Riformare UE valorizzando la diversità individuale


Nel decennale della scomparsa di RALPH  DAHRENDORF

Convegno dal titolo

Per riformare l’UE,  il problema non è la disuguaglianza è favorire la diversità individuale

Camera dei Deputati – Sala del Cenacolo. Interventi di Mario Lupo, Giuseppe Abbonizio, Giovanni Orsina, Costanza Hermanin, Raffaello Morelli, Danilo Taino, Pietro Paganini , modera Roberto Arditti


Celebrando il decennale di Dahrendorf, Presidente d’Onore LI, e dopo la precisa ricostruzione fattuale di Abbonizio, io voglio riflettere   non su cosa Dahrendorf ha fatto in vita ma sul  lascito di idee liberali, che è sintetizzato nel titolo di oggi.   

Figlio di un deputato  socialista tedesco, contribuì al Programma di Bad Godesberg con cui nel ’59 la SPD abbandonò  il marxismo per la democrazia. Proprio in quel testo Dahrendorf colse l’insufficienza del socialismo, fermo al mito dell’intervento statalista nell’ottica di modello perfetto. Vedi, l’ordinamento sociale anteposto alla proprietà privata dei mezzi di produzione; o la proprietà collettiva come forma legittima ed irrinunciabile di pubblico controllo. Il socialismo non riconosceva il ruolo del conflitto nella società. Dahrendorf passò ai liberali, convinto che il conflitto non è un limite. Lo diviene quando si irrigidisce nella lotta di classe  fuori del confronto tra cittadini individui nelle regole. Invece qui, il conflitto è l’anima della libertà politica.

Per Dahrendorf  i progetti politici sono estranei all’utopia. Non solo perché il conflitto si basa sui progetti alternativi e sui risultati indotti .  Ma anche perché le scelte compiute da cittadini diversi per organizzare lo stare insieme e per procurarsi il lavoro, non sono atti privi di difficoltà e di rischi. Questa è la realtà, non aggirabile dalla  politica.  Vuoi per cogliere le domande emergenti usando il mezzo libertà, vuoi per rispondere alle domande con iniziative nella libertà.

Dahrendorf vide l’irrigidirsi economico dell’UE nel dopo Maastricht e nell’euro, poiché la crescita economica è  condizione necessaria per la vita ma non sufficiente. Sia perché, da sola, non è capace di funzionare al meglio, sia perché da sola tende a privare dei diritti di cittadinanza chi è troppo povero e chi è disoccupato a lungo. Dimenticando che togliere i diritti dei singoli attribuendoli a collettività, fa nascere un mondo di privilegi che non rispetta la libertà e funziona al peggio.

Un simile errore di impostazione aveva portato le burocrazie finanziarie a trasformare il capitalismo di risparmio nel capitalismo di debito.   Dahrendorf marcò la forte differenza. Il capitalismo di risparmio si fonda su responsabilità nel lavoro innovativo, sul limitare i consumi immediati e consente un domani soddisfacente; mentre il capitalismo di debito, ispirato dai finanzieri col fine di sganciare il denaro circolante dal lavoro e dai prodotti davvero innovativi, spinge a consumare nell’immediato, così da accaparrarsi il massimo e non curarsi degli altri. Solo che, rilevò Dahrendorf, il capitalismo di debito indipendente dal debito non può reggere. Contraddice sé stesso un capitalismo distaccato dal tempo e dalle persone. Perché la vita non si ferma e perché la libertà individuale non si esaurisce nell’aver mani libere onde ottenere bonus finanziari sconnessi da concreti valori aggiunti.

La libertà di ogni cittadino sta sempre attenta ai meccanismi per garantire  le capacità individuale di esprimersi e di poter ripartire con nuove iniziative.  E’ la via per restare  connessi al tempo.  Dunque non si trattava di tornare al vecchio capitalismo di risparmio. Era escogitare un sistema che tenesse conto della spinta consumistica insita nel risparmio, ma capace di evitare la selvaggia logica del capitalismo di debito, fuori del tempo. Un modello rigido non può esserci. Prima Orsina ha ricordato che si è rivelato una fesseria l’entusiasmo anni’90 per l’utopia di tanti che si dicevano liberali. E’ avvenuto perché non erano liberali. Il liberalismo rifugge l’utopia.

Eppure, nel decennio dopo la scomparsa, i grandi istituti finanziari sono andati contro le idee di Dahrendorf. Si sono gettati verso il mercato degli algoritmi computerizzati. Una cosa che non dovrebbe neppure chiamarsi mercato (cioè un meccanismo di individui che rischiano il proprio denaro in base a valutazioni ponderate). E’ una sorta di roulette, in cui il banco può controllare la traiettoria della pallina senza alterare il meccanismo ruotante. Non solo. I grandi gruppi finanziari e commerciali sono andati oltre la logica del capitalismo di debito e hanno introdotto il capitalismo di sorveglianza, che supera i confini dell’economia. Sempre più invadente, monitora ogni attimo della vita individuale, giustificandosi perché bisogna raccogliere informazioni sui comportamenti di ciascuno per migliorare l’offerta. Chi controlla i dati , controllerà il futuro.  Per costoro il cittadino è  una cavia in mano ai più grossi, non protagonista dell’interagire.

Dahrendorf  aveva avvertito l’ arrivo di questo clima nella UE .  E lui, europeista convinto, non usò la retorica europea.  Perché, nell’UE serpeggiava la non attenzione al preservare un equilibrio civile tra creazione della ricchezza, coesione sociale e libertà politica. L’UE condivideva un simile equilibrio a parole. Ma nei fatti  era permeata dal burocraticismo dei suoi vertici  piuttosto che dall’ascolto dei cittadini. L’UE in modo crescente ha cotto ricette politico sociali nelle cucine delle elites, per ammannirle alla cittadinanza che  presumeva soddisfatta di quanto le mettevano a disposizione i più competenti. Questo è stato il senso effettivo del  combattere le disuguaglianze.  

In pratica, il modo d’essere UE contraddiceva via via l‘obiettivo originario. Non più l’interscambio tra i cittadini e la crescita del produrre insieme senza sognare identità prive di radici storiche. Non più il costruire un sistema pubblico per valorizzare la diversità individuale quale motore del cambiamento e del conoscere meglio i meccanismi del reale. Contraddizione realizzata attraverso altre due contraddizioni. Una la crescita del numero dei paesi aderenti UE in una logica difforme dalla maturazione specifica a passo a passo. L’altra il far convivere la prassi dell’UE diretta dai vertici delle burocrazie (più che dal Parlamento e dagli stati) con il  comportarsi UE come se già le istituzioni europee fossero scelte direttamente dagli europei. Un sistema per imporre decisioni che non esprimono scelte democratiche ma elitarie.

Dahrendorf affermò che la libertà deve essere attiva in continuazione, così da costituire una bussola per orientarsi nella realtà ed esercitare al meglio senso critico e capacità di iniziativa. Una bussola valida per tutti (liberali e non ) e verso tutti (per il proprio privato e per associarsi) al fine di dar forza alle idee di libertà facendole pesare nelle scelte operative pubbliche. Viceversa l’UE ha allargato (in specie con la presidenza Junker) la distanza dalla libertà attiva, usando una concezione non poco lontana da Dahrendorf e dal liberalismo. Di fatto, una tipica incarnazione del popolarismo sociale che confonde la libertà  con il mito della disuguaglianza da eliminare e con la difesa del potere delle elites supposte competenti. Appena dissimulata dietro le multe e i provvedimenti contro i giganti del web. In sostanza una UE restia a cercare di fondare il governo sul dare ai cittadini individui il modo di esprimersi su ogni argomento europeo e con maggior frequenza. Di qui l’ossessione UE per regole minuziose, che illudessero di padroneggiare la realtà, accoppiata al lassismo nel rimuovere gli ostacoli al fluire nel quotidiano di relazioni e iniziative dei cittadini. Perché di fatto l’UE attuale è sorda al valorizzare la diversità individuale per creare conoscenza e ricchezza.

Pare non rendersi conto di quanto sia essenziale, da un lato la mancanza di barriere all’ingresso dei mercati  interni così da favorire la circolazione delle idee  stimolando la concorrenza e dall’altro che fiscalità e scuola diffondano il metodo del competere.  L’UE attuale confonde differenti piani dell’attività economica: il piano dei criteri contabili e quello delle innovazioni produttive. Ridurre l’UE ad un organismo ragionieristico equivale a ridurre l’intraprendere a tenere i conti in ordine. Ora è indubbio che tenere i conti in ordine misuri la qualità dell’intraprendere,  ma è altrettanto indubbio che senza l’intraprendere  non può esistere vita economica. Insomma, tenere i conti in ordine e basta, misura il disagio e la povertà. Qui è fallita l’austerità UE. Non ha seguito la linea dell’Europa che matura, bensì la logica dei rapporti tra stati tradizionali che difendono i propri interessi e sanzionano chi non segue le regole in uso. Ma nel caso del progetto UE, ciò omette un fattore decisivo. Cioè che  i livelli di funzionamento di ogni stato membro UE devono restare comparabili con gli altri membri, altrimenti il divario corrode la credibilità delle istituzioni presso i cittadini, quando chi sta meglio intende applicare delle sanzioni a chi è restato indietro (seppur per  colpa). Oltretutto non si raddrizzano le storture emerse e salta il progetto  UE.    

I paesi nordeuropei vogliono l’austerità per evitare di venir contagiati dai debiti dei paesi meridionali. Perciò non hanno voluto un titolo europeo che garantisca i debiti degli stati. Ma così hanno dato ai bund tedeschi il ruolo di unico titolo europeo senza rischi, inserendo nel sistema notevoli squilibri macro economici. Il che accresce la paura e non costituisce una terapia per risolvere i problemi. Viceversa, se si rendesse conto che la natura istituzionale UE è far da incubatore alla maturazione civile ed economica dei paesi membri, la Commissione spingerebbe a creare presto un titolo europeo a basso rischio che garantisca i debiti statali. Fornendo così uno stimolo stabile allo sviluppo degli stati UE, senza il quale l’UE si dissolve. Se lo facesse, la Commissione  ridarebbe all’UE il ruolo di costruttore della democrazia dei cittadini dimenticato nonostante gli avvisi di  Dahrendorf. Per fortuna dal 2011 ha supplito la BCE di Draghi che ha impedito il vuoto fornendo alla zona euro, anche nel recente discorso, gli stimoli monetari indispensabili. Spero porti a scelte politiche analoghe il partito ALDE nella nuova maggioranza in Parlamento. La supplenza BCE non è la cura.

L’UE può vivere solo della libertà attiva esercitata dai suoi cittadini diversi come individui. Consapevole che oggi il nemico dei liberali non sono le propensioni dello statalismo collettivista (che c’è ma poco appetibile visti i fallimenti) ma la disattenzione agli europei, che ha dato spazio al sovranismo e al populismo. Prospettive tra di loro assai distinte e distanti, che però hanno riscosso attenzione dai cittadini in molti stati UE, non per le loro rispettive proposte illiberali, bensì come reazione ai disastrosi modi di governare altrui, accomunati dall’omettere l’ascolto del cittadino. Diagnosticare queste gravi carenze, è la precondizione del curarle.

Occorre presto un progetto che dia più fiducia e inneschi più crescita. E’ il modo di contrastare il    diffuso disagio del ceto medio e dei giovani con un  approccio opposto al combattere le disuguaglianze  comprimendo la diversità individuale. Così,  ogni azione (tipo risanare il regime delle acque, agevolare attitudine e disponibilità ad occuparsi di professioni innovative, di regioni trascurate, di reinserimenti lavorativi, di lotta all’indigenza) valorizza la diversità e fa percepire al cittadino che il suo realizzarsi non è compresso dai privilegi del conformismo ugualitario. E’ una terapia necessaria a combattere i nemici UE privandoli di argomenti e ad introdurre  l’operare produttivo delle diversità. Al posto di corpi intermedi pachidermici cripto dirigisti, le snelle iniziative dei cittadini (senza  collettivismi) per affrontare le svariate questioni operative. E’ il meccanismo della diversità. Intralciarlo se non spezzarlo, porta a guai gravi.

In economia, si pensi alle banche che, invece del prestare denaro, celebrano il primato della finanza e mettono la convivenza nelle mani di pochi.  Nelle istituzioni, ho accennato sopra all’UE che ritarda il titolo a basso rischio. In Italia c’è la questione del debito accumulato. L’aspetto politico più grave non è il suo ammontare (un mese fa circa 2.365 miliardi), non è l‘aumento su fine 2007 (760 miliardi in assoluto, il 32,5% del PIL in percentuale), non è la crescita uniforme con tutti i governi, non sono i lamenti interessati al tornare indietro. Assai grave è l’incoerenza di chi, nel segno dell’austerità, chiede da anni la diminuzione del rapporto debito/PIL non con patrimoniali una tantum bensì con la crescita annua del PIL. Ma che non batte ciglio se ciò non avviene mai (anche per l’inflazione bassa). Insiste per la diminuzione, perfino sbeffeggiando chi ritiene il debito sostenibile purché il suo saggio medio di incremento resti sotto quello di crescita del PIL. Oltretutto quando vi sono rassicuranti condizioni quadro, quali un elevato risparmio privato. E quando è rispettare i parametri Maastricht, a non permettere gli investimenti per la ripresa. Ciònonostante i richiedenti il diminuire il debito non fanno altro che blaterare. Per loro nulla va cambiato nella struttura economica, soprattutto se da spazio al cittadino. Qui sta il guaio.

La terapia del più fiducia e più crescita è l’agire politico in consonanza con il liberalismo critico. Che non è l‘interventismo paventato da chi si droga con l’ossimoro liberale=liberista, vaneggiando che mercato significhi licenza di accaparrare e che importanti sono gli interessi dei possessori di un bene e non quelli di chi è influenzato dal suo processo produttivo. Il liberalismo è un metodo di libere interrelazioni individuali entro le istituzioni nel tempo. Adottandolo, il successo è probabile, non certo; ma è provato che le condizioni di convivenza migliorano. Difficoltà e rischi sono insiti nel quotidiano. Li limita l’ampliarsi della conoscenza – mai collettiva e sempre frutto dello scambio dello spirito critico tra più individui su base sperimentale – che ha colto nel voto del cittadino il sistema più efficace di scelta pubblica. Certezze assolute non ci sono, tanto meno nel governare.

Questi sono gli indirizzi evolutivi di Dahrendorf. Il mondo reale è sperimentatamente fondato sulla diversità degli individui. L’uguaglianza da preservare  concerne solo i loro diritti, non la loro identità. Perciò i mali del mondo non si curano estirpando la disuguaglianza, ma conoscendo di più e testando le novità. Fondare l’attività politica sull’uguaglianza dei cittadini, li rende sudditi del conformismo verso il potere delle varie grandi strutture e delle elites distanti dai cittadini per formazione. E non funziona.  Occuparsi di come organizzare i conflitti tra cittadini diversi  affidandosi alle regole da loro scelte di continuo, è il compito di una politica dinamica ispirata alla libertà nel tempo, quindi attenta ai fatti reali e non alle utopie. Il suo obiettivo odierno è raddrizzare le regole UE. Consapevole che è proprio la globalizzazione nel comunicare che rappresenta, contro le insistenti pretese di standardizzare, la più robusta richiesta del dar valore alla diversità di ogni individuo.

Questa voce è stata pubblicata in DISCORSI, CONFERENZE, INTERVENTI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.