Una nota stonata (a Maurizio Molinari)

Egregio Direttore,

come può confermarLe il comune amico Gadi Polacco che ci legge in copia, da anni sostengo spesso che Lei è il giornalista più professionale attualmente sulla scena italiana, oltre che il più vicino alla cultura liberale (il che a noi fa molto piacere). Dimostra di continuo di essere preparato sui fatti e raziocinante nell’esporli.

Le invio queste righe, perché mi pare che la linea da Lei data a Repubblica sulla questione del referendum del 20 settembre è stata all’insegna del Suo stile tradizionale anche quando ha esposto con pacatezza e problematicità la Sua propensione per il voto No ad una riforma priva di certi correttivi. Appariva come appoggio alle richieste di Zingaretti, ma rientrava nelle valutazioni comprensibili. Viceversa colgo stamani nell’edizione di Repubblica, una Sua svolta culturale su cui, come liberale e come direttivo del Comitato per il SI (www.ilsidelleliberta.it), mi permetto di dissentire motivatamente nel merito.

La svolta non è certo sul Suo corretto ribadire che riformare la Costituzione rientra nella sua stessa fisiologia. La svolta è su due altri aspetti. Il primo è definire la riforma una scorciatoia. Dirlo significa adottare il principio che la riforma della Costituzione può essere solo qualcosa di organico nei ritocchi della struttura interna. Ora, tale principio è una teoria smentita dalla storia. Fin dalla Bicamerale Bozzi di quasi 40 anni fa si è continuato a fare proposte organiche inclusive della riduzione del numero degli eletti e non si è mai concluso nulla. E siccome sono evidenti le disfunzioni manifestate nel funzionamento delle Camere, questa volta, per agire davvero, si è ricorso intanto ad un taglio del numero degli eletti seguendo la logica espressa da Einaudi alla Costituente.

Il secondo aspetto è la motivazione secondo cui una riforma deve tener presenti tutte le conseguenze che nella Costituzione si hanno con il taglio. Anche questo è un motivo che occhieggia al perfezionismo di fatto immobilista. In primo luogo perché, come ha scritto Onida, la Costituzione e il Parlamento funzionano lo stesso anche con meno eletti. Ed inoltre perché non sono fondate le preoccupazioni Sue e dei sostenitori del No, circa l’indebolimento della rappresentanza. Il concetto di rappresentanza esprime la qualità del confronto tra idee e progetti dei cittadini coinvolti, non un rapporto quantitativo tra eletti ed elettori, che addirittura sarebbe migliore quanto più alto. Concepire la rappresentanza come rapporto quantitativo, equivale a propendere al separarla dai meccanismi di scelta in mano ai cittadini, meccanismi che della rappresentanza sono invece l’anima vera secondo la cultura liberale (confermata dall’esperienza).

Lei poi solleva il sospetto (non la certezza, precisa) che dietro il taglio del numero degli eletti possa esserci l’intenzione di indebolire il parlamento e la Costituzione. Capisco che in quanto giornalista cerchi di esplorare ogni eventualità, e si ponga il problema delle intenzioni di alcuni politici. Ma tale sospetto non ha senso proprio perché, come scrive Onida, il taglio migliora, non diminuisce la qualità del funzionamento. E comunque le intenzioni, vere od eventuali, non fanno parte del quesito, e dunque non dovrebbero entrare nel dibattito sul merito.

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