Sulla direzione di marcia UE (a Giovanni Orsina)

Caro Orsina,

non di rado Ti scrivo per commentare i Tuoi articoli su La Stampa, siccome sei uno dei pochissimi di commentatori di rilievo a collocarsi nel filone della cultura liberale. E dunque, occupandomi di politica liberale, i commenti sono fisiologici quando avverto passaggi che trovo non coerenti. Tipo, nell’articolo di stamani, alcune affermazioni nella prima parte. Quelle più stridenti sono “nemmeno una catastrofe epocale come la pandemia ha saputo modificare la direzione di marcia del progetto europeo. Anzi, l’andamento del Consiglio e le sue conclusioni hanno semmai rafforzato la dimensione intergovernativa dell’Unione, un’arena di conflitti e compromessi fra interessi nazionali ben più che una federazione.”

Osservando quanto è accaduto da febbraio ad oggi, ritengo invece che la direzione di marcia del progetto europeo sia cambiata radicalmente (meno male). E non lo dico ora. Lo ho già rilevato dando alle stampe il 13 giugno scorso un mio saggio su “L’esperimento UE” nel frattempo pubblicato dal trimestrale Libro Aperto (di cui allego il .pdf completo NDR qui non si allega perché può essere letto alla data del 15 giugno 2020). E quanto avvenuto conferma la prospettiva di quel che scrivevo. E’ stata abbandonata la politica illiberale dell’austerità riprendendo il cammino iniziale dell’Europa come maturazione, interrotto a Maastricht (l’entusiasmo degli europeisti italiani è giustificato, anche se forse pensano alla dimensione finanziaria, più che ad esser pienamente consapevoli di cosa è davvero avvenuto). Aver ripreso questo cammino, significa innanzitutto smetterla con il fingere che l’UE sia stata nell’ultimo quarto di secolo un qualcosa di sovranazionale organico, concezione irrealistica funzionale agli interessi di elites (segnatamente euroburocratiche) chiuse in sé, le quali, mitizzando un’Europa immaginaria, si sono distaccate dai cittadini e hanno finito per favorire i sovranisti.

L’UE è viva solo se è un processo concreto di libertà civile attiva e dunque non può che partire intanto dagli Stati che la compongono. E puntare ad accordi progressivi che superino i vecchi sistemi degli stati sovrani che guerreggiavano per affidarsi a norme per le relazioni tra i diversi cittadini costruite nell’ottica di imperniarsi sulle necessità dei cittadini. Per raggiungere questi accordi, conflitti e compromessi sono fisiologici ed esprimono le diverse sensibilità e interessi tra i vari stati oggi esistenti con il filtro dei rispettivi parlamenti. La cosa decisiva è che si sia imboccata la strada dei Bond emessi scientemente dall’UE nel suo complesso e dell’investirli per consentire il riequilibrio dei mercati colpiti dal Covid19. E’ decisivo perché di fatto viene saltata la fase del fare prima la federazione unificante (e di per sé anche soffocante e comunque ancor più difficile e vecchia struttura istituzionale) tanto che, non a caso, anche negli anni ’50 fallì l’ipotesi dei federalisti. L’accordo è stato raggiunto in base alla convergenza sulla valutazione dei dati concreti. Ed è l’aver innescato il metodo del continuo valutare in base ai fatti delle relazioni interindividuali che si è fondato per decenni il successo dei Trattati di Roma.

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