La sentenza costituzionale sul fine vita

Articolo scritto per la rivista NON CREDO

1- Una sentenza non trionfale. Hanno commesso un classico errore civile i laici che hanno celebrato  la sentenza della Corte Costituzionale sul fine vita (25 settembre ’19) come un trionfo della libertà nella convivenza. L’errore non  è per il contenuto della sentenza, che ha letto giustamente la Costituzione in chiave di istituzione laica. L’errore sta nel fatto che, siccome, nella convivenza quotidiana,  i laici  riescono poco a far emergere le loro impostazioni (nonostante siano suffragate dai fatti), allora si contentano di definire vittoria ogni evento non contrario ai loro desideri e poi si occupano di altro.

2- Il comunicato sulla sentenza. Dal punto di vista laico, la sentenza della Corte in esame  è corretta in base all’impianto della Costituzione, ma non è un trionfo della libertà laica, foss’altro perché tardiva rispetto agli atti precedenti. Basta leggerne i motivi nel comunicato (il testo della sentenza verrà pubblicato dopo) in riferimento all’esame de “le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’art. 580  Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la vita”.

“La Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.

La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018” .

3 – Perché il rinvio nel 2018. Precisato che con l’ordinanza 207 del 24 ottobre ‘18 la Corte, per attendere il Parlamento, rinviò al 24 settembre ‘19, e in più constatato che in materia da allora nulla è avvenuto, a prima vista risulta  incomprensibile perché la sentenza emessa ora non sia stata emessa nel ‘18, quando sia lo stato dei fatti sia l’impianto della Costituzione, erano i medesimi. Tuttavia solo a prima vista. Perché, ragionando, il motivo del rinvio è indubbio. Non si voleva decidere allora quanto si è deciso ora (in sintesi, la Costituzione rende impossibile applicare a qualsiasi fattispecie l’art. 580  Codice Penale). Perché? Perché quella conclusione avrebbe sancito  un principio inaccettabile da chi non riconosce  il primato dell’individuo nello scegliere senza danno agli altri.  Mentre il rinvio non sanciva il principio e dava tempo per fare una legge.

Attenzione. Per i laici, che partono dal rispetto di questo primato, il rinvio può esserci se, in mancanza di una legge, il caso non è giudicabile con il solo metro dello spirito della Costituzione. Di fatti,  la Corte ha il compito di valutare la corrispondenza di una legge a quello spirito, non di dettare norme per fare una legge o di rinviare una decisione in attesa che il Parlamento la faccia e poi di decidere anche senza fatti nuovi. In quest’ultimo caso, adempie al proprio compito ma prova al contempo che avrebbe dovuto agire prima, quando c’era già lo spirito della Costituzione con cui valutare una norma del CP.

La sentenza del 25 settembre dimostra che il rinvio ha solo aiutato quanti sostengono la necessità di una legge che autorizzi il cittadino a fare qualcosa. Intento di cui resta traccia perfino nel comunicato, quando scrive “indispensabile intervento del legislatore”, in contrasto con la decisione dello stesso giorno assunta in sua mancanza.

4 – Cosa va chiesto ai laici. I laici non possono  accettare il concetto che un cittadino possa fare solo quello che la legge prevede debba fare. Non è un aspetto formale, è il cardine del convivere libero. Ed è perché le leggi in linea con la libertà, e quindi con la laicità, possono imporre oneri per finanziare le iniziative istituzionali a garanzia dell’uguaglianza nei diritti di ciascuno  o possono  imporre il divieto di atti lesivi dei diritti degli altri, ma per il resto sono sempre leggi  che danno al cittadino la facoltà di fare qualcosa che scelga di fare lui (non i terzi). Tipica è la fondamentale libertà di culto.

Ecco perché è un errore  l’esultanza di molti laici per la sentenza della Corte sul fine vita. Perché non solo hanno accettato una procedura avversa alla laicità ma per di più, valorizzando la sentenza oltre il suo impatto immediato (lo stesso avvenne con la 203/1989 sull’insegnamento della religione, che fece un passo avanti in tema di laicità, anche allora senza la chiarezza auspicata dai laici)  hanno  dato spunto a commenti di aperto rifiuto dei principi laici. Non mi riferisco agli alti lamenti della Chiesa – perché il suo fine è affidarsi a Dio e a chi lo rappresenta in terra, non al voto dei cittadini pur se fedeli dichiaranti – che sono stati immediati (salvo l’invito di pochi cattolici a “non strapparsi i capelli”) ma che sono scontati e con cui i laici convivono nel rispetto della diversità individuale.

Mi riferisco a chi, cittadino esterno ai ranghi ecclesiali, ha rilasciato dichiarazioni fideistiche senza fare i conti con i reali rapporti di vita tra diversi e quindi non rispettando i valori della laicità. Alcuni esempi. Ordini dei medici che proclamano minacciosi “Ci atterremo al nostro codice deontologico”, come  se il codice non includesse rispettare la volontà del paziente. Oppure il professor  Giro, al vertice della comunità di S.Egidio  che, al posto dell’aiuto al suicidio assistito, vuole “un supplemento di umanità di fronte al dolore degli altri attraverso le cure palliative”, quasi per non tener conto dell’individuo e dare potere alle confraternite dell’assistenza. Per non parlare di primari mezzi di comunicazione che hanno confuso il suicidio assistito  con l’eutanasia.

La questione è che una sentenza  di tipo  laico, di per sé non può far progredire la laicità quando la convivenza è tra diversi in buona parte di cultura non laica. La laicità avanza solo con una serie di leggi di facoltà e con la costante formazione dei cittadini per valorizzare il metodo critico individuale nei comportamenti pubblici. Cioè con un’azione politico culturale. Altrimenti, si rischia di ripetere gli anni ’70, quando i successi laici in parlamento e nei referendum su divorzio e su IVG non andarono oltre. Vennero considerati un successo su temi attenti ai cittadini individui, ma secondario perché non coinvolgeva le masse, cattoliche e di sinistra. Nè aiutava la tesi dei radicali, che volevano di più e non approvarono la legge sull’interruzione di gravidanza né in parlamento né al referendum, quando ne chiesero l’abrogazione. Così, senza una spinta laica, quell’opportunità storica non fu colta.

5 – Salvaguardare la laicità istituzionale. Oggi,  i laici accettano l’agenda clericale, quando discutono non i principi su cui il Parlamento potrebbe eventualmente legiferare, bensì di legiferare per avere certezze. Così non replicano al tentativo di usare il comunicato stampa quale indicatore per la legge. Sarebbe facile obiettare che le sue parole dicono perché la Corte ha deciso così ora (ad esempio  sussiste il diritto di rifiutare l’accanimento terapeutico), non anticipano il giudizio su una legge ancora da scrivere. Anticiparlo negherebbe la laicità istituzionale sancita nella sentenza del 1989.

I laici debbono confermare il primato dell’individuo nella scelta. Sottolineando che è il nocciolo del parlamento rappresentativo contro ogni deriva sovranista di concepire il popolo come unico blocco utile nei plebisciti sull’uomo forte. I laici debbono stare attenti alla politica del governo in tema di laicità istituzionale. Infatti, Conte aveva iniziato bene nel discorso sul governo M5S PD. Richiamando la laicità delle istituzioni e in più sottolineando il valore della libertà di culto. Invece ha steccato due volte nel commentare la sentenza sul fine vita. Prima ha detto di essere per il diritto alla vita ma in dubbio circa il diritto alla morte. Una frase che non lascia tranquilli i laici. Perché sorvola sul nodo politico della volontà dell’interessato.  Se i cattolici sostengono il diritto a vivere del concepito quando ancora non può scegliere, come è mai possibile negare il diritto di un adulto che sceglie di liberarsi dalla sofferenza? Per i laici è impossibile, appunto perché non va negata la scelta individuale che non fa danno ad altri (altrimenti terzi hanno poteri su di lui). Va evitato che diventi legge negare quel diritto.

Poi c’è la seconda stecca. Conte è favorevole all’obiezione di coscienza dei medici sul fine vita. Però l’obiezione di coscienza esiste da moltissimo tempo. E siccome un colto professore lo sa, inquieta pure questa frase. Di fatti, la Corte Costituzionale ha rilevato l’opportunità che il Servizio Sanitario verifichi lo stato della richiesta di suicidio assistito. Bene. Purché sia chiaro che l’obiezione di coscienza sul fine vita si riferisce ai singoli medici e non al Servizio Sanitario Nazionale, per il quale, essendo un istituto e non un individuo, l’obiezione di coscienza non si pone. Anche qui i laici devono vigilare perché l’eventuale legge sia netta. Il SSN, quando verifica fondata la richiesta di suicidio assistito, deve attrezzarsi e attuarla.

6 – Il quadro per una legge sul fine vita. Occorre smontare tra i cattolici (soprattutto quelli chiusi) e tra i laici sognanti, il ritornello che la legge sul fine vita è indispensabile e che sarebbe inaccettabile l’inerzia del Parlamento.

La sentenza sul fine vita della Corte Costituzionale è la riprova che esistono già criteri generali per cui l’art. 580 CP è inapplicabile alla lettera. Perciò una legge sul fine vita non deve ridurli in alcun modo, con testi ambigui o sottoponendoli a procedure impraticabili. Pertanto una legge è auspicabile solo in presenza di una maggioranza parlamentare almeno rispettosa di questo vincolo intoccabile. Ciò deve essere ricordato a quegli ambienti laici oltranzisti e della sinistra, i quali, invasati dalla sentenza, richiedono la legge paventando il caos e presumendo l’esistenza nell’attuale parlamento di una maggioranza almeno rispettosa. Non è affatto certo.  Basta tener presente che il centro destra è da sempre su posizioni clericali accese (accentuate nella versione sovranista) e che, nelle quattro formazioni in appoggio a Conte2, sono tanti quelli che rispondono ai cattolici chiusi. Se non ci fosse la sicurezza di una maggioranza almeno rispettosa, è preferibile che le cose restino come ora.

Lo stop non giustificherebbe gridare all’inerzia parlamentare. Il Parlamento è tenuto ad aggiornare le leggi secondo le sentenze della Corte Costituzionale, non è tenuto a fare nuove leggi secondo le sue indicazioni. Proprio perché il Parlamento rappresenta i cittadini elettori e non  qualunque corpo elitario che, al di là dei compiti d’istituto, pretendesse di impartire lezioni sul come legiferare. Se in Parlamento non c’è una maggioranza laica che aggiorni le norme per svincolare i diritti fondamentali del cittadino, è un fatto negativo. Di cui colpevoli sono però pressoché interamente (salvo comportamenti dei Parlamentari irragionevoli e personalistici) i cittadini che non creano una rappresentanza adeguata delle tesi laiche.

I cittadini laici dovrebbero evitare il trionfalismo sul 25 settembre ed impegnarsi nel quotidiano per spingere i cittadini non  laici a rendersi conto che la convivenza migliora quando adotta le impostazioni laiche

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