Una polemica su La Stampa

Il commento di Alessandro De Nicola “Il silenzio dei liberali sui diritti” prova ad arginare i danni d’impostazione del pezzo di Mattia Feltri “La bancarotta dei liberali”, seppur con troppe inutili cautele. Perciò intendiamo esprimere anche l’opinione di persone che sono liberali di nome e cercano di esserlo nei comportamenti. Per le quali il liberalismo, un’essenza dell’occidente troppo evaporata, è oggi la principale terapia per rilanciare, attraverso l’uso della diversità individuale, la capacità di innovare, di produrre e di crescere, insieme garantendo a tutti i cittadini i benefici dei risultati.
Riteniamo fantasioso il pezzo di Feltri perché definendo dirigista il liberalismo di Keynes e liberista quello di Von Hayek, mostra di non avere compreso né l’uno né l’altro. E incolpando i liberali italiani ed europei di ogni negatività sorvola sull’ovvio: che nell’ultimo quarto di secolo i liberali sono stati pervicacemente tenuti ai margini dal mondo popolare e da quello democratico. Il mantra della diagnosi di Feltri sono i pamphlet della pubblicistica conservatrice degli anni 90 del novecento del dover essere ideologico e religioso, dedita a stuprare il termine liberale per affermare la validità dell’amata concezione di politica quale potere ispirato all’utopia (prono agli interessi dei circoli bene e delle elite). E che oggi contestano ai liberali la presunta colpa di non difendere il diritto delle convenzioni e dei trattati internazionali come nel caso della Sea Watch, a scapito dell’umanità alle anime belle dell’accoglimento senza se e senza ma. Quando invece i fallimenti del dibattito politico stanno nel rifiuto del metodo sperimentale, strumento che sarebbe assai utile a molti giornali e giornalisti che, coi titoli sulla SeaWatch del fine settimana appena passato, pare abbiano confermato la volontà di portare voti ai sovranisti e populisti.

La lettera di De Nicola risponde con cautela (per noi troppa) a quello che chiama il “grido di dolore per il silenzio dei liberali sui diritti”. Però fa due notazioni giuste e cardine. Prima che il “buonismo” ha stufato i liberali, i quali si battono per i diritti individuali, ma non per indefiniti diritti collettivi all’accoglienza di massa o per l’incertezza della pena. Impeccabile. E alla fine che i liberali non devono appisolarsi. Perché hanno sempre creduto che Stato di diritto, economia di mercato e diritti individuali fossero fratelli gemelli e non c’è motivo di separarli. Di nuovo impeccabile.

Ma il nodo sta appunto qui. Feltri parla di bancarotta dei liberali proprio perché, dietro il riferirsi all’umanità, pratica l’idea di un diritto assoluto stabilito in via utopica dalle elite, che si definiscono competenti e che non ascoltano i cittadini. Questo è un diritto contrapposto al concetto cardine del liberalismo, il conflitto secondo le regole scelte con il voto dagli stessi individui diversi conviventi. La questione è essenziale perché i nodi reali della vita non si sciolgono, tanto meno alla svelta, quando si battono le strade del dover essere e non quelle realistiche (marchio dei liberali) dei meccanismi mirati che i cittadini diversi possono capire per giudicare. Tale rifiuto non è per caso. Non si vogliono tenere i fatti quale metro per sperimentare idee ed iniziative, preferendo accontentare i fallimentari gestori dei governi che hanno portato al successo dei giallo verdi in Italia e nella UE alla perdita dell’autosufficienza dell’asse PPE PSE.

In Italia e nell’UE serve dar più spazio al cittadino, come sostengono i liberali, e non alle fantasie interessate delle elite.

Raffaello Morelli e Pietro Paganini

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