La democrazia liberale non è un residuo

Secondo Putin l’idea liberale sarà rimpiazzata dal populismo nazionale. E’ ovvio lo dica un ex KGB. La replica sul Tirreno di un non liberale, il Presidente Conte, è stata di principio, che i nostri fondamenti sono libertà e cittadino, non lo statalismo. Il prof. Volpi, università di Pisa, anche lui non liberale, ha riecheggiato Putin scrivendo della “povera democrazia liberale aggredita dai sovranisti”, tanto che ”la forma politica che ha permesso un sensibile miglioramento delle condizioni di vaste parti del mondo, sta diventando decisamente residuale”. E non attribuendone le responsabilità a chi ha gestito quella forma in modo da contraddirla, elenca tre elementi della crisi della democrazia liberale. Vanno confutati in radice.

 “La democrazia liberale degli eletti ha assunto i tratti della sopraffazione delle oligarchie”. Mai però i liberali hanno dato agli eletti il compito di prescindere dagli elettori.  Anzi.  Nei primi ’90 furono il solo partito a promuovere i referendum per la riforma elettorale contro la partitocrazia, a fine decennio denunciarono la globalizzazione di massa liberista, quindici anni fa il pericolo  social di ridurre lo spirito critico e da tempo dicono che i mercati sono la voce di individui, non gli algoritmi computerizzati  della finanza in mano a pochi. Da 25 anni non ci sono liberali al governo. La sopraffazione non è colpa della liberaldemocrazia. E’ di chi la ha usata contro la sua ragion d’essere (i cittadini) facendo crescere il voto ai sovranisti.

 “La finanziarizzazione produttiva non è più conciliabile con i tempi delle democrazie liberali” in quanto “incompatibile con le dinamiche parlamentari”. Così si trasforma il computer da protesi per potenziare  le facoltà dell’individuo in strumento manovrato dal potere oligarchico per asservire i sudditi. In più dire che “i partiti tradizionali  hanno sostenuto la sostanza delle democrazie liberali” , non è vero perché da tempo il rapporto con i cittadini era voluto calante e la tempesta incombente. Infine, dire che i partiti tradizionali “non possono contrastare la natura fulminea delle transazioni economiche”  evoca un parlamento asservito ai poteri economici e non  libero regolatore dei rapporti complessivi tra cittadini diversi. Non a caso dedurre dalla globalizzazione l’uniformità standard, era l’idea dell’elite di governo a disagio nella democrazia.

 “Le democrazie liberali sono state indebolite dalla riscoperta dell’identità come appartenenza politica”. Ma esse vivono del far interagire in modo aperto la molteplicità di singole identità. Sono i vecchi governanti ad aver ridotto la molteplicità all’ideologismo religioso dell’identità conformista da essi preteso. La minaccia alle democrazie liberali è stata spingerle ad adeguarsi ai fini dei potenti e non dei cittadini, gonfiando la destra sovranista immersa nell’identità passata.

Non si sconfigge il sovranismo  urlando “al lupo al lupo”, ma con un disegno credibile che dia più fiducia ai cittadini (non ai corpi intermedi) e inneschi la crescita. Nei sistemi liberaldemocratici. Non sono residuali ma i migliori sperimentati.

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