Un azzardo contro la democrazia rappresentativa

Urge divenir consapevoli che, a Pontida, con la sua iniziativa sovranista, Salvini ha dichiarato guerra alla democrazia rappresentativa. L’iniziativa consiste nel chiedere alle regioni di centro destra di approvare entro settembre un quesito di referendum abrogativo della parte proporzionale della vigente legge elettorale, cioè del TU del 1957 in ultimo modificato lo scorso maggio con la 51/2019 per assicurare l’applicabilita’ delle norme elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari.

Qui non mi soffermo su aspetti pur problematici. Tipo il quesito che le Regioni dovranno approvare (che Salvini ha detto esserci già, ma ignoto, che dovrà rispettare la rigorosa prassi di ammessibilità quale quesito referendario, principalmente che resti una norma funzionante subito, in caso di approvazione). Oppure le cinque regioni che approvino il testo di quel quesito a maggioranza  assoluta dei componenti il Consiglio, aspetto possibile ma non scontato (si pensi alle parole di Forza Italia in questi giorni).

Mi soffermo sul fatto che questa seconda improvvisata di Salvini (dopo quella suicida di togliere la fiducia Conte 1 per avere i pieni poteri) conferma che la sua stella polare è il rapporto immediato con il popolo sovrano. Lo evoca di continuo, dice per dargli più potere ma di fatto per indurlo ad affidare i pieni poteri a lui. Questo è il nodo, regredire rispetto a secoli di esperienza storica sulle scelte del convivere.  Salvini  vorrebbe tornare ad una società diretta da un capo onnipotente comunque espresso. Concezione utopica che è sempre fallita alla prova dei fatti e che nei secoli recenti è stata sostituita, a passo a passo, nelle democrazie (e si va sostituendo  anche altrove) dal principio del coinvolgere il più possibile i cittadini come individui. Il miglior modo per farlo è costruire (aggiornandole di continuo) istituzioni imperniate sulla democrazia rappresentativa parlamentare aperta ai controlli dei cittadini, nei tempi necessari a maturare i giudizi sui comportamenti dei rappresentanti ed avere la facoltà di cambiarli.

Questa seconda improvvisata di Salvini  pare una risposta precipitosa al punto 10 del programma del neonato Conte2 , che parla di avviare un percorso di riforma del sistema elettorale il più possibile condiviso in sede parlamentare. Per far questo occorre un dibattito aperto tra i cittadini (e quindi il tempo per svolgerlo), non solo tra gli addetti al ramo, a proposito degli obiettivi da raggiungere e degli strumenti per riuscirci. Invece, l’idea di Salvini di andare al voto referendario a primavera per approvare un testo ricavato ritagliando una legge inizialmente concepita con un fine assai diverso, inibisce quel dibattito aperto e lo muta in una fiera ideologica (con spruzzi demagogici) . E’ un azzardo contro la democrazia rappresentativa eccessivo per il nostro paese. Un azzardo che non solo i liberali, ma gli antielitari, i moderati (Forza Italia dove stai?) e la sinistra democratica non possono accettare di correre.

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