Le Regioni hanno 50 anni

Convegno  su 50 anni di regionalismo

Firenze, Consiglio Regionale,  21 febbraio 2020

Il pregio all’iniziativa per il 50mo promossa dall’Associazione dei Consiglieri Onorari, lo dà, oltre la presenza del Presidente del Consiglio Regionale, la qualità della Tavola Rotonda, anche se l’iniziativa ha pure un  aspetto che mi induce a queste poche parole. Quest’aspetto non è la medesima area politico culturale  dei tre qualificati personaggi della Tavola rotonda – l’area di sinistra ideologica o religiosa –. Il limite è il non concentrarsi innanzitutto sul dato emerso con evidenza nei 50 anni. Che non è la ricorrente polemica sull’istituto regionale, che era previsto dal Titolo V ma che fino ad allora aveva  lasciato sulla carta le Regioni ordinarie. E’ che si arrivò alle Regioni senza uno specifico lavoro preparatorio (di sicuro inadeguato) per costruirle definendo precise norme di funzionamento in termini di sistema economico, di assetto finanziario, di valorizzazione dei cittadini e del rapportarsi con le altre realtà istituzionali. Le Regioni furono un guscio ideologico privo di meccanismi per funzionare  davvero nell’epoca in cui nacquero.

Tale assenza di lavoro preparatorio costituisce l’errore sperimentale di allora, che da allora si perpetua quale metodo legislativo portante. Qualche variante c’è ma non fa mutare registro. La  caratteristica più grave non è neppure l’inadeguatezza materiale e i ritardi effettivi delle strutture del 1970. La cosa più grave  è che quell’assenza era stata segnalata a lungo in parlamento dal PLI. Il quale cavalcò la tesi – cara a tutti i ventennali  fautori del non fare le regioni ordinarie perché avrebbero dato il potere al PCI nelle tre zone rosse – perché era una tesi utile alla linea PLI contro il centro sinistra perché apriva al PCI senza l’argine della confusa emotività socialista.  Però questo errore venne usato dal centro sinistra come schermo per non riflettere sulla fondatezza della diagnosi del PLI circa  il pericolo di regioni partorite come un guscio vuoto perché senza meccanismi in grado di  funzionare.  Così la legislazione regionale ha rincorso per decenni le mancanze nell’impostazione (e pure le contraddizioni, tipo il principio dell’autonomia incoerente con  il rilievo  immutato  dato al centralismo prefettizio).

In realtà, l’usare come schermo l’errore dei liberali e l’intendere il regionalismo un progresso a prescindere, serviva a praticare la logica politica sottostante al produrre gusci vuoti. Allora – e tuttora oggi – la cultura italiana – forse per le profonde radici ideologiche marxiste e  religioso cattoliche – nel fare le norme tende a separare l’obbedienza ai principi ispiratori (nella fattispecie giusti,  la previsione del Titolo V) dalle conseguenze dell’applicarli. Di fatto ci si appassiona al “si deve” dimenticandosi dei meccanismi per attuare la norma e  dei loro effetti. Addirittura, anche il si deve dei principi ispiratori, risulta snaturato dal vivere quei principi quale conseguenza al dover essere e sganciato dal funzionare effettivo. In pratica si è convinti  che le istituzioni debbano solo avere un loro disegno riguardo il bene comune da realizzare inducendo il popolo a farlo. Non si percepisce l’obiettivo di stare ai fatti del mondo vivente per mezzo delle valutazioni, delle esigenze e delle iniziative dei cittadini che in quel mondo operano, e così di proporre regole per riuscire a migliorare le condizioni del convivere. Questa inclinazione depistante è pervasiva e si riflette nel puntare ad un assetto politico bipolare, figlio dell’idea che il cittadino individuo non esista e comunque non sia degno di attenzione effettiva.

Una simile convinzione si è riproposta, in modi differenti,  nella riforma del Titolo V nel 2001, fatta come bandiera di parte, stavolta più che un guscio vuoto, un garbuglio  di norme da tutti  criticate in questo ventennio e fonte di un diluvio di ricorsi alle corti superiori.  Si è riproposta con il pasticcio Berlusconi nel 2005 moltiplicatore di burocrazie e anni dopo con l’oligarchico progetto di Renzi, ambedue saggiamente respinti  dagli italiani. Soprattutto quella convinzione del dover essere continua a riproporsi in una distorta concezione di autonomia, che contrappone alla burocrazia romana le burocrazie delle regioni, senza cogliere che l’autonomia regionale  dipende dal come si coinvolgono i cittadini di quelle regioni nelle scelte. Autonomia regionale o è autonomia del cittadino o è di nuovo un guscio vuoto.  E ciò è decisivo specie oggi nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Anche qui in Toscana, la seconda legge 2013 sulla partecipazione ha fatto passi avanti ma non ha reciso il cordone di trasmissione della struttura Regionale, anzi. E quindi non ha fatto emergere idee e progetti innovativi dei cittadini. Ma non coinvolgendo sul serio i cittadini, partecipazione è un termine curiale non laico. E’ privo di mordente civile. Del resto, nello Statuto toscano non c’è traccia di referendum propositivo e perfino la sussidiarietà è concepita entro un riconosciuto interesse generale e lo sviluppo solidale delle comunità. Tutti concetti tradizionali in contrasto  con l’idea di autonomia attiva del cittadino e ostacolano il funzionamento della società aperta.

In estrema sintesi ho voluto segnalare che, in base all’esperienza 50nnale, le regioni debbono legiferare pensando agli effetti materiali delle norme varate  sull’interagire quotidiano dei  rispettivi cittadini, ed abbandonando ogni suggestione utopica del dover essere propria del regionalismo trionfante da restaurare. Baldanzoso perché sicuro di vincere nelle urne. Un simile cambio operativo urge tanto più  in epoca di suggestioni sovraniste , che incarnano in termini attuali le antiche illusioni dell’uomo forte  e degli esperti sovrastanti i sudditi. Chiamano autonomia dei puri centri di potere che promettono di risolvere tutto e alla svelta al prezzo di un codice illiberale e anti individualista nonché del dissolvere l’unità nazionale in una dieta di notabili. Anche questa volta, come sempre, sarebbe una scelta fallimentare e alla fine l’esperienza boccerà quei codici, ma nel frattempo ci sarebbero gravi sacrifici e ritardi civili. Il senso di queste mie poche parole , è che i liberali vorrebbero evitarlo, con i comportamenti e non con i proclami. A cominciare dalla Toscana in primavera.

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