta. Dalla quale apprendo che in un referendum, nel giudicare il quesito proposto, si devono valutare le intenzioni dei proponenti e non cosa dice il quesito e le conseguenze derivanti. E’ una novità che mi pare proprio non possa appartenere, in politica, al pianeta dei principi liberali. Con i miei migliori saluti
Raffaello Morelli

Angelo Panebianco a Raffaello Morelli il 29 set 2020, alle ore 19:57

Gentile dott. Morelli, apprendo dalla sua lettera che Grillo e compagnia promuovendo questo referendum hanno applicato il tipico metodo liberale del passo per passo . E dunque la maggioranza dei “si” per conseguenza è espressione di una maggioranza liberale. Cosa vuole che le dica? Evidentemente viviamo in due pianeti diversi. Non ho nulla contro le riforme passo per passo ma questa era tutt’altra cosa.
I miei migliori saluti
Angelo Panebianco

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Raffaello Morelli al prof. Angelo Panebianco il 29 set 2020, ore 10:27,


Egregio Professore,

il Suo editoriale di stamani sul Corriere si esprime con pacata ragionevolezza sul dopo referendum, rifacendosi anche all’articolo di Polito del 24 settembre. Peraltro, nella parte finale, seppur felpatamente, inclina ad un’impostazione conservatrice, scrivendo “è illusorio immaginare che la vittoria del «sì» sul taglio dei parlamentari possa essere usato per favorire altre (e più sensate) riforme”.

Osservo che simili parole cercano di negare dati di fatto per il periodo fino ad oggi e suppongono per principio che l’operazione taglio del numero dei parlamentari sia un’operazione anticasta senza respiro riformatore (e non dico questo ad urne spogliate ma lo ho detto in modo esplicito in un dibattito sei giorni prima del referendum, se vuole può leggermi – con nota al mio discorso del 14 settembre).

Di fatti, intanto, non dovrebbe appartenere al Suo metodo liquidare la riforma del taglio etichettandola come poco sensata. Perché il senso è chiarissimo, se si vuol vedere. Si è voluto fare una riforma ridotta, dopo che oltre dieci volte le Camere avevano votato il taglio senza mai arrivare a realizzarlo. Il che ha voluto dire attuare, non conta se consapevoli oppure no, il tipico metodo liberale dell’ a passo a passo, che agevola il mettersi d’accordo tra cittadini diversi e dunque con opinioni diverse. Aggiungo che , a parte il metodo, nel merito è un fatto che fino al 21 settembre il nostro Palamento era pletorico rispetto agli altri nel mondo occidentale (erano intellettualmente ridicoli i conteggi fatti da chi comparava dimenticando che in Italia c’è un bicameralismo paritario).

Quindi il senso c’è stato. Quello di fare un passo (non esaustivo ma significativo) che rendesse possibili farne altri, senza attendere di partire da ampie riforme organiche, difficili in Parlamento e pressoché impossibili tra i cittadini.

Quanto alla Sua convinzione che la vittoria del «sì» non possa essere usata per favorire altre riforme più ampie, è una Sua legittima previsione in prospettiva. Però la mettono in discussione tre aspetti. Il primo è che così Lei da per scontato che riforme ampie possano derivare solo da una riforma organica e non venire un po’ alla volta. Ed è una concezione immersa in una visione delle cose compatta, funzionale alle grandi organizzazioni e fuori del tempo, vale a dire una concezione estranea all’effettiva realtà (ed infatti l’esperienza mostra che non funziona).

Il secondo aspetto è che con la Sua previsione Lei da per scontato pure che “la maggioranza di questi sì non è spendibile in chiave riformatrice”. Ma la democrazia rappresentativa vive evolvendosi attraverso successive convergenze. Per cui affermare l’impossibilità di una chiave riformatrice, è solo un Suo assioma. E infatti il sì ha già reso possibile il poter evolvere, mentre il no avrebbe ancora una volta fatto prevalere il blocco dell’immobilismo (di certo illiberale). Si vedrà attraverso il confronto politico cosa potrà accadere.

Qui c’è il terzo aspetto. Lei afferma che la non riciclabilità del sì l’ha perfettamente capita il “rivoluzionario” Grillo. Grillo , che è un attore e non un politologo, pur usando una frase assai infelice (“credo nella democrazia diretta, non nel parlamento”), ha espresso un concetto diverso. Che lui non si riconosce in un Parlamento lontano dai cittadini, tanto da aggiungere “meglio estrarre a sorte invece di eleggere”. Ovviamente un liberale ritiene assurde queste battute da avanspettacolo, ma non per questo può smettere di lavorare al fare in modo che il Parlamento non si allontani mai dai cittadini. Perché quando lo fa vien meno alla sua funzione rappresentativa.

Questa è stata l’azione politica svolta dal taglio del numero dei parlamentari: corrispondere al giusto rifiuto dei cittadini del modo di governare di elites sedicenti depositarie di una competenza disattenta alle problematiche civili. Ed è questa è l’opportunità politica che si apre dopo la schiacciante vittoria del sì. I fatti diranno se verrà colta.

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