Gli insegnamenti del coronavirus sul convivere

Non essendo del settore sanitario, non aggiungo nulla alle considerazioni sul COVID-19 fatte dai maggiori esperti. E cioè che i coronavirus causano malattie respiratorie dal raffreddore comune alla polmonite mortale. Il COVID-19 è omologo ai coronavirus  H1N1 (la spagnola) del 1918, H2N2 (l’asiatica) del 1957, SARS del 2003 e MERS del 2012. Peraltro  il COVID-19 è mortale tra 1 e 2 per cento degli infettati (intorno a due/tre volte la normale influenza). Dunque è un po’ meno letale della H1N1 (circa la metà), abbastanza meno letale della SARS (circa 7 volte) e molto  meno della MERS (circa 20 volte) però con capacità diffusiva enormemente superiore alla SARS e alla MERS. Perciò, pur essendo meno letale, siccome infetta  molti più cittadini, può provocare un numero assoluto di morti assai più elevato (cosa successa nel 1918, quando fu contagiato un terzo della popolazione del mondo e i morti furono più di 50 milioni).

Richiamato ciò, penso che, riguardo l’epidemia COVID-19, l’Italia se la stia cavando bene. La qualità ormai comprovata dei virologhi italiani in casa e fuori, quella dell’Istituto Superiore di Sanità, la buona capacità reattiva del Conte2 (nel seguire le indicazioni dei professionisti nel ramo), l’impegno dei medici e del personale sanitario ospedalieri, hanno consentito di assumere i provvedimenti opportuni; e farlo con sufficiente tempestività e maggiore coerenza rispetto alcune bizze (nonostante l’impegno) dei vertici delle due regioni più colpite. Ciò ha reso possibile una lotta all’epidemia volta al limitare il contagio, così soddisfacente da essere ripresa da altri paesi all’inizio titubanti. E’ del resto una strada obbligata, visto che per il COVID-19 non si conosce ancora un vaccino e neppure si sa abbastanza (perché ha esiti letali varie volte maggiori tra i contagiati in Lombardia?). Tutto ciò attiene alla terapia per affrontare il COVID-19. E’ però evidente che, insieme alla terapia che non mi compete, è opportuna una valutazione sul cosa l’epidemia possa significare per il nostro paese e il convivere al suo interno.

A tal proposito, dico innanzitutto che  fino ad ora il COVID-19 è  un’infezione virale molto rilevante, in sé non prevedibile, ma certo non fuori  dalle malattie  potenziali. Questa è la questione centrale. Un  evento siffatto è di sicuro non frequente, ma una cultura attenta alle cose del mondo non poteva affatto escludere accadesse. Doveva stare in guardia. Il nodo sta qui. La sensazione che nulla sarà come prima è nel senso che la cultura dominante – in specie nel nostro paese – è inadeguata. Si tratta di una cultura ideologica e religiosa, fondata sull’utopia, sulla sicurezza, sull’illusione di controllare tutto con il benessere, sul non essere disturbati da eventi eccezionali. In pratica ci si culla nel rifiuto della vita reale, surrogandola con sogni immaginifici prodotti apposta dall’ideologia e dal fideismo religioso nonché dall’aderire alla moda dei social che inquina la mente  contro l’autonomia critica individuale. Il COVID-19 mostra l’irrealismo di una cultura siffatta, che ammorba il paese da molti anni. Tanto che è perfino sperabile che, nel suo tragico manifestarsi, il COVID-19 possa almeno innescare il cambiamento di tale cultura con alcuni suoi insegnamenti inequivoci.  

Partiamo dal sistema sanitario. Il Servizio Sanitario Nazionale funziona, seppure molto meno al sud. Però messo sotto pressione dal virus sta mostrando alcune crepe significative. La mancanza di medici e di personale sanitario in quantità adeguata, come pure l’insufficienza di strutture (vedi quelle respiratorie e di rianimazione), non sono una fatalità. Sono figlie  delle scelte negli  ultimi 50 anni. Il SSN nacque distorcendo il sistema assistenziale pubblico pensato a metà anni ’40 dal liberale inglese Beveridge e divenne in Italia un fatto ideologico a favore  dello statalismo al posto di una assistenza sanitaria davvero imperniata sul cittadino. E da quando nella seconda metà dei ’90, partendo dalla Lombardia, si avviò una sorta di controriforma nel segno di una concezione aziendalistica della sanità,  non si è tornati  ai concetti liberali di Beverdige, bensì si è rimasti, pur in un’altra ottica, al concetto di concorrenza/contrapposizione tra sanità pubblica e privata, continuando a non centrare il servizio pubblico prima di tutto del cittadino. Si dava per scontato  che pubblico e privato fornissero lo stesso servizio; il pubblico dava una copertura di massa mentre la qualità della cura era riservata ai privati (di qui la medicina convenzionata).

Così da allora tutti i governi, in nome dell’efficienza, hanno ridotto gli investimenti nella sanità pubblica riducendo assai il servizio sui territori, sia come presenza edilizia sia come attrezzature di singoli reparti. Da qui, ad esempio, l’allungarsi dei tempi di attesa per visite ed esami specialistici nel pubblico. In sostanza, si è ricorso ad approcci più standardizzati e meno basati sulle esigenze individuali del paziente. Quando è arrivato il COVID-19 si è dovuto prendere atto che non c’erano abbastanza medici e personale sanitario e neppure attrezzature essenziali nella fattispecie, come i respiratori.  In  altre parole, non si era preparati agli eventi sanitari fuori del comune, tanto più rientranti nei compiti pubblici, in quanto concernenti tanti cittadini i quali, come pazienti, non sono  mai masse, ma richiedono cure individuali e personale capace di farle. Insomma, alla sanità pubblica non va una parte adeguata del bilancio dello Stato. Deve cambiare questa mentalità che non pensa all’assistere il cittadino nel concreto.

Nell’organizzazione sanitaria, si ritrova la perdurante ambiguità italiana sulla funzione pubblica rispetto ai cittadini. Da poco meno di un trentennio, la contrapposizione politica tra  centrosinistra e centrodestra verte sul conquistare il potere, non sul realizzare un progetto politico che affronti la vita. Per il potere si combatte sul terreno della propaganda con slogans circa la sicurezza, l’utopia, il tutto va bene (non si confligge per le idee). Il centro sinistra lo fa entro la cultura dell’emozione che risolve i problemi solo segnalandoli  e il centrodestra entro la cultura dell’anticomunismo  e dell’economicismo. Le due parti seguono ambedue una cultura dei diritti clientelare, che prescinde dalle condizioni del tempo e dai comportamenti individuali. E ambedue hanno governato come elites disattente alle  esigenze quotidiane dei cittadini. Finendo per aprire la strada al sovranismo  dell’uomo forte e al populismo passatista della democrazia diretta. Tutte e quattro concezioni opposte all’incentrarsi sul cittadino individuo consapevole pernio del progetto liberale. Anche qui, il COVID-19 ha fatto invece vedere che il mondo si fonda non solo sul potere ma soprattutto  sulla conoscenza e quindi sull’individuo, destinatario dell’agire istituzionale, strumento principe di rilevazione dei dati, nel caso diffusore possibile del contagio.

Il COVID-19 ha pure dato conferma di un pericoloso virus democratico, cioè l’informazione ingannevole ai cittadini. Dovuta in larga parte ad un giornalismo dedito più a lanciare uno spettacolo futuro (non solo per essere addomesticato alle reti potenti ma anche per soddisfare una propria enfasi narcisistica di palcoscenico) che non a far comprendere i fatti avvenuti e a promuovere il dibattito assente da decenni. Ma dovuta anche alla scarsa abitudine ad esigere dati il più possibile autorevoli e verificati. Cosa che oltretutto è un’altra carenza del tessuto democratico (ad esempio, i dati sulla diffusione del COVID-19 a livello mondiale sono inattendibili perché raccolti con sistemi tra loro incommensurabili, eppure la stampa non lo sottolinea e continua a diffondere false notizie a macchinetta).

Insomma, il COVID-19  oltre la sua natura di virus dalla diffusione prorompente (cosa diversa dalla falsa notizia che sarebbe la rottura del patto con la natura violato dall’attività umana) può risultare per noi anche una macchina della verità nel far emergere i nostri punti deboli.

Fatte tali considerazioni, aggiungo che trovo ancora valida la linea cultural politica dei miei scritti su Arcipelago Milano sin qui. Sottolineando, da liberale, un aspetto.    I vincoli e le restrizioni  al libero svolgersi della vita quotidiana sono stati finora posti nel pieno rispetto formale e logico dei valori della Costituzione su cui si fonda la libertà. Comunque, siccome sono atti eccezionali (pur richiesti dalla scienza), è indispensabile che lo spirito critico dei cittadini vigili che si continui sempre a rispettare quei valori. Questo in ogni direzione. Per evitare il ricorso a pene stravolgenti già proposte da prefetti a riposo di vecchia militanza a destra. Ma anche per trovare il modo di non imbalsamare i meccanismi Parlamentari ostacolati dagli attuali vincoli e restrizioni alla libera circolazione. Siccome il Parlamento rappresentativo resta centrale per la libertà del cittadino, andranno subito escogitate procedure innovative – con l’utilizzo dell’ informatica – per far sì che la funzione Parlamentare continui ad esercitarsi anche in presenza di vincoli e restrizioni (superando l’opposizione dei funzionari parlamentari, che mitizzano la lettera della Costituzione per meglio violarne lo spirito e tutelare i propri privilegi).

Questa voce è stata pubblicata in argomento Conoscenza, argomento Politico, LIBRI, OPUSCOLI e TESTI NON BREVI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.