Ridurre gli eletti migliora la democrazia rappresentativa

Sull’Huffington sono apparsi tre articoli di Nadia Urbinati, di Massimo Teodori e di Giorgi Gori a sostegno del NO al referendum. Argomentano in modi differenti ma convergono sul definire un pericolo per la democrazia costituzionale la legge votata in parlamento che riduce il numero degli eletti. La loro scelta di voto è legittima però, mancando di ragioni oggettive e concrete, è affidata ai pregiudizi ideologici .

Nadia Urbinati definisce la riforma scellerata, in quanto fa credere che ridurre gli eletti rimpicciolisca la casta. Secondo lei, invece, si formerebbe una casta più selezionata e direzionata verso le parti più forti della società. Perché la competizione aumenterà, occorreranno più soldi per farsi eleggere e verrà squilibrata l’eguaglianza di opportunità politica. Già una simile analisi presuppone che la capacità di elezione non derivi dal confronto tra idee e progetti, bensì dal denaro di cui dispone il candidato. Un suggerimento ad escludere la ricchezza dai parametri coinvolti nello scegliere. Il che, a parte la vena irrealistica, mira a fare uguali i cittadini. Questo però non è quanto dice la Costituzione, che impone l’uguaglianza di fronte alla legge (quindi nei diritti individuali e nelle procedure elettorali) non l’uguaglianza fisica e finanziaria dei cittadini a scapito della loro variegata diversità di vita. Già questa è una concezione antirappresentativa per cui dovrebbero decidere solo i cittadini più disagiati e non quelli che lo sono meno.

L’Urbinati afferma poi che sfoltire il Parlamento è cedere al populismo che ama nette maggioranze con pochi ostacoli. Mentre invece la democrazia parlamentare ha bisogno di partiti politici, senza i quali non è effettiva rappresentanza politica ma delega elettorale a notabili. Diminuire gli eletti, farebbe crescere il loro potere e diminuire quello di chi li elegge (richiedendo più voti). E ciò, dice Nadia Urbinati, è contro il nostro interesse. Qui, innanzitutto non è vero che, con meno eletti, spariscono i partiti, dal momento che il confronto prescinde dal numero degli eletti. E inoltre è chiaro che per la Urbinati la rappresentanza non è costruita sul confronto delle idee e dei progetti da applicare alle condizioni effettive del convivere, ma solo sul far contare di più quelli che hanno meno risorse rispetto agli altri (e neppure dice perché, quindi un assioma ideologico religioso). Per di più sono asserzioni disattente alle procedure della rappresentanza, che oggi non danno deleghe ad un club di eletti, ma dispongono sempre più di ampi meccanismi di controllo continuo da parte degli elettori.

Massimo Teodori è esplicito nel mostrare il suo antigrillismo viscerale. La proposta di ridurre il numero degli eletti va bocciata votando No, perché rientra nel disegno del M5S che è un disegno espressione del rifiuto della democrazia parlamentare. Ma il rifiuto non è nel quesito referendario del 20 settembre. Insomma Teodori fa dichiarazione politica contro il risultato del 4 marzo 2018 che avrebbe usurpato i partiti tradizionali.

Giorgio Gori da per scontato che ridurre il numero degli eletti sia il male assoluto, perché frutto del populismo antiparlamentare. Lo da per scontato in base a vere e proprie falsità. Tipo, il rapporto eletti elettori diverrebbe in Italia il più basso (in realtà diverrebbe il quinto in Europa e ancora meno nel resto del mondo), non ci sarà più il principio di rappresentanza nelle aree interne e meno popolate (in realtà la rappresentanza non è quantità ma qualità e libertà del confronto e della scelta), le liste bloccate saranno più corte e più controllabili (ma il problema sta nel blocco non nella lunghezza), gli italiani all’estero saranno discriminati in base alla residenza (lo sono già oggi), che il parlamento sarà più debole nei confronti del governo (come se il dibattito dipendesse dalla forza fisica). In più Gori usa soprattutto svariati argomenti strumentali alla polemica interna PD. Arzigogola sulle tattiche usate dal PD, per lui sbagliate in ogni caso perché non eviteranno il danno del taglio neppure se i provvedimenti compensativi (vale a dire ulteriori ritocchi costituzionali) dovessero essere approvati in via definitiva. Perché resta il male assoluto del taglio del numero dei parlamentari che viola gli equilibri costituzionali (altro suo assioma).

A parte Teodori, Urbinati e Gori esprimono con toni diversi il mito della Costituzione intoccabile. Ma in una democrazia liberale, la Costituzione non può esserlo. Nel 2016 ci opponemmo alla proposta di riforma oligarchica con lo slogan NO al Peggio, perché voleva sistematicamente ridurre il peso dei liberi cittadini. Oggi, la riforma votata in Parlamento è assai circoscritta e non toglie ai cittadini capacità di scelta. Dunque non ha senso insistere sul fatto che la Costituzione è intoccabile. Ridurre di un terzo il numero degli eletti, porta benefici all’istituto dopo molti decenni. Migliora la qualità e la trasparenza del dibattito parlamentare nonché il confronto elettorale su idee e progetti, quindi il funzionamento della democrazia rappresentativa. Di conseguenza riduce sul territorio la rete degli assistenti parlamentari, che nel tempo ha assunto le caratteristiche di un tessuto di rapporti amicali poco inclini ai grandi dibattiti sulle idee e sui progetti. Per tutti questi motivi, chi non è invasato della Costituzione del ‘48 e vuole realizzare il concreto cambiamento possibile, al referendum vota SI per tagliare insieme il numero degli eletti e il vizio del potere di prosperare con più posti da distribuire.

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