Gesti legittimi, effetti da confutare

In quattro cerimonie della settimana prima di Natale, Papa Francesco ha compiuto ogni volta gesti, ciascuno attinente al suo magistero, che hanno avuto un notevole impatto mediatico sul vivere civile. Ai laici si impone una pronta riflessione, al fine di meglio attivarsi per evitare conseguenze negative sulle relazioni del convivere derivanti dal modellare le istituzioni su criteri religiosi.

Primo gesto, via il segreto papale dai pedofili. Il primo gesto   è stato togliere il secolare segreto pontificio in materia di violenze ed abusi su minori fino ai 18 anni. Rimozione che riguarda tutti, imputati, vittime, chi denuncia, i testi, ed ogni ambito, le carte conservate nei dicasteri vaticani  e nelle diocesi. Gli organi di stampa hanno definito questa decisione epocale. Nessuno ha aggiunto che lo è per l’interno della Chiesa, ma di sicuro no per i paesi civili, nei quali da decenni violenze ed abusi non sono coperti. Dunque, una volta di più, non c’è ragione di prendere ad esempio la Chiesa per regolare la convivenza. Anzi. E’ la pressione dei cittadini che spinge la Chiesa a ripensarsi. Dal punto di vista pratico, esiste tuttavia il pericolo che il gesto sia più fumo che arrosto. Ci sarà d’ora in poi l’attiva collaborazione, fino ad oggi mancante, della gerarchia con gli inquirenti nel campo della pedofilia? La cosa migliore che i laici potrebbero fare è iniziare una campagna per mettere alla prova la portata della rimozione del segreto pontificio. Da tenere presente che ora diviene anacronistico in tema di pedofilia  l’art. 4, comma 4, del Concordato secondo cui “gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”. Allora, occorre una legge ordinaria per stabilire che in materia di pedofilia questo comma non è più applicabile. E’ sufficiente una legge ordinaria dato che l’art.7 della Costituzione prevede che non richiedono procedimento di revisione costituzionale le modifiche dei Patti accettate dalle due parti. Avendo il Vaticano  tolto il segreto pontificio sulla pedofilia, non può che accettare l’obbligo in materia di informare gli inquirenti. E così lo Stato italiano non sarà alla mercé degli umori delle gerarchie vaticane.

Secondo gesto, riforma della Curia per meglio evangelizzare. Poi c’è stato l’indirizzo sulla riforma della Curia in corso. Non serve, ha detto Francesco, indossare un nuovo vestito e rimanere come si era prima, facendo esplicito riferimento  alla famosa frase del Gattopardo “bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è” . Il Papa ha auspicato il cambiamento nell’elaborare il pensiero come vitalità di un percorso in continuo sviluppo, ed è stato un auspicio di cambiamento esaltato dai mezzi di comunicazione. Ma il fine è il solito: l’evangelizzazione del mondo, la ragion d’essere della Chiesa. Quindi si tratta di un’ulteriore conferma della dottrina della Chiesa. Non evolvere stando al passo dell’evolversi della conoscenza del mondo, bensì intendere il cambiamento come strumento per meglio ingabbiare il mondo nella verità della fede evangelica. Infatti Francesco lamenta che non siamo più nella cristianità, poiché la fede non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene emarginata. E precisa che l’auspicato cambiamento di mentalità pastorale,  non vuol dire passare a una pastorale relativistica  bensì trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo. Tutti concetti legittimi nell’ambito della libertà di culto assicurata dalle istituzioni laiche e liberali. Ma che laici e liberali devono confutare di continuo ricordando il loro essere una manifestazione religiosa inapplicabile al costruire le regole delle istituzioni civili, in quanto dimostratesi del tutto inadatte allo sperimentare. Non per caso perfino il cardinale Martini disse nell’ultima intervista, “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote?”.  Ora, se la cosa è evidente perfino ai più acuti pastori della Chiesa, ancor più dovrebbe esserlo ai laici, per i quali è chiaro che non si scuote perché è statica nella dottrina. Forse i laici ne sono talmente convinti da pensare di poter assistere inerti al celebrarsi di simili gesti papali, che sarebbero solo celebrazioni giornalistiche. E sbagliano. Se quest’inerzia perdura senza adottare cure di riequilibrio mediatico, sarà causa di inquinamento del convivere civile da parte dei gesti religiosi che puntano con costanza ad essere applicati nelle istituzioni, non trovando ostacoli  al diffondersi della loro cultura.

Terzo gesto, solo Dio viene gratis. Papa Francescoafferma che mentre nella Terra è tutto dare per avere, Dio arriva gratis. Nel senso, precisa, che l’amore di Dio non è negoziabile, siccome non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo. Aggiunge che , nel vivere, non bisogna partire dalle nostre capacità, ma dalla  grazia di Gesù, perché  Lui è il Salvatore. Ci risiamo. Parole e concetti che esprimono una convinta religiosità e che sono legittime. Ma che non corrispondono affatto ai dati sperimentati nella vita reale nel mondo. Tutto nel mondo è uno scambio. Per vivere tutti i viventi hanno bisogno di disporre dell’energia che fa funzionare il rispettivo organismo.  E procurarsi questa energia dipende dal modo in cui ciascuno lavora ed esprime le proprie capacità e attitudini. Lo fa non da solo ma sempre in  relazione, se non in collaborazione, con gli altri e pagando un costo. Relazioni e collaborazioni che sono in sé dei meccanismi con cui ognuno da e riceve qualcosa di cui ciascuna parte desidera disporre. E ciò costituisce l’ineludibile funzionamento pulsante del convivere. Invece, le parole del Papa in nome della dottrina, se applicate ai comportamenti effettivi, respingono  tale funzionamento. Inducono a non applicare sé stessi e a non formarsi per essere in grado di farlo; inducono a ritenere possibile che una entità non definita provveda sempre ai nostri bisogni quotidiani; inducono a pensare che sia realistico un consumare gratuito dei prodotti che ci servono. E’ evidente che tali pensieri, al di fuori dell’ambito religioso, devastano le modalità personali ed interpersonali della realtà, con cui i cittadini vivono in base all’esperienza millenaria. Dunque è chiaro che i laici dovrebbero di continuo ricordare ad ogni cittadino che vivere dipende in maniera determinante dal conoscere, dal lavorare, dallo scambiare quanto produciamo mentalmente e fisicamente, dall’utilizzare ciò che l’iniziativa individuale mette a disposizione degli altri con un prezzo. Va detto ancora una volta che nella cultura laico liberale, dimostratasi nell’esperienza quella più attrezzata per migliorare la convivenza, è legittimo diffondere idee non corrispondenti alla realtà siccome soddisfano un diverso genere di esigenze umane, ma è un obbligo essenziale attivarsi perché queste idee non ostacolino (con l’ignoranza delle cose e con l’attizzare il facile odio dell’invidia contro chi ha quello che non abbiamo) il praticare le altre idee che corrispondono alle modalità sperimentate davvero e funzionanti. L’utopia ideologica e  religiosa è il veleno più potente della democrazia tra cittadini liberi.

Quarto gesto, evocare ingiustizia, indifferenza, speranza. Nell’omelia prima della benedizione Urbi et Orbi di Natale, Francesco ha usato ripetutamente quelle parole, rimbombate sui mass media. Il contesto è una considerazione religiosa caratteristica, “ci sono tenebre nei cuori umani, ma più grande è la luce di Cristo”.  Che si applica a tutte le molteplici  tensioni esistenti sulla Terra e che certo non dimentica il problema dei migranti, inquadrato dicendo  “è l’ingiustizia che li respinge da luoghi dove potrebbero avere la speranza di una vita degna e fa loro trovare muri di indifferenza”. Qui la questione laica non consiste nell’inesistenza delle tensioni (i laici sanno che i conflitti sono ineliminabili). Consiste nel tipo ancestrale di diagnosi fatta: la loro valutazione (giusto/ingiusto), la qualifica del loro perdurare (l’indifferenza) e la proposta (che non va oltre la speranza, visto che una terapia  neppure si cerca). Perché nei secoli, la convivenza umana è progredita affrancandosi da questi concetti, appunto ancestrali, mentre la diagnosi papale resta a quei concetti. Presuppone che il mondo sia una comunità  bene ordinata di principi stabiliti dai poteri predominanti sui territori, dediti a far sperare ai fedeli sudditi futuri più luminosi, su una linea di conservatorismo buono imperniato sul rispetto della comunità religiosa, senza impegno nel ricercare nuova conoscenza e senza vincoli economici nell’accogliere. I laici s sono affrancati dai vecchi concetti e devono impegnarsi per far vedere in ogni momento che l’approccio laico è sulla lunghezza d’onda sempre in moto della conoscenza della libertà umana. Che considera il mondo una miriade di cittadini individuo conviventi in spazi diversificati, governati da regole scelte dai cittadini stessi e di continuo impegnati a confrontare progetti dei cittadini  connessi ai fatti per migliorare le condizioni di vita. Per affrontare le tensioni nel mondo,  vanno capiti i motivi specifici dei malfunzionamenti del convivere tra individui diversi, occorre non nascondersi che il loro perdurare significa non essere in grado finora di risolverne la causa ed è indispensabile approntare proposte di terapia alternative per aggiustare il meccanismo non funzionante. Insomma, non servono parole ancestrali che consolino sulle ingiustizie, celino le difficoltà addebitandola all’indifferenza e agitino la speranza quale diversivo per non fare un progetto risolutore.

Credo opportuno che i laici riflettano su questi gesti di Francesco e diano presto con decisione una risposta per evitare che dilaghi sempre più  la propensione,  magari inconsapevole, al modellare la vita istituzionale su criteri religiosi. Tanto più in questo 2020, l’anno dei grandi anniversari di importanti avvenimenti laici, il 150° della presa di Porta Pia e il 50° della legge sulla facoltà di divorzio. Ambedue seguiti a lungo da fortissime critiche  dei clericali ma negli ultimi anni  ambedue riconosciuti atti di grande progresso civile. Del resto, laicità è vivere la tradizione stando al passo dei problemi col dar modo a ciascuno di esercitare il proprio spirito critico per affrontare il futuro degli umani. Se a qualcuno non gli basta conoscere, può pensare anche al proprio credo.

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