L’esperimento Unione Europea

Testo pubblicato dalla Rivista LIBRO APERTO n.102 (quale anteprima del   libro “SULL’EVOLVERSI  DELLA CONVIVENZA NEL  TEMPO VERSO L’INDIVIDUO”  , capitolo 8.3.a.4 ),

E’ un tema  ineludibile da approfondire quando si tratta la logica complessiva  dell’impegno liberale nel convivere. Non per completezza espositiva. Perché rappresenta il maggior tentativo, fino ad oggi, di costruire un ambito istituzionale attraverso un metodo che non sia imporlo con il potere bensì farlo discendere dal libero confronto tra le iniziative di chi vi convive singolarmente.

I Prodromi. Un’idea  del genere, che è una grande svolta nell’approccio politico, non ha la genesi di solito attribuitale. A parte il nominalismo, ha ben poco a che fare con il Manifesto di Ventotene, il cui testo originario venne scritto nel 1941 a Ventotene da tre confinati antifascisti (Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli), poi ritoccato fino al ’44 e diffuso da un’altra storica europeista, Ursula Hirschmann, che stava a Ventotene in quanto moglie di Colorni senza esser soggetta al confino. Ora, tre di queste persone erano impegnate nell’area del socialismo militante (Colorni, Hirschmann e Spinelli, che aveva  trascorsi ufficiali nel PCI), mentre la quarta (Rossi) era solo contigua, in quanto aveva legami anche con le idee liberali. La prevalente cultura politica degli autori pesò parecchio nel Manifesto. Tanto che esso auspicò con forza l’Europa, ma non delineò i principi su cui fu poi costituita. Due le principali  distinzioni chiarificanti.

La prima sta nella prefazione. “La responsabilità delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti sono gli stati sovrani, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici”. La seconda è che per il Manifesto “la rivoluzione europea dovrà essere socialista”. Con l’aggiunta  “il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali, ma non sa cosa volere e cosa fare… La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria…(Il nuovo movimento) dà in tal modo la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia”.

Come si vede il Manifesto di Ventotene muoveva da un’analisi vecchia maniera circa il motivo per cui prevaleva la propensione al conflitto armato, vale a dire lo stato nazionale. La concezione di stato nazionale veniva respinta in un modo differente da quello utilizzato dalla Chiesa nei millenni (mai del tutto inclusivo dell’esistenza dello Stato). Però, al posto dello Stato nazionale, si prefigurava la possibilità di una sua nuova concezione organizzativa con l’obiettivo di dare una impronta più vicina all’idea di pace. Un obiettivo in sé non nuovo (anche chi promuove una guerra lo fa per arrivare ad una pace per lui più sicura) e soprattutto ambiguo nella sostanza, perché non distinto dalla logica impositiva sul come realizzare l’idea di pace (vedi il riferimento inequivoco alla pianificazione socialista). In pratica, il Manifesto di Ventotene collocava il concetto di Europa in una prospettiva che restava estranea alla democrazia liberale articolata sul cittadino.

Del resto, negli  anni immediati del dopoguerra, quell’idea di Europa non fece reali progressi. Seppure con una forte cautela, fu intrapresa la strada che venne indicata da una dichiarazione, da allora celebre (maggio 1950)  , del Ministro degli Esteri francese Robert Shuman, uomo di forti radici cattoliche (tanto che da un quindicennio è in corso il processo di beatificazione). Shuman sostenne che, per mantenere relazioni pacifiche nel mondo (attenzione, relazioni pacifiche è cosa diversa dalla pace “secca”) occorreva un’Europa unita. E disse: “l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete,  che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Parole acute perché, pur nel quadro della solidarietà dei cattolici, si focalizzavano sul concetto di lavoro progressivo dei partecipanti in termini politico culturali, al fine di spingerli ad un clima equivalente nei fatti (non identico) a quello della solidarietà.  

 In tale quadro Shuman propose di agire immediatamente su un punto limitato ma decisivo.
 La costituzione di un’Alta Autorità per il Carbone e Acciaio, aperta ai paesi europei disposti ad aderirvi e intesa a fornire ai componenti gli elementi base della produzione industriale. Così, dichiarò Shuman, si getteranno le fondamenta reali dell’unificazione economica, assicurando la fusione dei mercati e l’espansione della produzione.


L’anno successivo (1951) l’idea si tradusse nel Trattato di Parigi che creò la CECA in una logica che venne detta funzionalista. I sostenitori della logica  Manifesto di Ventotene, non la condividevano  e nello stesso periodo spinsero per sviluppare un progetto sovranazionale federalista, nel quale l’integrazione politica fosse molto più forte fin  dall‘inizio. Di fatto furono spinti dagli Stati Uniti attraverso il braccio NATO, e riuscirono a far presentare dalla Francia il progetto di un esercito europeo sotto il comando della NATO e la gestione della stessa Europa, nel frattempo da dotare di un organo democratico. Quest’ultimo punto soprattutto, fu dovuto all’Italia, all’epoca fortemente influenzata dall’impostazione di Spinelli  sulla Presidenza del Consiglio.

A primavera del 1952 venne siglato il patto per la Comunità di Difesa, CED, e fu subito redatto anche uno Statuto di una Comunità Politica Europea (CPE). Però serviva l’approvazione dei parlamenti dei paesi CED e l’Italia , per decidere, attese la Francia. Ad estate inoltrata del ’54, nonostante le fortissime pressioni degli USA e dei federalisti, il parlamento francese respinse la proposta di Statuto. E la CED franò. Con essa venne sconfessata l’idea che la dichiarazione Shuman potesse essere applicata ritornando alle vecchie pratiche tradizionali degli Stati degli accordi tra cancellerie, utilizzate prima della seconda guerra mondiale. L’Europa avrebbe potuto avere un sapore nuovo solo riuscendo a tener conto del giudizio dei suoi cittadini, espresso in qualche modo verificabile. Un concetto che i federalisti inclinano a trascurare, nella convinzione che l’approccio razionale sia comunque destinato a prevalere. 

Neppure un mese dopo il voto del Parlamento di Parigi che decretò la frana del progetto CED, in Italia divenne Ministro degli Esteri (proveniente dal Ministero della Pubblica Istruzione con un rimpasto) il liberale Gaetano Martino. Da liberale, per costruire un rapporto innovativo tra gli stati Europei, riprese ed ampliò l’impostazione funzionalista, convocando a maggio ‘55 la Conferenza di Messina con un’impostazione del tutto differente da quella federalista. La Conferenza ebbe un gran successo e in due anni sfociò nei Trattati di Roma imperniati su una caratteristica linea liberale,  quella del procedere a passo a passo sulla strada della libertà attiva dei cittadini europei.

I Trattati del 1957. I Trattati di Roma furono sottoscritti a primavera ’57 dagli stessi sei paesi della CECA, Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. La logica della linea liberale ne  indirizzò parecchio la premessa. Che recita.

I sottoscrittori,  “DETERMINATI  a  porre le fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei, DECISI ad assicurare mediante un’azione comune il progresso econo­mico e sociale dei loro paesi, eliminando le barriere che dividono l’Europa, ASSEGNANDO ai loro sforzi per scopo essenziale il miglioramento co­stante delle condizioni di vita e di occupazione dei loro popoli, RICONOSCENDO che l’eliminazione degli ostacoli esistenti impone una azione concertata intesa a garantire la stabilità nella espansione, l’equilibrio negli scambi e la lealtà nella concorrenza, SOLLECITI di rafforzare l’unità delle loro economie e di assicurarne lo sviluppo armonioso riducendo le disparità fra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite ….. HANNO DECISO di creare una Comunità Economica Europea” (CEE) .

L’art. 2 scriveva “La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne.……”. Dunque era la strategia del trascorrere il tempo operando insieme tra cittadini reali nelle occupazioni quotidiane per rendere ognuno più libero di esprimersi. Non a caso il principale provvedimento fu l’eliminazione dei dazi doganali creando il mercato unico nella prospettiva, non a breve, dell’unità politica. Insieme al Trattato CEE fu firmato dagli stessi sei anche il Trattato Euratom (tutt’oggi vigente), a garanzia che l’energia atomica venisse ricercata ma non a fini bellici.

Dunque una CEE impostata intorno al cittadino in carne ed ossa, legata ai fatti e ai risultati. Una CEE che nel tempo è via via cresciuta nelle norme adottate, nelle iniziative, nelle richieste di valutazione fatte ai rispettivi cittadini via referendum e poi nell’instaurazione di specifici organi istituzionali in parte eletti a suffragio universale con ricorrenza periodica. Una CEE che ogni tanto vide aumentare i propri membri, nel 1973 altri  tre ( Danimarca ed Irlanda mediante referendum,  Gran Bretagna senza), uno nel 1981 senza referendum (Grecia), altri due nel 1985 senza referendum (Portogallo e Spagna). Poi nel 1985 vi fu in Gran Bretagna un referendum di conferma nella CEE.

L’ultimo guizzo di questa CEE coerente con l’impostazione originaria dei Trattati di  Roma, avvenne in Italia a metà maggio ’89 con il referendum di indirizzo voluto dal Ministro degli Affari Comunitari, La Pergola, e da quello degli esteri, Andreotti. Difatti ai cittadini si chiedeva l’assenso per trasformare la CEE in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento,  cui affidare il redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri. Previa un’affluenza alta (quasi 81%), i  Sì furono l’88%. Dunque, è certo che almeno i cittadini italiani intendevano proseguire nello sviluppo di un’ Europa imperniata sull’attività dei cittadini.

La svolta di Maastricht. Come ho scritto sopra, fu anche l’ultimo guizzo. Non solo perché da allora non vi è stato più in Italia un voto in tema di costruzione dell’Europa. Soprattutto perché, nel complesso dei paesi protagonisti dell’esperimento europeo, il meccanismo, lento ma abbastanza pressante, che procedeva lungo la direzione dell’indirizzo originario della costruzione, si è in sostanza interrotto con il crollo del Muro di Berlino (novembre 1989), il disfacimento dell’URSS (estate 1991) e il correlato Trattato di Maastricht (febbraio 1992).  La ragione essenziale sta nell’ubriacatura che colse l’Occidente, Europa inclusa, quando interpretò il crollo e il disfacimento come fine della storia e vittoria del principio di libertà.

La fine della storia è un concetto illiberale che allora fece in breve riprecipitare il mondo in un gorgo antico:  credere che possa esistere un modello di conoscenza definitivo e immutabile. Da ciò la lotta per possedere tale modello, chiunque ne sia il titolare, Stato od organizzazione privata. La libertà è un’altra cosa. E’ diversità individuale, è connettersi ai fatti sperimentando nel tempo, è rispettare il confronto secondo le regole su quanto viene intrapreso, è non volere dominare il mondo, è adeguarsi al mondo subendone le conseguenze del non farlo (non c’è la sicurezza che tutto vada bene). Perciò la libertà non può per natura aver fine né vincere una volta per tutte.

Il Trattato di Maastricht è non poco sbilanciato verso la concezione della fine della storia. L’ultima spinta la dette l’annessione concordata nell’estate 1990 della Germania dell’Est da parte di quella dell’Ovest, straordinariamente sentita dal governo tedesco occidentale e divenuta l’emblema della sconfitta del comunismo sovietico. L’ unità della Germania e poi la scomparsa dell’URSS  attivarono l’idea –ritenuta quasi un dovere – di accelerare il processo di costruzione dell’Europa e di farlo  con un atto partecipato da tutti gli Stati membri della Comunità Europea, così da sottolineare il comune intento unificante.

Gli ambienti europei furono colti da una sorta di frenesia. Basta paragonare il tempo occorso per arrivare dai Trattati di Roma alle prime elezioni europee (266 mesi), con quello dall’unificazione tedesca al Trattato di Maastricht (solo 18), nonostante che a Maastricht si decidessero molte novità di grande rilievo. Vennero mutati il nome concetto del progetto (diverrà Unione Europea) e la sua struttura. I Trattati precedenti divennero il primo pilastro dell’UE e ne furono aggiunti altri due, il pilastro della politica estera e il pilastro della giustizia ed affari interni. Inoltre vennero fissati i parametri economico sociali per divenire membri UE e stabilito l’avvio della procedura per arrivare ad una moneta unica, l’euro.

Tale frenesia è alla base  della cesura, che allora si verificò, nel processo originario di integrazione. Oltre all’errore concettuale della fine della storia (che coinvolse l’intero occidente), nel nostro continente giocò anche un’altra preoccupazione. Quella di Mitterand che, molto preoccupato del nuovo nucleo della Germania unita, favorì la frenesia con lo scopo  di legare fortemente la Germania all’UE (compiendo un grave errore d’analisi, nonostante la sua proverbiale finezza intellettuale). Infatti, essendo ben consapevole del senso storico dei Trattati di Roma sottoscritti dal Governo francese di cui era Ministro della Giustizia, Mitterand non colse che la preoccupazione di stampo ottocentesco  circa la riunificazione tedesca, non valeva far violare a Maastricht gli innovativi criteri dei  Trattati di Roma imperniati sul cittadino. Comunque, in un modo o nell’altro, nel proseguire la costruzione dell’Europa venne abbandonato l’essenziale criterio del procedere a passo a passo dando il tempo necessario per il maturare delle condizioni del convivere a livello europeo.

Nella pratica si abbandonò il principio del restare sempre collegati al cittadino, e vennero assunte a livello intergovernativo decisioni  di ampia portata per la struttura istituzionale. Si dette per scontato che le decisioni di ciascun governo corrispondessero punto per punto alle indicazioni dei propri governati. Il che era almeno tutto da verificare, visto che pochi di loro erano stati consultati. Da un’Europa che cresceva, a passo a passo ma nel segno del coinvolgere le opinioni pubbliche dei rispettivi paesi, si passò in modo brusco ad un’Europa nel segno delle pratiche seguite per secoli dagli Stati vincitori di guerre , cioè la politica di potenza voluta dai gruppi dirigenti del momento e resa possibile dal successo contingente.

Una prospettiva frenetica di questo tipo, produsse vari riscontri. L’ampliamento dei paesi membri UE (che passarono in un decennio da 12 a 25 membri, e poi altri tre nel 2013), anteponendo l’esibire la quantità alla qualità del partecipare in comune e al mancato amalgamarsi della cultura dei membri dovuto al tempo troppo breve. Parecchio pesarono le due scelte nei settori della rappresentanza all’esterno e in quello economico, che si rivelarono  uno sfoggio di grandezza  vuoto di sostanza unitaria, sia nel campo internazionale sia in quello economico finanziario.

Nella costruzione UE, da Maastricht in poi è invalso il sistema usato spesso per insegnare a nuotare: all’improvviso si getta in acqua il neofita. Ma perfino in quel caso,  può riuscire il far apprendere lo stare a galla, ma non si perfeziona la tecnica del nuoto. Per costruire un’istituzione di nuovo tipo o un meccanismo economico, l’istinto di mantenersi a galla non può certo bastare. E infatti non è bastato, proprio per difetti nella concezione d’avvio.

Il Trattato di Maastricht stabilì che i mutamenti seguiti al concludersi della guerra fredda consentivano di per sé un ruolo UE nel mondo. Di conseguenza era opportuna una cooperazione  più forte nella politica estera e di sicurezza. Però non partì dal definirne la base. Che vari  anni dopo fu individuata nello svolgere operazioni di pace, vale a dire un compito analogo all’ONU. Peraltro tale compito eludeva lo scopo intrinseco dell’UE (far crescere dall’interno il peso politico decisionale dei cittadini) e adottava la tradizionale logica di potenza di un’entità pesante a livello mondiale. Per di più non riusciva a superare, al di là delle autoconvinzioni, la dimensione intergovernativa. E ciò anche dopo che nel 2009 fu creato l’Alto Rappresentante UE per gli affari esteri e la sicurezza, restato sempre un fantasma inconsistente in mancanza di una compiuta linea politica sottostante.

Nel settore economico, il Trattato di Maastricht  seguì l’idea di rafforzare la collaborazione europea mediante l’avvio di un processo di convergenza delle varie valute in una moneta unica, l’euro. Però anche qui non partì dal definire quale fosse la politica economica e fiscale dell’UE. Eppure è un dato consolidato dell’esperienza economica che una moneta vive nel quadro di un sistema economico (a parte il discutere quanto lo influenzi) comprendendovi pure un sistema fiscale. E da tale quadro non  può prescindere se vuol davvero che il tutto funzioni.

In sostanza, sia nel caso dei rapporti con l’esterno sia in quello del formare una moneta unica, l’UE fece ricorso ad un artificio tecnico al fine di dar l’impressione di fare un passo avanti verso la sovranità nella cittadinanza europea. In realtà, in ambo i casi, veniva anteposto il valorizzare la specifica prassi operativa scelta dalle elites dirigenti, senza pensare alla verifica di merito attraverso il giudizio elettorale. Una prassi  rientrante nell’atmosfera frenetica di allora, non disposta ad attendere i tempi richiesti per la maturazione dei provvedimenti presso i cittadini, oltretutto resi superflui (si argomentava) dalla indiscussa competenza dei decisori.

In più, da quegli anni fino a tutto il primo decennio duemila, le scelte dell’UE sono state incalzate dalla sopravvenuta pressione valutativa del gonfiarsi della globalizzazione (all’inizio una novità). La crescita robusta dei mezzi di comunicazione e della loro velocità (ben oltre l’immaginabile qualche decennio prima), ha  determinato il ridursi dei tempi di sperimentazione rispetto alle conseguenze delle politiche adottate. Inoltre, il sistema di governo UE, dominato dalle relazioni intergovernative intrecciate alle burocrazie istituzionali delle strutture europee, è  stato nell’intero periodo sempre più incline alla disattenzione riguardo il modo di reagire e di giudicare dei cittadini dei paesi membri.

I primi indizi della disattenzione furono appunto la sufficienza e la trascuratezza con cui si interpretarono  nel corso degli anni i risultati  traballanti di alcune tra le non molte consultazioni referendarie  svoltesi nei vari paesi membri. Per di più accompagnate da un lavorio ininterrotto per rimaneggiare i Trattati dell’UE pensando ai cittadini solo marginalmente.  Si cominciò in Danimarca ove per approvare il Trattato di Maastricht ci vollero due referendum (il primo nel ’92 vinse il No e poi il Si nel ’93). Seguì nel ’94 il No della Norvegia all’aderire all’UE. Però la frenesia europeista di facciata allora dilagante si impegnava nel redigere un nuovo testo, il Trattato di  Amsterdam (ottobre ‘97),

L’acuirsi della svolta .  Il Trattato di  Amsterdam proseguiva la logica di migliorare i testi di Maastricht conservandone la sostanziale distanza dai cittadini europei. In pratica, a questi ultimi doveva bastare che l’UE potesse funzionare attraverso una più forte cooperazione anche senza l’assenso di tutti i membri (sufficienti i 3/5) e che nei testi fossero rafforzati il riferimento alla libera circolazione, all’occupazione, agli accordi sociali.

Pochi mesi dopo, nel ’98, arrivò dalla Danimarca il No all’euro. Già questo un fatto non da poco, perché significava che l’UE del Trattato di Maastricht non coincideva con la zona euro (e ciò confliggeva con lettera e spirito dei Trattati di Roma). Però gli ambienti UE restavano sordi ai campanelli di allarme. La premura principale era legata alle strutture esistenti. Siccome era alle viste l’aumento dei membri UE , diveniva necessaria una modifica del sistema per funzionare anche con un numero assai maggiore di membri.

Così a dicembre 2000, con il Trattato di Nizza, si adottarono gli aggiustamenti indispensabili (composizione della Commissione UE, numero di  Parlamentari di ogni paese membro, estensione del voto qualificato, nuove rispettive competenze nei due gradi di giudizio nel diritto Comunitario, Tribunale e Corte di Giustizia). E si verificò anche un episodio  emblematico del modo di concepire il rapporto con i cittadini europei.

Venne proclamata con enfasi la Carta dei diritti fondamentali UE senza però inserirla nel Trattato. Cosa senza senso. Perché equivaleva a dire che il Trattato è una struttura non riferita a quei diritti. E perché fa insieme intendere che, per definire l’UE,  conta non tanto la struttura giuridica quanto le dichiarazioni sbandierate dagli organi di vertice. 

Non finì neppure qui. Nel 2001 ci fu il No dell’Irlanda al trattato di Nizza (approvato poi l’anno successivo). Però gli ambienti UE di vertice continuarono a non avvertire gli scricchiolii, consistenti nelle conseguenze dell’allontanarsi dai cittadini. Così l’anno seguente Nizza, vide i 15 membri UE impegnati a preparare una nuova piattaforma volta a rafforzare l’impressione che l’UE crescesse. Ma la crescita – per un riflesso d’abito mentale perfino automatico – era intesa analoga al modo in cui erano cresciuti gli stati per secoli: l’accorparsi sempre più.

Venne redatta una dichiarazione (Laeken, dicembre 2001) con obiettivi ambiziosi, quali l’ingresso di ulteriori membri, un maggior spazio ai cittadini nelle strutture, la stretta connessione tra costruzione dell’istituzione UE e rispetto delle competenze degli stati membri. Per rendere possibile tutto ciò, fu creato un organo straordinario, la Convenzione Europea (presieduta da Giscard d’Estaing), incaricato di redigere un nuovo trattato  che istituisse la Costituzione per l’Europa. 

Tale organo, che lavorò quasi un anno e  mezzo, era stato concepito con i germi involutivi UE rispetto al Dna della partenza nel 1957. Dava per acquisito che l’UE dovesse procedere ulteriormente adottando una Costituzione, senza però porsi il problema di coinvolgere i cittadini in una decisione preventiva al riguardo. E ciò, dopo poco meno di un cinquantennio dai Trattati, significava di per sé la mancanza di un’evoluzione civica e l’essere rimasti ai vecchi Stati. Un altro richiamo  al primato dei vecchi Stati,  era la presenza al tavolo della Convenzione, oltre gli Stati già membri UE, di quelli previsti aderenti negli anni successivi. Alla maturazione civile, nessun cenno effettivo.

Inoltre, la Convenzione era in filigrana  la fotografia ponderata dei vari organi istituzionali esistenti (un  componente per ognuno dei governi membri e dei governi candidati, due per ciascun parlamento  degli stati membri e di quelli candidati, 16 parlamentari UE e due Commissari UE, più vari rappresentanti di sotto comitati con funzione di osservatori). Dunque la  Convenzione fu composta privilegiando  in qualche modo chi fosse già addetto al ramo. E poi effettuando una mole di consultazioni di svariato genere, che peraltro erano l’unica forma di contatto con i cittadini normali, la cui partecipazione escludeva appunto il poter decidere o dare  indicazioni cogenti.

Così, la Convenzione era estranea per origine al concetto di maturazione civile. Perché operava mediante una rappresentanza degli europei assai indiretta e perché  comprimeva il tempo  fisico sia nell’allargare le adesioni sia nel rapporto intercorrente tra il modo di essere dei cittadini europei e le competenze nazionali.

Tutto ciò comprova che la costruzione UE era divenuto un fine (esibirsi quale Stato forte tradizionale) a prescindere dai suoi caratteristici contenuti politico culturali imperniati sul cittadino. Gli avvenimenti circostanti erano casualità senza peso. Eppure, nel 2003, due mesi dopo la presentazione dei risultati del lavoro della Convenzione in tema di costituzione UE, ci fu il No della Svezia sul tema dell’adesione all’euro. Qualcosa di rilevante nell’ambito della struttura europea, anche fuori dall’argomento costituzione UE. Eppure si continuò  a procedere imperterriti.

Subito dopo, ad ottobre 2003,  la Presidenza del Consiglio UE (al momento era l’Italia con Berlusconi) riunì la Conferenza Intergovernativa (due per ogni stato membro più il Presidente della Commissione, allora Prodi, e il Presidente del Parlamento) per limare il progetto redatto dalla Convenzione (e aggiustato dai giuristi)  in vista della procedura di ratifica da parte dei membri. Qui faccio un breve inciso utile  in seguito. Il Presidente del Consiglio italiano, essendo molto amico del Primo Ministro Turco Erdogan, lo invitò alla Conferenza Intergovernativa come osservatore, visto che la Turchia era da un triennio candidata ad aderire all’UE e intendeva stringere i tempi.

Il confronto sulla ratifica fu assai forte fino all’estate 2004, in specie sul calcolo della maggioranza qualificata, sull’abolire o no il voto unanime (che toccava soprattutto politica estera e  fiscalità ), sul numero dei componenti la Commissione, e su altre questioni su cui non venne trovato accordo (come l’introdurre il richiamo alle radici cristiano giudaiche, inaccettabile in un documento concernente il futuro e non il passato). Trovata un’intesa sui punti meno controversi, a fine ottobre venne firmato con gran rilievo a Roma, nella stessa sala del 1957, il Trattato che varava la Costituzione per l’Europa. E poi a dicembre ci fu il via all’ingresso nell’UE di Bulgaria e Romania.

A questo punto si avviò nei vari paesi il processo di ratifica (da concludere entro il 2006) o tramite referendum (10 paesi) oppure per via parlamentare i restanti, come  l’Italia. Già questo era singolare. Far ratificare un documento cardine come una Costituzione di un nuovo soggetto, da molti Parlamenti (che sarebbero restati al diritto internazionale e non avrebbero lasciato il passo ad una sovranità sovrapposta) e perfino con altre procedure differenti quali il referendum da solo o con il parlamento. In ogni caso, a luglio 2005 c’era stata la ratifica di 14 paesi (di cui Spagna e Lussemburgo anche con il referendum), Italia inclusa, due altri avevano ratificato senza completare la procedura interna (la Germania attendeva la sentenza della Corte Costituzionale), poi due altri ratificarono nel 2006 e due tramite adesione all’UE il 1 gennaio 2007. Però nel frattempo aveva prevalso il no in due referendum, in Francia e in Olanda, a  cavallo tra maggio e giugno 2005. Il che, non solo indusse altri cinque paesi a non effettuare i previsti referendum, ma in automatico  bloccò l’intera procedura di ratifica in tutta la UE del progetto di Costituzione.

Il Trattato di Lisbona.  La battuta d’arresto fu gravissima ma non scalfì le ormai radicate intenzioni del mondo dell’UE. Per prima cosa, continuare ad ogni costo il progetto di allargamento UE. Così, visto che nel maggio 2004 erano entrati altri 10 stati (Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca,  Slovacchia,  Slovenia, Ungheria), per rafforzare le relazioni economiche volle estendere anche a loro l’associazione del 1963 con la Turchia (Accordo di Ankara). Però tra i 10 stati c’era Cipro, e ciò innescò una disputa UE Turchia, con una serie di  contorsioni diplomatiche per  far sì che la UE  non dovesse discriminare  i suoi membri e la Turchia  non dovesse riconoscere la Repubblica di Cipro. Tale disputa pesò sulle trattative di adesione della Turchia alla UE, che sarebbero iniziate ad ottobre 2005. E che per diplomazia iniziarono (e proseguirono in vari settori su spinta dei sostenitori della grande UE), ma restarono sempre bloccate dalla questione cipriota (estesasi poi col passar degli anni ad altre questioni di diritti civili). Questo fu un sintomo significativo dai gravi limiti dell’idea di grande UE.

Inoltre, al vertice di metà 2006, la frenesia, dopo un quindicennio, si era trasformata nell’ostinazione di proseguire sulla linea di Maastricht senza ricuperare la centralità dei cittadini. Perciò, di fronte alla bocciatura  referendaria in Francia e Olanda, ci si accordò su una scappatoia: un Trattato che fosse ridimensionato rispetto alle ambizione costituzionali, che avesse una forma più attenta alle istanze democratiche, che venisse approvato entro il 2007, ratificato nel 2008 per entrare in vigore nell’anno delle elezioni europee 2009. Già questo voler esibire un trofeo istituzionale ad una scadenza elettorale, era un ulteriore sintomo di quanto fosse smarrito lo spirito dei Trattati di Roma del procedere a passo a passo nella maturazione dei condizioni reali. E, ancor più, testimonia come non fosse minimamente avvertito che, nella convivenza di non pochi paesi, andava incombendo la necessità di tener più conto di quel che volevano i cittadini.

Nei tempi previsti venne approvato, nel quadro del diritto internazionale, il nuovo Trattato  di Lisbona, nel quale era abolito qualsiasi riferimento alla Costituzione non ratificata, perfino in termini terminologici. Dunque il Trattato di Lisbona, dal punto di vista legale, resta un accordo pattizio tra gli Stati contraenti. In quanto tale ha una personalità giuridica  ma, nonostante i tentativi elitari di un certo mondo dei palazzi europei, non assume una veste davvero sovranazionale sugli stati che ne sono membri.

Di nuovo basta rilevare una questione minore ma dirimente. La Carta dei Diritti Fondamentali (diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, uguaglianza di fronte alla legge, diritto dei lavoratori all’informazione d’impresa, diritti di cittadinanza nel voto e nell’eleggibilità, diritto ad un giudice imparziale e presunzione di innocenza) diritti di cui la Corte di Giustizia giudicherà il rispetto negli stati membri, è allegata al Trattato, ma non  ne fa parte. La ragione, riportata per scritto, è che tre paesi (Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca) hanno utilizzato la clausola di non adesione onde lasciarla fuori dalle loro legislazioni. Dunque il Trattato di Lisbona non è sovranazionale.

Chiarito questo, il Trattato di Lisbona mantiene l’abolizione dei tre pilastri già prevista nella Costituzione (in quanto portatori di un’immagine ristretta) e attribuisce al Parlamento UE – di cui fissa il numero dei componenti e la durata del Presidente per metà legislatura – delle competenze prima esclusive del Consiglio, nonché la funzione legislativa e i controlli politici e consultivi oltre a vari ambiti di codecisione. Inoltre, il Consiglio dei Ministri degli Stati assume due forme, quella del Consiglio UE (con ruolo legislativo e presidenza a rotazione semestrale) e quella del Consiglio Europeo (con ruolo di indirizzo politico e presidenza di due anni e mezzo). Di conseguenza il Parlamento, dopo Lisbona, elegge il presidente della Commissione in base ai risultati elettorali , vota e modifica insieme al Consiglio UE (i cui lavori dovranno essere accessibili alla stampa per la dovuta informazione) l’intero bilancio UE, da il via agli accordi internazionali inclusi i commerciali.

Simile sforzo per accrescere il peso dell’organo UE votato direttamente dai cittadini, non è molto ma pur qualcosa. Mentre fu surreale il voler far credere che rafforzare il ruolo dei parlamenti nazionali con il tenerli informati sulle procedure decisionali UE, avrebbe costituito un serio esempio di volontà di ascolto dei cittadini nell’architettura UE. Oltretutto fu una fantasia assai poco originale riconoscere ai parlamenti nazionali il ruolo di indirizzo e controllo  nei confronti dei rispettivi governi. Quasi la scoperta dell’acqua calda esibita come innovazione tecnologica epocale.

Meno surreali ma ancora evasive ed incomplete, sono le norme sui cittadini europei. Si fanno esatte enunciazioni di principio su cosa significhi democrazia rappresentativa, però si cela la realtà (cioè che nell’UE incidono in modo straripante i rapporti tra Stati) dietro due affermazioni. Una che  “le decisioni sono prese nella maniera il più possibile aperta e vicina ai cittadini” e due che “i cittadini sono direttamente rappresentati, a livello dell`Unione, nel Parlamento europeo”. Solo che il punto uno non chiarisce né la misura vera di apertura e vicinanza né la via per far crescere sia l‘apertura che la vicinanza; mentre il punto due gioca di destrezza per nascondere il prevalere nell’UE di organi clou che non rappresentano direttamente i cittadini.

Il gioco di destrezza prosegue con l’adottare il criterio dell’iniziativa popolare come concreta prova di democrazia dei cittadini. Anche qui, il problema della concreta attenzione ai cittadini, non sta nel prevedere i diritti di loro iniziativa (che conseguono quelli di libertà individuale) bensì nel praticarli. Ciò che conta non è fissare le quantità (raccogliere in un anno almeno un milione di firme in un numero rilevante di  paesi membri nei quali sia raggiunta una certa percentuale di firme sugli abitanti) per invitare la Commissione a fare una proposta in un settore.

L’importante sarebbe mantenere aperto un canale diretto tra europei e Parlamento per far sì che l’aula affronti davvero i temi sollevati e che siano trasparenti i motivi dell’eventuale reiezione. E questo canale non è previsto. Invece ci si dilunga in diritti sociali che oltretutto vengono affidati agli stati nazionali insieme all’UE (non alla sola UE). Anche in materia di difesa si enuncia il principio della cooperazione strutturata, per cui uno Stato membro aggredito militarmente deve essere aiutato dagli altri. Quindi  anche qui non un’UE  sovranazionale bensì un accordo interstatuale restando distinti.

 Del resto, l’istituto della cooperazione rafforzata (vedi art.20 del Trattato di Lisbona) è una rappresentazione icastica del vorrei e non posso nelle istituzioni UE. Si tratta di una procedura complessa attivata da almeno nove paesi che intendono avviare una cooperazione più stretta all’interno delle strutture dell’UE e che richiede il venir proposta della Commissione, approvata dal Parlamento e alla fine  varata dal Consiglio. Non amplia le competenze stabilite dai Trattati, gli altri membri UE non vengono coinvolti, e tanto meno i futuri candidati ad essere membri. Dunque la cooperazione rafforzata fa solo sembrare che l’UE persegua alcuni obiettivi, mentre in realtà solo alcuni paesi li perseguono e comunque non alla stessa velocità.  Ma gli Stati sovrani intenzionati a perseguire quegli specifici obiettivi con i medesimi tempi, non avrebbero avuto bisogno della cooperazione rafforzata per agire. In pratica, la cooperazione rafforzata è un tentativo di far apparire la UE quell’istituzione sovranazionale che non è.

In ulteriore aggiunta, quasi per completare la conferma che la UE è un accordo rivedibile a certe condizioni, nel Trattato di Lisbona è prevista esplicitamente anche una clausola che definisce la procedura per il recesso da membro dall’UE.

Questi rilievi sul Trattato di Lisbona non intendono darne un giudizio del tutto negativo. Sono esposti solo per indicare le ragioni della sua  forte insufficienza, consistente nell’aver proseguito il cammino iniziato a Maastricht, interrompendo quello dei Trattati di Roma del 1957,  in sostanza rovesciandone la logica del rapporto con il cittadino rispetto alla realtà dell’epoca di sottoscrizione. Aggravata dalla pessima abitudine di nascondere tali insufficienze ai cittadini celandole dietro il paravento del tutto va bene.

La procedura di ratifica del Trattato di Lisbona con i suoi limiti si svolse, secondo il cronoprogramma adottato, durante l’anno 2008 mediante l’approvazione dai parlamenti di quasi tutti i membri UE. Salvo l’Irlanda, che per la ratifica adottò un referendum che nell’autunno la respinse. Un anno dopo un altro referendum in Irlanda ratificò il Trattato di Lisbona in tempo perché entrasse in vigore nell’UE nel 2009, grosso modo nei termini previsti. Nel complesso è di evidenza inconfutabile che il Trattato di Lisbona, nel suo testo e nelle procedure di ratifica, rispetto ai suoi componenti non configura uno stato sovranazionale, anche se gli ambienti UE dissimulano a stento l’aspirazione ad esserlo.

Tale attitudine dissimulatoria dell’UE deriva dalla scelta di anteporre l’emozione del dichiararlo al progetto politico concreto e del privilegiare il promuovere il consenso piuttosto che l’illustrare un progetto politico al fine di risolvere i problemi esistenti nella convivenza. Non per caso, nello stesso periodo, ingabbiata in condizioni di contrasto con la sua coerente fisiologia degli inizi, l’UE non riuscì a reagire con efficacia ad una grave crisi finanziaria sorta negli Stati Uniti e poi dilagata in Europa.

Arriva l’austerità. Questa crisi USA, avvertibile fin dall’inizio primavera 2007, esplose nell’autunno 2008 quando delle tre principali banche d’affari americane, una fallì , le altre tornarono alla normale attività di banca, dopo che una venne salvata da una robustissima iniezione di liquidità (circa 10 miliardi di dollari) del Dipartimento del Tesoro e l’altra da un altrettanto consistente acquisto azionario  fatto in fretta furia dalla più grande banca giapponese. Fu l’inizio di un periodo assai burrascoso, protrattosi per parecchi mesi e sfociato anche in processi penali, dato che ci furono accuse rilevanti contro diverse banche che non avevano vigilato abbastanza in operazioni per la concessione di mutui immobiliari.

L’origine della gravissima crisi fu tipicamente finanziaria. L’occasione contingente era la pretesa illusoria che possano esistere mutui non sorretti da adeguata garanzia economica sottostante. Ma l’architrave era l’idea che la finanza potesse prosperare sull’onda degli aumenti di borsa e disgiunta dal prodotto economico cui si riferiva. I forti squilibri indotti da tale pretesa – quello monetario immediato e quello produttivo più strutturale – ebbero un riflesso non lieve e persistente nell’economia USA. La quale peraltro, amalgamata nei valori della diversità civile e dinamica quanto al valorizzare l’iniziativa d’impresa, seppe reagire al momento di  infatuazione, riuscendo a rimettere in piedi le attività di vita ordinaria dei cittadini in un lasso di tempo non immediato ma neppure infinito. 

Il riflesso della crisi in Europa fu abbastanza rapido ed ebbe esiti diversi. In quanto l’ondata di instabilità finanziaria arrivò in pochi mesi, ma qui non c’era l’amalgama socio istituzionale della società americana. Esisteva la presunzione di essere un soggetto sovranazionale senza esserlo davvero. Non c’era un amalgama civile a livello europeo. Tanto meno  veniva attribuita priorità all’attività economica dei cittadini individui. Così, nell’UE,  le economie nazionali più traballanti entrarono in grave difficoltà e di fatto si innescò un meccanismo di tensione divaricante cui non venne data risposta adeguata. Non perché i fondamentali economici avessero una tara (anzi erano più solidi di quelli USA), ma perché mancavano le condizioni, gli strumenti e la mentalità adatti ad affrontare la crisi.

Un mercato interno europeo ampio ma non abbastanza, che dipendeva assai dalla domanda mondiale e quindi soffriva tantissimo i crolli del commercio internazionale. L’assenza di una politica fiscale UE indispensabile quando la domanda aggregata precipita (dato che le misure di ciascun stato per sé non possono avere e non hanno l’efficacia necessaria). L’euro, che evitò  ai paesi utilizzatori la crisi della valuta e che permise alla BCE di immettere liquidità (secondo l’indirizzo voluto dal suo Presidente Draghi). Ma che non poteva essere risolutivo fino in fondo, visto che non era sostenuto da una politica economica comune dell’UE. La mentalità, infine, tornata a quella degli stati non inclini a reali processi di integrazione tra i cittadini, bensì interessati a crescere in patria dando forza a competitività e ad esportazioni proprie, sempre in attesa  del traino della domanda mondiale (che avrebbe favorito alcuni come la Germania) , nel frattempo congelando il mercato interno e accrescendo gli squilibri tra paesi UE.

Una mentalità che, già all’epoca, comprendeva inclinazioni politiche indipendentiste (come l’UK Independent Party oppure il Fidesz ungherese) assai scettiche sull’UE e percorse da venature avverse alle prassi democratiche.  Nonostante ciò proseguì l’allargarsi UE. Nel 2010 si avviò l’adesione dell’Islanda e a fine 2011 entrò la Croazia ma non nell’euro.

La riprova si ebbe nell’approccio mal strutturato alle difficoltà dei membri dell’eurozona investiti dalla crisi. La percezione della crescita dei debiti sovrani era amplificata dalle differenze di rendimento dei titoli e dei costi dell’assicurazione di rischio, tra i paesi investiti dalla crisi e gli altri paesi UE, a cominciare dalla Germania. Pertanto, tra la primavera 2010 e l’autunno 2011 fu creato un Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, EFSF (attivato qualche mese dopo), sottoposto al controllo della famosa Troika (Commissione UE, BCE, FMI).

Ora a parte la questione economica in sé – negli anni successivi, economisti di fama mondiale hanno criticato l’aspetto economico dell’atto come tardivo, insufficiente e contraddittorio – il punto politico istituzionale di maggior rilievo, è che, per attivare il  Fondo Europeo di Stabilità così da evitare l’insolvenza alla Grecia, la Troika ha imposto condizioni rigide sulla vita politico amministrativa dello Stato greco, le cosiddette condizioni di austerità. E qui, per la concezione della UE, sorgono due questioni serie.

La prima in ordine temporale e logico è che, dei tre componenti la Troika, solo la Commissione esprime in modo chiaro l’UE. Perché la BCE esprime la zona euro (cioè solo i due terzi dell’UE) e il Fondo Monetario Internazionale è addirittura del tutto estraneo alla storia e alla cultura dell’UE (è un’organizzazione mondiale nata nel 1945 di cui oggi fanno parte circa 190 Stati).  Ciò significa che il ricorso alla Troika per agire in nome della UE condizionandone le politiche, è  fuori dalla fisiologia UE dell’operare per sviluppare la partecipazione dei cittadini europei. Rientra solo nella vecchia logica degli Stati propensi a dominare, non a promuovere la libertà dei cittadini. In pratica il sistema delle elites che ritengono di saperne di più. Al quale si è ispirato, tacitamente, il Trattato di Lisbona.

La seconda questione è perfino più seria. Adottare il criterio dell’austerità contraddice nel profondo il significato originario dell’UE. Di certo non perché l’austerità si prefigge di formare un paese bene amministrato e prospero, ma perché vuole farlo senza rispettare la libertà dei cittadini e le loro volontà, pensando che buona amministrazione e prosperità possano vivere senza libertà o con libertà in catene. Cioè in uno spirito non rispettoso della fisiologia della via sperimentale europea del convivere. Non per caso, il non rispetto della via sperimentale europea era ben visto da chi aborriva l’aiuto ai paesi dell’eurozona in difficoltà (ad esempio il governo inglese del conservatore Cameron).

In pratica la Troika stabiliva una presenza molto intrusiva che nella sostanza era ai limiti  della cessione di sovranità del paese sotto osservazione. Le forzature istituzionali erano chiare, anche se non esplicitate. Cosicché – per dichiarati motivi di procedure economiche ma forse anche per allentare lo stretto legame con l’UE – venne costituito nell’estate 2012 (la stampa italiana snobbò la notizia) il Meccanismo Europeo di stabilità, MES (detto Fondo Salva Stati) in sostituzione del FEST. Il MES  è un soggetto pubblico di diritto lussemburghese di cui sono soci i paesi dell’eurozona, soggetto gestito da un Consiglio dei ministri finanziari, dagli amministratori nominati dagli stessi ministri e da un Direttore Generale con enormi poteri e diritto di voto, che decidono a maggioranza calcolata secondo il peso delle quote versate dal singolo Stato (Germania il 26,9% , la Francia il 20,2, l’Italia  il 17,7 %, la Spagna l’11%, i Paesi Bassi il 5,6%, etc). Associate a queste quote ci sono i quorum. Ad esempio il Direttore Generale del MES va scelto con l’80% e quindi Germania e Francia hanno il veto sulla sua nomina.

Il MES opera nel segreto delle trattative internazionali e i suoi dirigenti sono tenuti alla riservatezza. Il solo modo per saperne qualcosa è seguire la politica in Germania, oppure in Finlandia e Lettonia, perché in quei paesi esistono procedure per cui non  si può prendere alcuna decisione se non prima approvata in Parlamento. Basta questo per capire come il MES abbia dei legami molto laschi rispetto al diritto interno dell’istituzione UE, e ne sia molto lontano quanto a metodologia politico culturale.

Il MES ha notevoli privilegi. Ad esempio, in caso uno Stato sia insolvente, i rimborsi al MES vengono prima di quelli ai creditori cittadini privati. Addirittura, se un partecipante al MES non paga quanto dovuto per le sue quote, non potrà esercitare il suo diritto di voto. Inoltre, l’operato del MES e i suoi patrimoni, godono dell’immunità giudiziaria, nonché ne godono tutti i membri del suo personale per gli atti compiuti nelle proprie funzioni e i loro atti sono inviolabili.  Nel complesso, è indubbio che il MES sia uno strumento tipica espressione di una pratica finanziaria elitaria lontana dell’Europa originaria. Eppure il MES, nonostante abbia la Troika come supervisore del credito, ha un’immagine meno dura della Troika presso i governi dei paesi dell’euro, molto propensi ai vecchi modi di essere degli Stati tradizionali.

Tale aspetto è emerso con chiarezza  nel periodo tra fine 2013 e metà del 2015. L’effettiva natura della Troika non sfuggì all’unico organo UE realmente derivante dalle scelte dei cittadini, il Parlamento Europeo. Il quale svolse un’indagine conoscitiva su natura e atti della Troika mettendo in evidenza tanti problemi (a cominciare dai negoziati non trasparenti e dai comportamenti FMI)  tipo le divergenze non pubblicizzate tra FMI e Commissione sull’alternativa tra politiche salariali restrittive e politiche di risanamento dei bilanci. E a marzo 2014 approvò una risoluzione in cui è scritto che la Troika ha aumentato povertà e disoccupazione e che la Troika va superata mediante un fondo monetario all’insegna della trasparenza e della democrazia promosso dalla Commissione.

Questa risoluzione fu valutata  un colpo di testa e venne trascurata. La Commissione non volle escludere il  FMI perché sarebbe stato un segnale negativo ai mercati. Anzi, nel 2015 si tentò di rafforzare la Troika annacquandola con l’inserirvi anche il MES, considerato meno distante dallo spirito democratico UE.  Insomma, nel funzionamento dei vari organismi in ambito europeo, pesavano più i problemi di potere che le strette questioni economiche e più le generali questioni politiche che il rapporto UE europei.

Tutto ciò nonostante che, ormai da qualche anno, all’incirca almeno dal 2008, all’interno dei paesi dell’UE andassero gonfiando, e via via crescenti, oltre le tradizionali divisioni regionali abbastanza diffuse e variegate quanto a motivazione, anche movimenti indipendentisti rispetto lo stato di cui facevano parte (vedi Scozia e Catalogna) e pure indipendentisti rispetto all’ordinaria concezione democratica europea, velati come il Fidesz oppure dichiarati, come UKIP e gli olandesi di Wilders. Tuttavia, questa bolla di protesta dei cittadini non veniva presa in considerazione dagli europeisti fautori  dell’austerità, che non si facevano distrarre.

In quella medesima stagione, peraltro, aumentò il peso di un differente tipo di concezione del ruolo dell’Europa. A gennaio 2015, il Presidente BCE Mario Draghi – che già tre anni prima aveva detto apertamente che per difendere l’euro avrebbe fatto qualsiasi mossa fosse necessaria –  lanciò uno strumento economico che toccava un’importante questione politico istituzionale. Era lo strumento non convenzionale del monetarismo che facilita la quantità di circolante, acquistando titoli di stato dei paesi euro per un periodo prolungato (prima due anni poi prorogati più volte in vario modo). In pratica, la Bce  ha creato moneta a debito, con operazioni di mercato aperto, al fine di stimolare il credito all’economia e contrastare la deflazione. Negli acquisti, il rischio di perdita della Bce è di un quinto. Ma non può comprare più di un quarto dei titoli emessi e, nel complesso, più di metà del debito pubblico di un singolo paese.

La politica del facilitare il circolante, in tutti questi anni è stata più efficace della Troika ed  inoltre ha meglio rappresentato uno spirito di maturazione europea. Ad esempio prendendo in esame la Grecia, la Troika ha fatto passare il debito pubblico dal 109% a oltre il 180% e occorrerà non meno di un secolo per riportarlo al punto di partenza (visti i reali avanzi di bilancio annuali). Nel frattempo, in aggiunta, sono stati violati i fondamentali diritti umani.

In quanto al tema dello spirito di maturazione dell’Europa, la politica del facilitare il circolante vi rientra mentre non vi rientra la politica dell’austerità. Perché l’austerità compie l’errore concettuale del non voler arrendersi ai dati sperimentati. La vita economica vera non funziona al di fuori del tempo e all’interno delle strutture rigide di un dover essere ideale. Constatare che un sistema di convivere spreca meno, lavora di più, cura la salute, produce meglio a partire da quanto necessario nella vita quotidiana,  funziona meglio in termini di libertà individuale e di sopravvivenza civile, ebbene constatare tutto ciò  non implica affatto che tale sistema possa essere imposto a comando nel caso non si verifichi e ci si trovi in condizioni economiche molto difficili. Anzi, quando ciò accade, l’eccedere nel punire le responsabilità e i responsabili secondo il criterio del dover essere, finisce per disastrare ancor più quella società.

Le difficoltà economiche sono contraddistinte dalla mancanza di risorse disponibili o dalla loro grave insufficienza.  Quando ciò avviene in una regione di un più vasto assetto istituzionale,  è sbagliato che quest’ultimo si concentri sulle responsabilità all’origine delle difficoltà come motivo per non aiutare quella regione, addirittura per punirla.

Infatti l’obiettivo di un’istituzione pensata per far convivere liberi cittadini è agire ininterrottamente perché vi siano condizioni – disponibilità di risorse e di capacità civiche – tali da garantire un minimo livello di vita a ciascuno degli abitanti.  Però l’istituzione  ha mezzi per intervenire riguardo alle risorse disponibili mentre  non li ha, al di fuori degli sforzi educativi della scuola pubblica, sulle capacità civiche, le quali dipendono esclusivamente dai vari individui, non dall’istituzione. Dunque in caso di difficoltà economiche in una regione, l’istituzione  che la include, qualora scelga di punirla non aiutandola a ricuperare la disponibilità di risorse, non svolge il  compito spettantele. Invece esercita il compito effettivo di aiutarla, se mette a disposizione  della regione una parte delle risorse che questa non ha, con l’obiettivo di riattivarne il funzionamento.

Punire la regione in disgrazia come vuole l’austerità, è un effetto d’altro tipo. Deriverà dal giudizio negativo che sulla regione daranno gli abitanti delle altre regioni (cioè il mercato) e che sui  governanti daranno i suoi abitanti (cioè il voto elettorale). Alla lunga non è fondato affermare che prebende e divertimenti attirano il consenso a danno del governare bene. Perché in democrazia il governare male si traduce in dissesti economici e questi ultimi vanificano il consenso nei luoghi del dissesto. Ma l’istituzione superiore non deve salire in cattedra e stilare classifiche di merito. Facendolo getta benzina sul fuoco. La via più produttiva è dare alla regione colpita una disponibilità delle risorse che al momento le mancano. Questo sistema riattiva i meccanismi essenziali del vivere. I fattori della produzione non devono mai essere messi da parte e quindi indotti a non muoversi. Perché la produzione deriva sempre e solo dal funzionare dei suoi fattori, in specie quelli individuali in carne ed ossa.

Con la sua scelta di facilitare la circolazione, la BCE ha raggiunto lo scopo più immediato (non far collassare a breve l’economia), che però è solo lo scopo a breve, non essendo la BCE titolare di un ruolo governativo. Mentre gli organi UE, che pure avevano lo scopo di tracciare un progetto per riavviare il meccanismo ampio del convivere liberi, restavano impantanati nel dogma dell’austerità. E soprattutto nella mentalità delle proprie elites dirigenti che, considerandosi superiori ai cittadini europei, mantenevano a distanza le loro indicazioni. Comportandosi così, non hanno ascoltato i suoni in avvicinamento dell’antieuropeismo montante. Che sono arrivati, non all’improvviso ma dopo molti sintomi premonitori.

La Brexit . Intanto a marzo 2015 l’Islanda ritirò la candidatura ad entrare nell’UE. E poi, a giugno 2016 in Inghilterra si è svolto un referendum su un quesito netto “Dovrebbe il Regno Unito restare membro UE o lasciare l’UE?” . Era  annunciato da anni, e sempre più chiaramente da quando il Primo Ministro Cameron era ancora capo della coalizione con i Liberali fieri sostenitori dell’UE. In sé, far esprimere i cittadini era un punto di equilibrio con i liberali, ma il problema stava nella concezione espressa dal Primo Ministro.

Cameron sosteneva che per gli inglesi l’UE era una convenienza al fine di maggiore prosperità, stabilità, libertà e democrazia tra i vicini europei , ma non era una prospettiva di unificazione più stretta. Infatti voleva negoziare nuove concessioni UE in favore della Gran Bretagna, a partire dall’immigrazione, e di fatto ricorreva alle tradizionali formule euroscettiche. Oltretutto adottava questa linea strumentalmente per acquisire consensi, sia ai conservatori dall’UKIP che ai suoi seguaci dall’interno dei conservatori.

Dopo aver ottenuto nel 2015 i voti per un governo monocolore conservatore, era certo di condurre le danze strumentali. E  così, in vista del referendum, riuscì a combinare un pasticcio nella comunicazione. Proclamò che lui era per il voto ”restare” ma che lasciava libertà ai ministri del governo di schierarsi per il “lasciare”. E metà dei ministri si schierarono per  “lasciare”.

Se c’era questa libertà nello stesso governo nonostante il voto del Primo Ministro, allora voleva dire che votare “restare” o al contrario “lasciare” non faceva gran differenza. Da qui venne fuori il messaggio ambiguo che non erano davvero importanti le conseguenze pubbliche della scelta, che riguardava solo le sensazioni di ciascuno. Cioè la spinta effettiva del governo fu a non riflettere davvero. Tanto che il “lascia” vinse sul filo di lana, con il voto determinante di quella Londra, che, essendo un grande centro finanziario cosmopolita favorito dall’avere le regole UE, sarebbe stata la zona inglese nettamente più danneggiata dal “lascia”.

La riprova del pasticcio di Cameron fu che lui stesso, alla luce del risultato, decise di dimettersi da ogni incarico entro le tre settimane successive. Il che è politicamente assurdo, dato che aveva per anni sostenuto il far votare i cittadini, ma insieme dichiarato che lui avrebbe voluto restare nell’UE. Non avrebbe dovuto dare libertà di voto ai suoi ministri, almeno senza dire che  la scelta di lasciare avrebbe provocato le sue dimissioni. E’ perciò evidente che Cameron riteneva che avrebbe vinto il “restare”  e resa così credibile la sua autodichiarata mentalità liberale. E ciò dimostra anche che tutta la sua linea nel triennio è stata una sceneggiata per acquisire consenso e non per promuovere una politica.

La risicata vittoria della Brexit, è attribuibile alla personalità di Cameron, ricco esponente dell’elite della classe dirigente inglese e dell’inadeguatezza dei conservatori che continuavano a vivere nel ricordo della Thachter senza averne il concreto realismo. Dopo la Brexit, in Inghilterra si è messo in moto per tre anni un meccanismo di confusi tentativi dei conservatori di far progredire morbide trattative con i  paesi UE per l’uscita. Ma  questa linea del nuovo premier non ebbe mai una convinta maggioranza parlamentare. E comunque, nel resto dell’Ue hanno  continuato a proliferare i movimenti di protesta dei cittadini verso un modo di governare disattento a loro.

Nave senza rotta. Siccome manca da anni un confronto sulla idea originaria di Europa e  il tema dominante è invece la grande UE (smentita però  nei fatti), il dibattito si è centrato su UE si oppure UE no. Nei paesi storici dell’UE si sono gonfiate le pulsioni sovraniste più o meno ostili al permanere nell’UE mentre soprattutto in alcuni di quelli entrati nel 2004 (Polonia, Ungheria) analoghe pulsioni hanno assunto tendenze non rispettose dei principi della democrazia parlamentare e con essa di quella  UE. Tuttavia le istituzioni UE proseguivano sulla solita linea del dopo Maastricht, quasi pensassero solo a domandarsi: la gente come si permette  di non vedere l’interesse del proprio paese da noi indicato?  Un interrogativo che esprime la concezione in sostanza opposta al nucleo dei Trattati di Roma.

Invece di riprendere l’obiettivo originario del creare “fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei”,  le istituzioni UE mantenevano la tendenza a porsi come  compiti primari il dare “regole di corte” per i rapporti tra i membri, l’emanare regolamenti minuziosi sul produrre in giro per l’Europa, il reclamizzare l’idea di svolgere un ruolo essenziale nel mondo, conservando in qualche misura la propensione ad allargare il numero dei suoi membri. Il fatto è che i leader e la classe dirigente UE si sono convinti che la UE fosse qualcosa che non era. Uno stato sovranazionale, definito e rigido come gli stati di una volta (che l’UE è nata per superare). Invece l’UE doveva essere  qualcosa in evoluzione, fatto da cittadini individualmente diversi e quindi pluralisti, in grado di adattarsi di continuo agli avvenimenti  per corrispondere alle libere relazioni tra i cittadini. Dunque l’UE doveva essere qualcosa che utilizzava gli Stati nazionali per arrivare a passo a passo a finalità, confini, identità non rigide e più adatte a cambiare nel tempo.

Una missione sempre  complessa, ma di certo dimenticata dopo Maastricht. Da quel momento, non furono neppure più ricercati i progetti per risolvere i problemi dei cittadini europei e farli maturare. In tale quadro, l’UE si è data un Alto Rappresentante per la politica estera e per la sicurezza, scordandosi prima e dopo di definire quale dovesse essere la politica da svolgere. Cosicché questo settore è risultato quello più carente in tutti i due ultimi decenni. Il passar del tempo non è stato più una gestazione come prima bensì una costante irrisolutezza burocratica.

Al riguardo, appare emblematico il come è stato trattato l’iter della richiesta di ingresso della Turchia. Per quasi venti anni, si è finto di non vedere la pratica impossibilità di cambiare natura all’Accordo di Ankara del ’63 e trasformarlo in adesione UE. Per almeno tre ragioni. Una è che è arduo sostenere l’appartenenza della Turchia alla cultura europea della CEE (e poi dell’UE), che è la tipica cultura occidentale; la seconda è che la riforma occidentalizzante della Turchia  introdotta negli anni venti da Kemal Ataturk ha perso progressivamente molto peso negli anni dopo il  ’963; la terza (e determinante)  è che, specie negli anni 2000 e in via sempre crescente, sono diminuiti, oltre che il precedente vecchio tipo di occidentalizzazione, il rispetto e la pratica delle regole democratiche più elementari, al punto che Erdogan è soprannominato il Sultano e che sono poco chiari i suoi rapporti con la Jihad anatolica.

Certo, una finzione del genere corrisponde alla distorta logica del far apparire la UE grande e forte, mostrando quanto sia ambito l’appartenervi. Peraltro un simile atteggiamento non rientra nell’idea del promuovere le “fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei”. E rende molto complicato far capire agli europei che l’UE sarebbe una novità istituzionale. Oltretutto, dei cinque paesi ad oggi candidati all’ingresso nella UE, solo alla Turchia (gli altri sono Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia) è riservata la paziente e cauta disponibilità nelle trattative. 

C’è stato anche un altro caso in cui la dirigenza UE ha messo in luce la sua frenesia subliminale nel gestire i rapporti con gli extraUE. La questione Ukraina. Molti anni prima, nel 2004, c’era stata una rivoluzione antirussa che aveva portato l’Ukraina più vicino ad un’economia di mercato. Qualche tempo dopo, su spinta di alcuni membri UE, paesi confinanti (decenni prima erano stati tutti nell’orbita russa), era iniziata una trattativa per un accordo di libero scambio (all’Ukraina fu offerto  pure di  entrare nella NATO), possibile preludio ad una candidatura dell’Ukraina  all’UE.

Tuttavia, in Ukraina i dissensi politici anti e filo russi (e quindi pro e anti UE) erano profondi, tanto che, a seguito di contrapposti manifestazioni di massa, a febbraio 2014 la penisola della Crimea lasciò l’Ukraina dichiarandosi indipendente con un referendum (ritenuto invalido dalla NATO, dagli USA e dall’UE). L’Ukraina sottoscrisse ad aprile 2014, l’accordo di libero scambio con l’UE. Peraltro nell’UE, come si è visto, il clima andava cambiando e a primavera 2016, in un referendum in Olanda sull’Ukraina nell’UE, vinse il No, bloccando la prospettata candidatura dell’Ukraina nella UE. Da allora restano forti tensioni sullo status ukraino tra la Russia, la NATO e la UE (che le motiva come difesa dei diritti degli abitanti, quando è chiaro che esse appartengono allo schema di contrasto ideologico tradizionale tra stati, alieno dallo spirito europeo).

Dopo questi rapidi cenni sulle incertezze burocratiche nella politica esterna caratterizzanti la struttura UE, voglio solo richiamare quanto scritto in precedenza sui difetti dell’approccio economico UE e della persistente scelta pro austerità. Solo per darne una sintesi politica con l’affermare che il grave limite dell’austerità è quello di dimenticare il punto essenziale. Cioè che l’eccesso di differenze tra paesi rende incompatibile il mercato unico tra di loro. Ragion per cui l’austerità rende impossibile costruire le “fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei”. Il che non è davvero cosa trascurabile per una vera prospettiva UE funzionante.

La parte migliore dell’azione politica UE negli anni 2000, è stato l’impegno della Commissione sul mantenere le condizioni per garantire l’effettiva concorrenza. All’inizio la Commissione vietò l’acquisizione della Honeywell da parte della General Electric che avrebbe  rafforzato posizioni dominanti e ostacolato la concorrenza soprattutto sul mercato dei motori a reazione per aerei regionali di grandi dimensioni, sul mercato dei motori a reazione per aerei d’affari e sul mercato delle turbine a gas marine di piccole dimensioni. Non fu un divieto agevole da gestire.

Qualche anno dopo la Commissione UE multò Microsoft per mezzo miliardo di euro col motivo di abuso di posizione dominante. Ed inoltre impose a Microsoft di rivelare alcune informazioni che dessero la possibilità di interfacciarsi con parti del sistema operativo Windows. Ciò ristabilì le condizioni per una concorrenza leale e indicò principi di comportamento per società in posizione dominante. Da sottolineare che tale linea non fu affatto pacifica, dato che Microsoft tentò ogni strada per sottrarsi alla sentenza (addirittura un volume  liberista dell’Istituto Bruno Leoni, appoggiò la Microsoft, teorizzando che, essendo la più brava, aveva il diritto di essere dominante e di spingere il consumatore ad usare sempre di più materiali con il suo marchio per tutti i prodotti di contorno del settore).

Infine, nel marzo 2018, la Commissione europea ha proposto la tassazione delle multinazionali (la Web Tax) , da applicare sui ricavi di pubblicità, di cessione dati e di intermediazione tra utenti e ditte del ramo. Una tassa indirizzata verso giganti quali Amazon, Google e Facebook, perché rendano conto al fisco dei Paesi in cui producono profitti, potenziando equità fiscale e concorrenza aperta. Ciò nella prospettiva di rendere possibile ai membri UE di tassare i profitti ove nascono, anche se le aziende non hanno  presenza legale nel territorio. In questa impostazione, potrebbero essere tre i criteri per tassarli come le altre imprese di quello Stato. Ricavi annuali oltre i 7 milioni, oppure utenti registrati  oltre i 100 mila, oppure più di tre mila contratti di servizi con clienti di affari.

L’impegno UE per trovare regole fiscali al settore digitale è importante sia per la coerenza con l’obiettivo delle origini (quello di aiutare il maturare di scelte convergenti tra i cittadini europei in una materia molto legata alla vita quotidiana degli individui), sia perché, proprio la condizione dell’assenza di una medesima imposizione fiscale nei vari paesi UE, rende impossibile al momento individuare una stessa tassa su cui si trovi l‘accordo. Ad esempio, alcuni paesi, come Irlanda, Danimarca, Svezia e Finlandia, avendo una bassa imposizione, sono contrari perché possono beneficiare della scelta dei colossi circa il paese ove pagare le imposte.

Dunque è importante lavorare per mettere in luce esigenze  essenziali di cittadinanza, le quali siano da guida per le tassazioni nazionali che, un po’ alla volta, risolvano problemi oggettivi, tipo i vantaggi di cui, per l’elevata mobilità dei servizi, stanno godendo le multinazionali web e che vanno imbrigliati perché non arrivino ad ingabbiare le attività del cittadino. Ovviamente il lavoro UE non avrà l’esclusiva internazionale in materia, ma è importante vi sia perché è un modo concreto di manifestare un’identità dinamica e irripetibile, propensa a confrontarsi nella dimensione globale.

La Presidenza von der Leyen.  In un clima siffatto della UE in cui gli scenari bui prevalgono sulle  luci, nel 2019 qualcosa ha iniziato a smuoversi, per la scadenza elettorale e con molta cautela. Era opinione molto diffusa che il proliferare in svariati Stati delle pulsioni indipendentiste cui ho fatto cenno fin qui, si sarebbe tradotto in un successo elettorale dei sovranisti e dei populisti ed in un conseguente sconquasso nel Parlamento. Ciò non è avvenuto nella misura prevista e tale nuova maggioranza non c’è stata. Però si sono rimescolati i rapporti preesistenti tra i partiti. La maggioranza popolari socialisti non c’è più e questo ha dato un colpo robusto alle concezioni fondate sul valorizzare troppo il potere e il ruolo delle burocrazie europee. Per tratteggiare quanto è successo a livello UE nel secondo semestre 2019, riproduco quanto ho scritto sul mio libro uscito a dicembre dal titolo “Progetto per la formazione delle libertà”.

“La nomina del Presidente di Commissione Ursula Von der  Leyen, eletta con una maggioranza di 9 voti (di cui 14 dei populisti del M5S) è un successo del Parlamento che non ha accettato l’indicazione del Consiglio degli Stati di votare il candidato presentato dal partito più grosso alle elezioni. Il nuovo Presidente esponendo a luglio ‘19 il programma ha detto cose più vicine allo spirito delle origini, attento ai cittadini, che a quello posteriore, attento alla burocrazia. Spicca più spazio decisionale attribuito al parlamento e alle scelte affidate alle idee e agli stati”.

“Il programma ha sette indicazioni principali. Un’UE aperta al mondo, forte ma dialogante. Uno strumento legale perché nell’UE ogni lavoratore abbia, paese per paese, un salario minimo attraverso la contrattazione collettiva e le norme, e perché vi sia un’assicurazione sui disoccupati. La legge che dimezzi le emissioni di gas serra nel 2050. Una piena uguaglianza di genere nella Commissione (dal 1958, su 183 commissari solo 35 donne). Un approccio organico sui migranti senza voler farli arrivare tutti nell’UE (perché l’immigrazione assorbibile ha dei limiti), tenendo insieme il salvare le vite, il ridurre l’immigrazione irregolare, la lotta contro i trafficanti, la tutela del diritto all’asilo e il creare dei corridoi umanitari per i profughi. Il sostegno all’iniziativa del parlamento europeo di triplicare il bilancio Erasmus dal 2020”.

“La Von der Leyen non a caso è contraria all’UE a due velocità dei burocrati, disposti a tutto per realizzare i propri progetti e avversari del far maturare i cittadini a passo a passo. Ha disegnato un europeismo pacatamente riformatore e ha evitato aperture ai sovranisti illiberalI. Intende soddisfare la richiesta del mondo di più Europa. Ai liberali un simile passaggio appare assai significativo”.

“Attualmente l’UE non è attrezzata per un ruolo operativo negli affari di un mondo in continuo cambiamento e che di fatto si basa su imperi, a cominciare da quelli di USA, Cina e Russia. Tale limite deriva da una mentalità dello stesso tipo – vuoi nelle condizioni interne (l’insufficiente rapporto con i cittadini) vuoi in quelle esterne (stare chiusa nelle proprie stanze) – che la rendono periferica nelle sfide mondiali. E’ la mentalità di chi vagheggia di perpetuare le abitudini nei propri palazzi ritenuti il pernio dell’universo. Dal punto di vista liberale, non è il momento adatto per praticare una mentalità siffatta. Fuori avvengono trasformazioni rapide e per l’UE la sola strada sarebbe la coerenza con le sue origini, dunque vivere solo della libertà attiva esercitata dai suoi cittadini diversi come individui, lavorando sui problemi concreti della vita odierna. Dunque le parole della von der Leyen sono meritevoli di attenzione da parte dei fautori delle libertà e di essere messe alla prova”.

“A fine novembre, prima del voto di approvazione finale, ha ribadito quanto detto a luglio. In sintesi punterà alla doppia trasformazione dell’economia verso la sostenibilità ambientale (con atti concreti e non sermoni teorici) e verso la digitalizzazione, così da arrivare ad un’Europa aperta ma attenta a difendere i propri interessi. Perché l’UE degli ultimi anni, non solo non ha avuto il ritmo della libertà (che pure è indispensabile) ma non si è resa conto di trovarsi nel mezzo di un nuovo tipo di conflitto internazionale, non meno duro per l’esser condotto con mezzi diversi da quelli della guerra fredda di una volta”.

Ursula von der Leyen non è certo una novità politica, visto che dal 2005 è stata in diversi ruoli (l’ultimo quello di Ministro della Difesa) in tutti i governi della Cancelliera Merkel. Ma la particolare sensibilità che sta dimostrando in materia UE, è antecedente. Figlia di uno dei primissimi dirigenti a Bruxelles della CEE (direttore Generale della Concorrenza), da giovanissima ha studiato per sette anni alla Scuola europea di Bruxelles. Dunque non è da escludere che aver respirato una certa aria a così alto livello della CEE all’origine attenta al cittadino, abbia lasciato un’impronta indelebile sulla sua mentalità.

Proprio negli stessi giorni in cui la Van der Leyen assumeva  la carica in via definitiva, in Inghilterra si concluse, a distanza di circa tre anni e mezzo dal referendum, la pratica Brexit con nuove elezioni politiche e la vittoria di Boris Jonhson, spregiudicato esponente dell’elite conservatrice e già premier negli ultimi mesi, quando aveva tentato invano di far approvare in Parlamento la Dichiarazione Politica per l’uscita da lui redatta con la UE. Una vittoria principalmente dovuta più al rifiuto degli elettori della linea laburista vecchio stampo di Corbyn (sinistra ideologica, ambiguo rapporto con l’UE, ampia libertà riconosciuta agli antiisraeliani) che ad una precisa scelta di respingere il rapporto con l’UE. In ogni caso i britannici hanno deciso ed il premier rieletto ha fatto votare in Parlamento il testo concordato con la UE del recesso dalla UE, che è così entrato in vigore il 1° febbraio 2020. Da allora e fino al 31 dicembre 2020, sussiste un periodo transitorio, in cui il Regno Unito, ormai uno Stato terzo dell’UE, partecipa al mercato unico ed all’unione doganale UE, mentre si tengono i negoziati per il futuro partenariato UE Regno Unito  iniziati a marzo 2020 (e proseguiti in video conferenza, stante il Covid19). Il nuovo accordo UE Regno Unito  dovrebbe entrare in vigore a gennaio 2021, salvo che le parti entro il 1° luglio 2020 proroghino il periodo transitorio fino a un massimo di due anni. Peraltro Johnson ha ripetuto di non volere chiedere detta proroga del periodo transitorio.

Per non violare l’impostazione del presente scritto, non è il caso di sviscerare le trattative in corso sulla Brexit, di per sé molto tecniche e complesse. Peraltro devo rilevare che ad inizio giugno, il negoziatore capo UE ha dichiarato, carte alla mano, che Londra si sta rimangiando la Dichiarazione Politica di fine 2019 (citata sopra) . In specie l’impegno di mantenere la parità di condizioni nel competere sul mercato, impegno che serve a  non trasformare l’Inghilterra in una zona di concorrenza sleale alle porte Ue. Salvo qualche rinuncia di Johnson, si sta  perciò prefigurando per fine 2020 una Brexit senza accordi e quindi il ritorno a dazi e dogane. Del resto l’indipendenza dal quadro UE, era l’obiettivo del Regno Unito. Altrimenti non avrebbe libertà di accordi commerciali con gli altri grandi paesi. Vedremo.

La nuova UE dopo il Covid19. A parte il tema Brexit in sé molto rilevante, i primi  mesi della presidenza Von der Leyen hanno avuto una cornice imprevista rispetto alle abituali logiche politiche, dell’UE intera e dei suoi Stati membri. Il manifestarsi (come in tutto il mondo) della pandemia Covid19, malattia non conosciuta, per la quale non esiste né vaccino né terapia specifica. Una pandemia di grandi dimensioni, pur se finora centinaia di volte inferiori alla spagnola di un secolo fa. Ovunque nel mondo,  nei laboratori gli scienziati sperimentano alla ricerca di un vaccino e nei luoghi di cura  i sanitari usano la professionalità maturata  per soccorrere la salute degli infettati.

Ad oggi, tali atti hanno intanto fatto capire tre aspetti sul Covid19. Uno, le sue principali caratteristiche (che sono una capacità di contagiare  forte e rapida, e inoltre di creare disturbi nella circolazione corporea con gravi riflessi polmonari i quali, specie se accoppiati a patologie pregresse, sono molto pericolosi per gli organismi più debilitati). Due, un insieme di accorgimenti pratici per fronteggiare la capacità di contagio (essenzialmente, mantenere almeno minime distanze individuali e all’aperto evitare assembramenti; indossare ognuno delle mascherine per  porre nei contatti un diaframma contro la reciproca diffusione; disinfettare e lavare con frequenza le parti corporee scoperte; sanificare le superfici dei locali  in cui passano molti individui). Tre, le cure praticabili attualmente (che si fondano sull’utilizzo, rapportato al paziente, di strumenti una volta inesistenti, tipo i ventilatori polmonari e  gli antibiotici, e dell’isolamento, anche non ospedaliero, degli individui infettati), che pare funzionino, stando alla percentuale ridotta dei casi letali rispetto ai contagiati.

Naturalmente l’imprevisto manifestarsi del Covid19 ha colpito anche  tutti i membri UE. E l’impatto è stato così di rilievo e diffuso seppure in forme differenti  che pressoché subito ha smosso le acque del dibattito UE sul modo di rendere disponibili risorse in misura adeguata per affrontare le conseguenze Covid19.  Perché nel complesso erano emersi due aspetti.

Da un lato che sarebbero stati necessari robusti investimenti, sia per fronteggiare le spese sanitarie, sia, man mano che si estendeva il blocco delle attività con la terapia del distanziamento individuale, per affrontare i pesanti effetti socio economici derivanti. Dall’altro che la pandemia è stato un duro colpo alla cultura dominante del conformismo che appiattisce e rassicura all’insegna del bene comune incline ad inquadrare ogni cosa secondo canoni prestabiliti.

Sul primo aspetto, la Commissione UE ha iniziato ad annunciare fondi antipandemia in sostanza nell’ambito della politica di austerità (per settimane non è cessato il dibattito sulla modifica del MES senza toccarne la struttura elitaria estranea ai cittadini) . Questa tendenza all’immobilismo, è stata scossa nella seconda metà di marzo  dalla lettera inviata al presidente del Consiglio europeo, il belga Michel, dai leader di Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna.

Nella lettera iniziano a riecheggiare i toni dell’UE delle origini, ponendo al centro le esigenze dei cittadini. Da qui, la richiesta di uno strumento di debito comune emesso dall’Ue per raccogliere risorse di mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati membri. Di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere davvero efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro

Sul piano sanitario, è scritto nella lettera, il successo delle misure adottate da tutti i Paesi per contenere la diffusione del virus, dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento. Sul piano della prospettiva, è auspicato il preparare assieme “il
giorno dopo” e il riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei.

Questi accenti così innovativi rispetto alla realtà del dopo Maastricht, nei primissimi giorni successivi non sono stati accolti. La presidente della Commissione ha osservato in un’intervista in Germania, che ogni iniziativa deve rientrare nei limiti delle leggi UE  e che comunque sono giuste le preoccupazioni dei paesi del nord sui rischi  da condividere con i governi più indebitati. Tuttavia dopo pochi giorni il clima è cambiato ancora.

Prima la Commissione ha deciso una sorta di cassa integrazione  europea. Poi, il giorno dopo,  la Presidente ha scritto a uno dei più venduti quotidiani italiani affermando che “oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia. Purtroppo non è stato sempre così. Bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria. Non si rendevano conto che possiamo sconfiggere questa pandemia solo insieme, come Unione…. Abbiamo proposto che ogni euro ancora disponibile nel bilancio annuale dell’Unione europea venga speso per affrontare la crisi. Allo stesso tempo, la BCE sta aiutando le imprese europee a trovare i finanziamenti in questa situazione di emergenza. Questa crisi è una prova per l’Europa. E non possiamo permetterci di fallire. Le decisioni che prendiamo oggi daranno forma all’Europa di domani”.

E l’evolversi della posizione UE non è finito qui. Tre settimane dopo, il Consiglio Europeo ha dato mandato alla Commissione di lavorare sull’idea di un  Recovery fund (definito uno strumento necessario ed urgente), quanto grande debba essere, con quali finanziamenti e con quali nessi al bilancio pluriennale della Ue. La riflessione si è sviluppata e il 18 maggio Francia e Germania hanno rotto gli indugi proponendo di creare un fondo europeo (500 miliardi di €), finanziato da emissioni di debito comune, finalizzato agli aiuti per uscire dalla crisi economica post Covid19 (per cogliere la novità, va ricordato che, dieci anni fa, la Cancelliera tedesca dichiarava che mai sarebbe successo in vita sua). L’idea del fondo è stata subito condivisa dalla von der Leyen, la quale la settimana successiva, il 27 maggio, ha presentato all’europarlamento la proposta della Commissione tesa a potenziare il bilancio Ue anche attraverso il nuovo Fondo per la ripresa. Il Recovery Fund, collegato per sette anni al Bilancio UE, distribuirà 750 miliardi, due terzi quali sovvenzioni e un terzo quali prestiti.

Nel suo discorso, la Presidente von der Leyen ha esortato i paesi membri “a mettere da parte i pregiudizi”. Ha definito il piano “un patto generazionale”. Ha invitato a “gettare le basi di una unione che sia sensibile all’ambiente e rivolta al digitale”. La proposta Recovery Fund è stata accolta in modo positivo nel dibattito parlamentare (tra l’altro, nel nuovo clima si stanno rivedendo anche altri strumenti economici, come ad esempio si stanno allentando i limiti della BCE nell’acquisto dei titoli degli Stati membri). Si sono invece schierati contro Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, cui si sono poi accodati la Lituania, la Repubblica Ceca e l’Ungheria, soprannominati in blocco i paesi tirchi (seppure alcuni di loro chiedano solo la certezza dell’utilizzo dei fondi erogati).

Ora, poco dopo la metà di giugno, ci sarà il negoziato nel Consiglio UE, con la prospettiva di concluderlo entro metà luglio.   E avranno molto peso i passaggi conclusivi che verranno concordati. Peraltro, i sintomi emersi finora fanno supporre che l’UE, dopo il Covid19, riprenderà (in misura da verificare) il cammino interrotto a Maastricht. Anche tenendo conto che dal 1° luglio inizierà il semestre della Presidenza Tedesca del Consiglio UE.

Il probabile abbandono della filosofia dell’austerità – che come ho argomentato sopra ha non poco contribuito a fare danni all’UE – verterà soprattutto sul compromesso di utilizzare quantità consistenti di debito UE in comune quale sistema per affrontare la crisi economica a livello europeo sostenendo le attività dei cittadini. Nella misura in cui accadrà, costituirà la ripresa, in termini aggiornati, del criterio originario del procedere a passo a passo nella costruzione dell’Europa, il cui valore distintivo consiste nell’essere un esperimento (il primo) di un’istituzione statuale finalizzata al far maturare il contributo individuale dei  suoi cittadini.

Non per caso è stata anche avanzata la proposta che il Recovery Fund dia fondi direttamente alle imprese e ai cittadini. Appunto perché il motore del convivere, nel progetto UE, deve essere in ogni momento l’attività viva degli individui  nel collegare e nel cambiare, piuttosto che l’istituzione quale  struttura, che ha il compito di agevolare la libera attività senza imbrigliarla o dirigerla. E’ bene esser consapevoli che una scelta del genere ha delle precise conseguenze.

Come prima cosa , quando sussistono difficoltà nel risolvere  un problema, significa  il non seguire mai il principio delle due velocità, secondo cui i paesi UE che hanno un’idea più avanzata, la applicano nelle istituzioni a prescindere dagli altri membri più arretrati (questo non è un discutere teorico, visto quanto scrive proprio in questi giorni, il massimo esponente della cultura economica e pubblicistica socialista francese). E’ un principio opposto al metodo seguito  in origine per far crescere l’Europa.

Riflettiamo. Che alcuni stati scelgano un progetto di intervento politico ritenuto importante per realizzare un certo obiettivo, è fisiologico e legittimo (saranno i fatti a sperimentarlo). Ma l’obiettivo fondante dell’Europa è partire dai diversi punti di vista per far maturare una convergenza civile anche limitata, nella convinzione che tale comportamento è più produttivo dello scontro armato. Allora, qualora nell’agire politico UE si adottino le due o più velocità dei membri UE, in automatico si rinuncia  all’obiettivo dell’UE. Di fatti, l’UE è un esperimento innovativo per far interagire le individualità degli Stati e fallisce di per sé quando, con l’affidarsi alle due o più velocità degli Stati membri, riconosce l’impossibilità di  farlo nella pratica (oltretutto, non occorre stare insieme nell’UE per decidere stando separati). Insomma il criterio della maturazione nel tempo attraverso il confronto in base ai fatti, è un criterio essenziale per l’esistenza della UE. Anzi, l’UE è con esso  connaturata.

Tale criterio ha un nesso stretto con il voler imperniare la convivenza sull’individuo libero. Nell’ambito di uno Stato , essendo ogni individuo diverso, la perenne difficile sfida per una convivenza aperta sta nel trovare le regole e le iniziative adatte ad attivare  condizioni tali da far esprimere ognuno al meglio e da far restare i conflitti entro le regole. Ma quando l’ambito si amplia, lo Stato diviene non solo un insieme di cittadini individui collegati tramite l’istituzione, ma anche, posto di fronte agli altri Stati, una sorta di diaframma rispetto ai cittadini di quegli altri Stati.

Per superare il diaframma,  i sostenitori delle culture ideologiche e religiose propongono di fondere gli Stati nazionali, anche a tappe forzate, in uno Stato omnicomprensivo, privilegiando le esigenze dell’istituzione ;  i sostenitori della cultura della libertà individuale ( i liberali in testa) si impegnano per vanificare il diaframma con il far maturare tra cittadini di Stati distinti una convergenza sui singoli provvedimenti. Il che richiede più tempo ma è di efficacia assai superiore. E soprattutto fa crescere nel tempo il rapporto con il cittadino. In altri termini, questo  metodo è usato da chi intende avvalersi della diversità individuale invece che della presunta maggior competenza dell’elite di chi governa e ha furia di esibirla per riscuotere crediti elettorali.

Insomma, lo scoppio della pandemia pare abbia risvegliato lo spirito dell’UE. Il Recovery Fund, qualora si materializzi, sarà un nuovo inizio dell’impegno politico  europeo attento ai fatti delle attività individuali nell’intraprendere e nel lavorare, piuttosto che  succube nel celebrare i manifesti fatti a tavolino dalle elites di governo che usano le risorse per distribuire privilegi e non per crearne di nuove e far crescere le condizioni di vita.

E’ perciò perfino ovvio che il Recovery Fund non può essere confuso con lo statalismo. Perché anche lo statalismo esercita l’assistere il cittadino ma lo fa al prezzo della sua rinuncia alla dinamica della libertà nell’impresa e nel lavoro. E’ altrettanto ovvio che il Recovery Fund non va inteso come un appello finto ai cittadini. Il fatto che l’UE abbia abbandonato la politica dell’austerità  per scegliere i cittadini e per arrivare a quella del Recovery Fund, implica un pressante appello operativo. Cioè che la disponibilità materiale dei fondi significhi pure l’ingegnarsi per usarli mediante attività innovative evitando ogni forma di burocraticismo, di sindacalismo asfittico o di sterile pseudo socialità. Attività sul terreno dei fatti reali e dei cambiamenti nei fatti reali.

Un impegno siffatto va adottato a tutti i livelli dell’UE. A livello centrale con il comprendere che la lezione dei fatti  costituisce la spinta continua a sviluppare quella capacità di relazionarsi interindividuale che è la libertà e che è il solo aiuto concreto per far crescere la cittadinanza europea (a differenza della tanto sbandierata solidarietà, che è un assurdo ambiguo, e perciò inefficace, essendo per lo più un modo di rassicurare contentando).

Nell’uso dei fondi della nuova UE, è naturale, stante la circostanza, che il primo investimento sia dedicato alla salute dei cittadini. Tenendo però conto del perché il Covid19 ha colpito con particolare durezza anche in quella Inghilterra dotata, secondo le statistiche internazionali, del miglior sistema sanitario europeo. Che è poi quello sorto sul progetto del 1942 scritto dal liberale Lord Beveridge (fornire assistenza sanitaria in caso di malattia, senza pagamento all’atto della prestazione  così da evitare le sofferenze di chi non dispone dei mezzi per effettuarlo) applicato prima in Inghilterra e in seguito dilagato in Europa.

La sua applicazione e diffusione sono state viziate da un equivoco di fondo.  Non si trattava di una pratica statalista bensì del principio  liberale di curare  ogni cittadino perché abbia la capacità di esprimere la propria diversità. Il presupposto concettuale era che la cura, l’averne bisogno, così come lo spirito di impresa e di lavoro,  sono ciascuno un fatto individuale.  Viceversa il piano Beveridge è stato da allora sempre fatto passare dai marxisti e dai cattolici, come un sistema di tipo collettivista e come tale tradotto in una concezione statalista e burocratica, con principi opposti ai suoi (per cui era nato).

Al giorno d’oggi il Covid19 è stato la confutazione sperimentale dell’idea che l’abituale protezione sociosanitaria dia una sicurezza completa ed anche dell’idea che la terapia più efficace sia l’ospedalizzazione. Il Covid19 richiede cure individuali e  l’emblema ne è che il rimedio più funzionante per arginarne il contagio è il distanziamento individuale. L’aver negato questo, i cambi di rotta, i ritardi di Boris Johnson e in generale una sanità pubblica  costruita sull’ossessione all’uniformare, sono alla base delle difficoltà reali contro cui ha sbattuto il servizio sanitario inglese.

Dunque, nei paesi UE il primo investimento del Recovery Fund  dovrà essere dedicato al potenziare la sanità pubblica a misura di cittadino. E siccome dovrebbe essere oramai evidente a tutti che ogni malattia può arrivare all’improvviso, ogni attenzione va dedicata alla ricerca per le malattie individuate, oggi in particolare impegnandosi pancia a terra per trovare un vaccino preventivo che riesca ad inibire il contagio del Covid19. Ovviamente, questo impegno comune nell’UE non ha niente a che fare con l’idea di una presunta sovranità dell’UE, che non c’è ed è bene non ci sia in termini tradizionali. Questo impegno comune, al di là dei potenziali riflessi terapeutici, serve per affidarsi alla maturazione dei cittadini europei, che concentrano sui problemi urgenti la propria professionalità di individui conviventi.

Ciò rientra nei grandi meccanismi dei rapporti tra cittadini diversi  funzionali all’idea del costruire un nuovo tipo di Stato non autoreferenziale. Che si prefigge di usare come motore la libertà nelle relazioni tra i suoi cittadini e quindi vuol garantire che ognuno possa esercitarla davvero secondo gli indirizzi e gli strumenti che ritiene opportuni, purché nelle regole. Questa è la precondizione perché la convivenza europea generi prodotti e servizi sempre adeguati nel tempo e nei luoghi; in pratica dia vita ad una condizione in grado di proteggere  l’esprimersi delle diversità di ciascuno specie in stato di avversità naturali . Tale precondizione è l’effettiva uguaglianza nei diritti che sarà utile, in particolare, per fronteggiare le pandemie che si presenteranno.

Di conseguenza è auspicabile che l’UE non ricorra più alla politica del procedere con il criterio delle velocità istituzionali plurime (comprese la forma di cooperazione rafforzata). In coerenza con le origini, faccia passi avanti e rinunci ad  utilizzare come propri degli istituti esterni alla propria struttura e alle proprie norme. Dunque dovrà mettere a punto un nuovo rapporto UE / EuroZona, due realtà che non possono più essere confuse nella percezione istituzionale dei cittadini, visto che non coincidono né i membri né le scelte monetarie.  E poi dovrà eliminare  gli equivoci nel MES, che , così come configurato, non può di certo essere fatto passare come uno strumento operativo UE, ed è perfino opinabile possa rientrare nella stessa logica dell’EuroZona (attribuendo una funzione al FMI che è soggetto estraneo all’area dell’Euro). 

E’ inoltre auspicabile che l’UE metta finalmente a punto la piattaforma politica  su cui fondare la propria presenza internazionale. Tale piattaforma deve rientrare nella logica su cui si è costruita e si dovrà reiniziare a costruire la UE: un impegno condiviso per far maturare cittadini diversi appartenenti a Stati distinti al fine di realizzare progetti condivisi. Questo è il solo tipo di messaggio politico coerente che può dare l’UE, siccome non è distintivo neppure il tradizionale richiamo alla democrazia  europea, la quale nella realtà finisce per impigliarsi nel  prevalere delle elites o dei governi o perfino delle burocrazie di Bruxelles.

In una  piattaforma di questo tipo, avviata nell’anno 2020, sarà centrale l’avere una consapevole coerenza operativa. Sul versante interno UE, ciò vuol dire evitare le scorribande  nel territorio europeo dei due grandi attori mondiali, cui si da giustificazione con l’applicazione unilaterale dei criteri del libero commercio.    L’UE dovrà difendere il proprio modo di vivere rispetto alle iniziative provenienti da soggetti di una grande democrazia (che vorrebbero attività in vario modo in conflitto con la libertà economica o con l’uso dei dati personali o con  il monitorare la quotidianità) e dagli ambienti pubblici di un grande paese strutturato come sistema di dispotismo dolce (che punterebbe a insinuare le sue pedine di controllo, finanziario, tecnologico e di scambio, atte a creare in prospettiva dei privilegi inaccettabili nella UE).

Per difendere il proprio modo di vivere, l’UE deve concentrarsi sulla politica dei diritti, da applicare all’interno (evitando debolezze sulle infiltrazioni culturali del terrorismo e sul trascurare pulsioni antiebraiche ed antiisraeliane) e da appoggiare all’esterno quale suo vessillo di riferimento (abbandonando le vaghezze parolaie e mantenendo le preoccupazioni circa le involuzioni illiberali, a Hong Kong e altrove, ferme nei principi ma distinte dalle suggestioni di intervento diretto).

Tutto ciò avendo ben chiaro che il Mediterraneo è per l’UE un’area di interesse primario anche al di là delle acque territoriali dei paesi membri. Ed avendo pure chiaro che, nonostante i disaccordi sulla Crimea e nonostante i molto diversi valori culturali ed istituzionali praticati, trovare  una qualche intesa con la Russia tra paesi della medesima area geografica, è un realistico interesse dell’UE: non solo perché ambedue coinvolti, indirettamente e in vario modo, nei conflitti sulle rive del Mediterraneo ma soprattutto per rendere meno arduo il complessivo equilibrio in ambito internazionale con le due potenze di più grande dimensione.

Per concludere. Anche sulla scia della manovra da 130 miliardi decisa in questi giorni in Germania (che stavolta servirà da stimolo ai consumi di tutta l’UE), va auspicato che le trattative sul Recovery Fund delle prossime settimane, diano corpo più maturo alla svolta UE del dopo Covid19. Va ricuperato lo spirito d’origine, teso a favorire le condizioni di un fecondo legame tra gli europei  per creare il benessere personale (che è cosa più ampia del benessere economico) congiunto ad una responsabilità diffusa nel comportarsi da parte della miriade dei cittadini individui europei.

Un obiettivo del genere non è carità. E’ il disegno realistico per riavviare la dinamicità del mercato interno fondato sul coinvolgere i cittadini secondo quanto indica l‘esperienza storica: la convivenza si evolve nel tempo verso l’individuo. 

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