Le cicale del COVID 19

In pieno COVID19 dilaga la tesi del “nulla sarà come prima”, cioè quasi a dire non saremo tutti più buoni e solidali. E’ una tesi ferma alla superficie degli eventi. Esprime una concezione conservatrice atterrita dall’intaccare le abitudini e respinge il mutarle.
Il COVID19 è straordinario solo per la cultura che sguazza nel presente. Il COVID19 non è tanto straordinario. Limitandoci alle principali epidemie dell’ultimo secolo, si registrano, oltre l’influenza comune, varie malattie respiratorie che sfociano in polmonite mortale, cioè i coronavirus più gravi: H1N1 (la spagnola) del 1918; H2N2 (l’asiatica) del 1957; SARS del 2003; MERS del 2012. Ciascuna con differenti tassi di mortalità: influenza (0,2/0,5 % degli infettati); COVID19 (1,5/2 %); H1N1 (circa il 5%); SARS (circa il 12%); MERS (circa il 35%). Però H1N1 e COVID19 sono molto più aggressive e si diffondono più facilmente. Sono meno letali, ma infettano molti più cittadini. Possono provocare un numero assoluto di morti assai più elevato (nel 1918 fu contagiato un terzo del mondo e i morti arrivarono a più di 50 milioni).
Il COVID19 non era in sé prevedibile ma appartiene alle malattie potenziali. Una cultura non bloccata sul presente, non poteva affatto escluderla. Sarebbe stata in guardia così come per molti altri rischi. La sensazione che nulla sarà come prima, di fatti è propria della cultura dominante italiana ideologica e religiosa, fondata sull’utopia, sulla sicurezza, sull’illusione che il benessere controlli tutto, sull’immobilismo di fatto. In pratica ci si culla nel rifiuto della vita e nella moda social che corrode l’autonomia critica individuale.
Nell’immediato, l’Italia se la sta cavando bene per la qualità (e la buona volontà) dei suoi virologhi e dell’Istituto Superiore di Sanità (IIS), per l’impegno dei medici e del personale sanitario ospedalieri, per la capacità del Conte2 di attuare le indicazioni dei professionisti.
La lotta all’epidemia centrata sul limitare il contagio, è una strada obbligata, visto che il COVID19 non ha ancora un vaccino nel mondo.
In prospettiva, l’insegnamento del COVID19 è ribaltare la cultura corrente che va contro il metodo individuale nel gestire conoscenza e convivenza. Perché la vita è fatta dai cittadini nelle rispettiva diversità, non dall’applicare teorie e libri sacri imponendoli. E il COVID19 ha evidenziato il punto debole del SSN.
Si è confusa la sanità pubblica (assistenza di base) con l’insieme di cliniche private (impresa medica). Nella prassi il sistema unificato della medicina convenzionata ha trascurato il cittadino da curare.
Dimenticando le funzioni distinte, ha adottato una concorrenza solo sulla razionalizzazione dei bilanci a breve, ed ha provocato negli ultimi 25 anni un finanziamento all’assistenza di base comparativamente ridotto sia nell’edilizia sia nel personale (talvolta privilegiando gli amministrativi sui medici e sugli infermieri).
Pensando solo al presente, la strada del limitare il contagio COVID19 non dispone né di medici né di infermieri né di attrezzature di rianimazione sufficienti. Il COVID19 non è un’eventualità straordinaria bensì un’ordinarietà di vita su un periodo non momentaneo.
Dunque urge mutare la cultura del presente e contro l’individuo. Altrimenti è forte il rischio di nuove epidemie anche non sanitarie.

Intanto al momento, per un intervento più drastico, dobbiamo sperare in un vaccino per salvarci dal togliere virulenza al COVID-19.

Eppure, nel solco della cultura attuale, molti dei governi più recenti, ONG, partiti e associazioni varie, hanno fatto di tutto per ostacolare l’innovazione che il settore farmaceutico promuove. Nel solito contesto ideologico e religioso (storicista) in cui le aziende farmaceutiche speculano sulla salute dei poveri pazienti, l’Italia si è posta alla guida di una coalizione che osteggia la tutela della proprietà intellettuale (guerra ai brevetti e licenze obbligatorie); ha messo in atto un processo di approvazione delle nuove terapie che ci penalizza rispetto al resto della UE; ha mutilato i prezzi dei farmaci con gravi conseguenze per gli investimenti.

Così per Lo stesso nei confronti della Scienza È improvvisamente invocata a gran voce dopo che è stata umiliata dai media; da molti settori del mercato (vedere le balle in campo alimentare); nelle scuole dove non si insegna il metodo sperimentale ma ci si limita a raccontare la storia di alcuni scienziati; dal dibattito politico che improvvisamente pretende il ritorno delle competenze. Corriamo perciò, il rischio di idealizzare scienza e scienziati, come è successo in alcune nefaste epoche passate, ignorando il metodo sperimentale – popperiano – cui la scienza si dovrebbe affidare.
La scienza è concretezza che vive nel tempo con i ricercatori che esaminano ciò che avviene, fanno ipotesi esplicative e ne verificano l’esattezza fino a prova contraria.

Raffaello Morelli, Pietro Paganini

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