Successo populista causato da malgoverno (a Nadia Urbinati)

Cara Urbinati,

il Suo articolo sul Corriere della Sera compie un’analisi non banale del successo del populismo in terra europea (visto che sarebbe inutile e controproducente  condannarlo senza comprenderne i processi all’origine). Una volta scelta questa impostazione, peraltro, è necessario seguirla senza reticenze sulla natura di quei processi.  

Lei scrive  con grande chiarezza che le istituzioni delle democrazie liberali includono lo scopo di contenere le pressioni verso la disgregazione del “noi politico” che è parte del loro dna (dizione che qui non commento), vale a dire un fenomeno naturale da costruire costantemente. La sfida è preservarlo in un’età in cui il liberalismo si è progressivamente dissociato dalla nazione democratica.

Tale osservazione, tuttavia, è esatta solo se non c’è reticenza sul perché accade. La chiave si trova nel Suo accenno alla tesi della “fine della storia”. La tesi sciagurata secondo cui il liberalismo aveva vinto definitivamente, il che era di per sé una contraddizione in termini, dato che il liberalismo è avvinto al tempo che passa. Non aveva vinto il liberalismo ideologicamente concepito dagli illiberali, bensì il metodo liberale del conflitto democratico tra cittadini individui diversi sul come governare la convivenza. Che resta sempre provvisorio.  Fingere che avesse vinto il liberalismo senza regole (mai esistito) serviva per usufruire di concetti come rischio e consumo individuali in modo distorto, a proprio egoistico vantaggio e a danno degli altri individui. Tutti i non liberali, a destra e a sinistra, si ubriacarono banchettando alla nuova oligarchia della fine della storia. La storia non poteva finire. Di fatti la pretesa di governare in nome della democrazia liberale ma contro i suoi principi imperniati sul cittadino, dopo un po’ ha presentato il conto.

Lei esprime la cosa parlando della nascita  di “nazioni forti” dentro le “nazioni larghe”, il che può andar bene purché sia chiaro che non viene elusa la questione cittadini.  Il termine forti può indicare il privilegiare un legame solo tra alcuni contrapponendolo al termine larghe che in tal caso riguarda tutti i cittadini di quel territorio i quali si confrontano in base ai risultati sperimentali di quel che scelgono. Insomma, la chiave concreta del miglior convivere nazionale è lo sviluppo della diversità usando le regole che i cittadini si danno, l’esatto contrario del mito dell’uguaglianza dei cittadini e non dei loro soli diritti, in più nelle mani di presunti competenti elitari.

Per tutto ciò, è indispensabile ribadire che la radice del successo populista non sono state una visione del mondo e una proposta. Il populismo è cresciuto non per qualcosa, ma contro qualcosa. Contro il modo altrui di governare le istituzioni nate in nome del liberalismo, violandone il principio cardine. Consolidare democratizzazione, scuola pubblica, welfare è efficace solo nell’ottica della libertà e degli interessi del cittadino individuo, altrimenti diviene ideologismo religioso funzionale al potere di chi lo gestisce e non ad affrontare i problemi quotidiani. Se non si appronta un progetto credibile centrato sui meccanismi per consentire la fluidità dell’interagire tra i conviventi e non per celebrare il  mitico sole dell’avvenire emozionale, i vulnerabili persisteranno nell’ascoltare i predicatori di paura per mancanza di fiducia nei restauratori.  

Un mese fa Lei mi rispose di sperare che la distanza del M5S dalla Lega fosse un nuovo corso. Da allora, le diatribe sul convegno di Verona, sull’autonomismo forte, sul 25 aprile, sullo sponsorizzare l’eolico, vanno in questa direzione. Sono poco. Ma confermano che andare oltre la restaurazione richiede di rivedere il rapporto pubblico sul metro della libertà e degli interessi dei cittadini.

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