LA CENTRALITA’ DEL VOTO DEL CITTADINO


Trovo che l’articolo del prof. Emanuele Rossi su “Lezioni dopo le regionali” illustri con chiarezza due aspetti importanti del votare e che tuttavia sul terzo aspetto si contraddica.

Il primo aspetto è constatare che sono decisamente favoriti i Presidenti uscenti che si ricandidano. A prescindere dallo schieramento politico rappresentato. E ciò, chiosa il professore, conferma che , nella scelta di un amministratore, il candidato conta almeno quanto lo schieramento espresso.

Il secondo aspetto è l’impossibilità di trasformare ogni elezione locale in una sorta di grande sondaggio sul governo nazionale. Gli italiani, osserva il Professore, hanno detto chiaro e forte che, votando il Presidente della Regione, non pensano al voto sul Presidente del Consiglio.

L’autore conclude giustamente che queste due lezioni, nel complesso, fanno capire che ogni tipo di elezione fa storia a sé. E che dunque è decisivo il livello di governo territoriale per cui si vota e il luogo del voto.

Il terzo aspetto è il referendum e sul punto il Professore si contraddice. Non riguardo al risultato del voto prevedibile o non prevedibile, ma con l’asserire “ero e sono contrario alla riforma costituzionale”. Una frase che esprime un’idea in merito della centralità del voto del cittadino elettore, contrapposta a quella espressa nei primi due aspetti. Infatti, nei primi due aspetti, la parte del protagonista è riconosciuta al cittadino che valuta e sceglie. Lo stesso protagonismo del cittadino viene di fatto escluso affermando la contrarietà alla riforma della Costituzione. Perché un’affermazione del genere assegna alla Costituzione la natura immutabile. E una simile natura restringe il ruolo del cittadino a quello dell’adoratore di un totem. Alla Costituzione il cittadino dovrebbe credere per fede. Viceversa il ruolo di protagonista richiede che la Costituzione venga valutata in base allo sperimentarne la capacità di funzionamento.

Non solo. La Costituzione immutabile ha un’altra influenza negativa. I fautori di questa tesi sono coerenti nel teorizzare che sono possibili solo modifiche organiche di ampio respiro (appunto nello spirito di un nuovo totem). Qui scatta la tendenza a rendere molto arduo cambiare (non a caso il taglio del numero dei parlamentari era già stato votato 13 volte dalle Camere in quadri più ampi e mai realizzato), proprio perché i cittadini sono tutti diversi e, rendendo materia più vasta, è assai difficile trovare un accordo tra loro. Mentre una riforma chiara e circoscritta (come quella dello scorso 20 settembre) pone un quesito comprensibile e netto su cui è possibile la convergenza.

Così, seguendo il principio del cittadino protagonista nel voto in tutti e tre gli aspetti delle consultazioni elettorali, l’assetto istituzionale ha potuto compiere un importante passo avanti (tolta la pletoricità delle Camere). Ora è auspicabile che ci sia l’accordo per avviare ulteriori riforme, costituzionali o meno, che il professore auspica nella parte finale dell’articolo. Ma intanto il passo avanti resta. E prova che le istituzioni evolvono.

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