Sulla riduzione dei palamentari (a Antonio Pileggi)

Caro Antonio,

ti ringrazio di avermi inviato l’articolo di Alfiero Grandi, che, come ti ho detto nella telefonata di ieri sera, considero, al di là della questione di merito costituzionale sulla proposta 1585-B, un esempio della distorta impostazione politica di fondo del mondo della sinistra in generale e del sindacato CGIL in particolare. Le norme non si ritengono uno strumento per rispondere ai problemi del paese bensì l’espressione di un proprio modello ideologico improntato al collettivismo e non alla diversità.

A cominciare dal linguaggio dell’articolo. Le parole sono usate per trasmettere l’idea che quanto non rientra in quel modello è indegno di essere preso in considerazione. Tipico è qualificare “imposizione” la scelta della maggioranza del Parlamento di modificare la Costituzione in un certo modo (il che, a ben vedere, esprime la pretesa che la Costituzione del ’48 sia un monumento intoccabile di accordi tra cattolici e comunisti rivedibili solo da loro).

Corrisponde a questa logica l’argomentare successivo. Si inizia con il contraddire l’esperienza storica consolidata. Così si valuta il testo delle modifiche non per quello che esso dice ma alla luce degli intenti di una parte dei suoi proponenti (che non si condividono). Non basta. Si stabilisce un legame, che non è affatto una conseguenza obbligata, tra quegli intenti e il ridurre il numero dei parlamentari.

Infatti si parte da un giudizio esatto (i sovranisti hanno un atteggiamento anti istituzionale di sottovalutazione del ruolo del parlamento rappresentativo) ma poi si divaga (entrando in polemiche su temi attinenti il parlamento e il suo modo di funzionare ma non la quantità della sua composizione) eppure si continua a far intendere che tutto rientra nel disegno di soggiogare di fatto il parlamento e di rendere centrale il governo (oltretutto usando espressioni quali “il parlamento ha dovuto approvare la legge di bilancio senza poterla modificare” perfino contraddittorie, visto che, non risultando esserci state delle armi in aula, se gli eletti non fossero capaci di svolgere il loro compito critico senza mandato, allora si darebbe ragione ai sovranisti nel voler superare il parlamentarismo). Insomma, non ha senso (eccetto quello ideologico) dedurre dall’antiparlamentarismo sostanziale dei sovranisti, il fatto che sia antiparlamentare anche il taglio del numero degli eletti.

Tagliare il numero degli eletti non significa affatto, di per sé, deformare la Costituzione o contraddire il referendum del 4 dicembre 2016. A livello internazionale, tanti istituti parlamentari hanno numeri inferiori a quelli italiani e nonostante ciò esprimono istituzioni democratiche. Ed è bambinesco dire che ridurre i costi non conta perché allora si risparmierebbe di più chiudendo il Parlamento. Del resto, il NO del 4 dicembre fu un NO ad una proposta oligarchica mentre non è oligarchia volere meno eletti. Infine è sbrigativo (e pregiudiziale) escludere che l’efficienza dei lavori parlamentari dipenda dal numero dei rappresentanti e affermare che le lentezze siano dovute solo ai regolamenti di funzionamento, alla qualità degli eletti, al bicameralismo paritario.

La sola osservazione fondata è che, con meno eletti, si innesca un effetto maggioritario. Ma questo non può bastare per scagliarsi contro la proposta di riduzione. Semmai dovrà spingere ad equilibrare la spinta maggioritaria con una netta trasformazione in senso proporzionale della legge 51 (che aggiorna il rosatellum) fatta il 12 maggio scorso in vista del mutamento Costituzionale sul numero degli eletti. Da sottolineare che, mutata la Costituzione, automaticamente si potrà tornare alle urne non prima dell’estate 2020 e dunque c’è tutto il tempo per modificare in senso proporzionale la legge 51 e far crescere sia i gruppi rappresentati che la possibilità di scelta degli elettori.

Per tutto ciò, sostenere che i contenuti della proposta di legge 1585-B di modifica Costituzionale sono inaccettabili, appartiene all’ideologismo rigido che ha falcidiato la sinistra. Per il funzionamento della democrazia italiana, è deprimente che la sinistra non abbia ancora accettato il motivo del risultato delle politiche del 4 marzo 2018 e continui a ragionare come se avesse ancora la superiorità parlamentare di prima. E’ patetico scrivere che necessita un nuovo governo che eviti le elezioni anticipate e blocchi la destra sovranista, ma che per realizzare questo obiettivo occorre che cambi lo spartito della 1585-B. Ma si sogna? Occorre svegliarsi ed essere consapevoli che per fare il governo è imprescindibile l’accordo con il M5S (largamente la maggioranza relativa) e che la prima richiesta del M5S è appunto la riduzione dei parlamentari con la 1585-B. Si dovrà invece chiedere la riforma della legge 51, dimenticando la perduta superiorità di PD e sinistra. E poi, magari, affrontare anche il tema del superamento del bicameralismo paritario, un tema importante ma che non può esser fatto passare come un dover essere della sinistra, perché negli anni lo è stato assai poco.

Questa mia è per Te ma forse non sarebbe male tu ne trasmettessi i contenuti a Grandi e agli altri del Comitato, perché superino il trauma del 4 marzo e riprendano a dibattere di politica non schiacciandola negli slogans ideologici. E’ nell’interesse degli italiani che la cultura della sinistra non resti estranea ai problemi quotidiani e in prospettiva del mondo che evolve.

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