Come costruire l’Europa

Egregio Direttore,

Lei inizia il Suo fondo di stamani con un’immagine di vita  reale. Un sistema giusto, suo caratteristico, per stare vicino ai lettori. Nella fattispecie, peraltro, lo è assai meno il Suo disappunto perché  “l’Europa  contemporanea non è una carta”. Anche se fa trasparire a cosa Lei si riferisca, non è una metafora pertinente.

Le carenze dell’Europa sono evidenti ma non consistono nell’essere “un video accelerato” e nel non consentire di farsi “scattare una foto”   (semmai, alla realtà somiglia di più il video rispetto alla foto, proprio perché include il tempo che la foto esclude). Le carenze stanno nel non avere più la capacità di proseguire il disegno originario. Che come ho già scritto in un articolo su Il Tirreno del novembre 2018, non era una mera dichiarazione di principio, tipo quella di Ventotene del ‘41 che Lei riporta oggi. In più sensi.

Non solo si dice da moltissimi secoli che l’uomo deve essere un autonomo centro di vita, con risultati quasi nulli. Inoltre l’Europa non è stata costruita a Ventotene, ove fu auspicata frammista ad affermazioni quali “la rivoluzione europea dovrà essere socialista” e “la dittatura del partito rivoluzionario  formerà il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia”. Il disegno originario della CEE nata a Roma nel 1957 era la concretezza del meccanismo messo in moto per realizzare un autonomo centro di vita. Vale a dire quello intimamente liberale del procedere a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini.

Quel disegno si è arrestato nell’ultimo quarto di secolo quando hanno prevalso gestioni dell’UE più burocratiche, più impositive, più elitarie e sempre meno attente ai cittadini con le loro esigenze nuove di fronte ai mutamenti accelerati dalla globalizzazione. L’UE dei cittadini diversi i quali mediante ricette innovative decidono insieme il da farsi in base ai risultati, è la risposta più efficace alle sfide dell’intelligenza artificiale e della competizione commerciale, inevitabilmente poste dai grandi paesi, con i quali il confronto deve evitare crociate , pregiudizi, e trappole di un mondialismo illiberale.

Perciò l’Europa contabile è stato un grave errore. Ma ci vorrebbe più (non meno) Europa delle procedure  attente ai cittadini. Non per perseguire la solidarietà e la pace, bensì per costruire per mezzo di quelle procedure partecipate la libertà dei cittadini individui, il solo meccanismo umano capace di  indurre alla pace con interrelazioni aperte tra cittadini diversi. 

Lei conclude scrivendo “unirci nei consumi è stato facile. Ora inizia la parte più difficile ed interessante”. I fatti mostrano che unirci nei consumi è stato un meccanismo nuovo assai produttivo ma tutt’altro che facile, al punto che si sono smarrite le ragioni del suo esistere e se ne sono bloccati gli effetti. Mentre è vero che ora inizia la parte più difficile, ma a condizione che si ritorni al disegno dei Trattati di Roma attento più ai cittadini che al disegno di un superstato elitario.

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