Taglio parlamentari non mina la rappresentanza

L’articolo “Due serie perplessità sul taglio dei parlamentari” usa solo principi da tempo sostenuti da chi avversa la centralità del cittadino. Dunque è opportuno confutarli.

Il primo cita dimensioni e caratteri distintivi dei collegi elettorali: ”tarare il numero dei parlamentari in base alla popolazione, è una logica ormai datata. La geografia politica dovrebbe riflettere e non forzare la geografia economica e sociale dei territori”.  Questo è un criterio sociologico che  riduce il peso concettuale dei cittadini. Infatti, ridisegnare i collegi elettorali si fa da quando esiste il Parlamento. Ma è l’esistenza del Parlamento  che porta al numero dei deputati, solo dopo viene stabilito con quale meccanismo eleggerli e la  geografia dei collegi. Anteporre il determinare i collegi al numero dei deputati dimostra che si ritiene importante non  il sistema di rappresentare i cittadini e il loro variabile relazionarsi, bensì le strutture sociali da sovrapporre ai cittadini in quanto più importanti di loro.

Oltretutto, la riprova che i numeri della rappresentanza dei cittadini sono in rapporto con la capacità di gestire un’assemblea, si trova in una regola accertata dai politologi da decenni. In tutto il mondo le Camere hanno un numero di eletti vicino alla radice cubica della popolazione rappresentata. In Italia, gli elettori sono circa 46,5 milioni e la radice cubica è intorno a 360. Con il taglio di pochi giorni fa si è passati da 630 a 400 eletti, quindi ci si è avvicinati alla dimensione usata nel mondo.

Il secondo principio dell’articolo è più velenoso per la democrazia rappresentativa, perché inclina all’introdurre il vincolo di mandato: “determinare il numero dei parlamentari senza aver chiaro quali siano i caratteri dei partiti, significa costruire un Parlamento di singole individualità, ciascuna delle quali messa nelle condizioni di esercitare l’assenza del vincolo di mandato come una prerogativa assoluta”. Innanzitutto il numero dei parlamentari è toccato solo volendo che esso sia tale da consentire l’ingresso il più possibile ampio delle forze politiche (rappresentanza a danno della scelta). E soprattutto ventila l’idea che gli eletti non dovrebbero avere la tipica libertà parlamentare di rispondere solo ai loro elettori (quindi assoggettati alle scelte dei partiti).

Ma l’esperienza secolare dice con chiarezza almeno due cose. Uno, che  il voto dei singoli cittadini serve per  eleggere i rappresentanti ma anche per dar loro un indirizzo necessario a discutere al fine di liberi accordi per compiere scelte di governo. Due, che più aumenta la quantità degli elettori, tanto più è irrealistico supporre un vincolo di mandato. E che, per potenziare la libertà, è indispensabile la trasparenza in Parlamento per consentire agli elettori di valutare il proprio rappresentante. Quindi, anche sotto questo profilo, la diminuzione dei rappresentanti agevola sia i lavori dell’aula che la valutazione dei cittadini.

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