Ricordando Gennaro Papa, il pensiero liberale e l’uomo delle istituzioni

Intervento di apertura al Convegno in memoria dell’on.Gennaro Papa tenutosi a Montesarchio il 16 marzo 2019, relatori Antonio Colantuoni, Nicola Del Basso, Giancristiano Desiderio, Pietro Paganini, Fernando Panarese , Ernesto Paolozzi. In calce la ripresa integrale audio video del Convegno.

Gennaro Papa essendo uomo colto, ben conosceva le teorie filosofiche ma, essendo liberale, non voleva usarle come bussola politica. Usava lo spirito critico per studiare i fatti reali, per avanzare proposte e per valutarne i risultati. Era convinto che ad essere decisiva è la libertà delle relazioni di ogni diverso cittadino, e che occorre inserirle nei filoni culturali – i partiti – per scegliere i progetti sull’affrontare i nodi del convivere nelle istituzioni.

Il connotato liberale di Gennaro Papa sta qui. Ben esemplificato da quanto scrisse una dozzina di anni fa su Nuovo Meridionalismo a proposito dei liberali che, spinti dall’onda sorta nel secondo dopoguerra e lunga decenni, hanno tralignato dalla cultura d’origine e seguito in politica la sirena della sinistra che cantava il primato collettivista e egualitario. Scrisse che questo era stato il sogno e la tragedia del XX secolo. Che purtroppo portò alla diaspora liberale verso il mondo di sinistra e DC, nell’illusione fossero la scorciatoia per migliori rapporti sociali.

Era un sogno che negava la conoscenza sperimentata fin dal ‘600 inglese e capita dai soli liberali. Il motore del convivere è rendere più funzionante la libertà del cittadino, ogni giorno irrinunciabile perché ciascuno possa manifestare il suo spirito critico. La tragedia italiana del XX secolo è stata che, nonostante i disastri fascisti e i fallimenti comunisti, troppi hanno indebolito il liberalismo per favorire le melliflue ambiguità DC e causato il buco di liberalismo in Italia. Gennaro Papa non ha fatto quel sogno ed è rimasto saldo sui principi liberali.
All’inizio del libro Battaglie di Libertà (’17), richiama il detto: l’importante è fare ciò che al momento si pensa giusto. E subito ricorda : le scelte del PLI di Malagodi possono suscitare perplessità su alleanze ed aperture, ma non sui programmi. Al solito il progetto liberale è il più adeguato per la convivenza perché vuol sviluppare le relazioni di libertà. Cosa di cui i non liberali si accorgono a distanza di anni.

Ciò è poiché i liberali fanno tesoro di due fatti sperimentati nei secoli. Che la vita è impastata di tempo e di confronti conflittuali tra gli individui tutti diversi secondo regole provvisorie. E che il mezzo più adatto per rispettare tali ritmi nel costruire le istituzioni, è favorire la libertà di ciascuno di esprimere il proprio senso critico.
Così il PLI negli anni ’60 fece proposte programmatiche valide nei decenni. Tipo dire che la nazionalizzazione elettrica, dando ai vecchi proprietari un’enorme liquidità incontrollata, avrebbe indotto un clima corruttivo. Oppure l’opporsi al costituire le regioni prima di averne definito l’economia e la finanza, il che avrebbe provocato a lungo distorsioni istituzionali.

Gennaro Papa ha seguito la stessa concretezza nel selezionare i discorsi parlamentari (ne citerò vari brani). Per lui, come per ogni liberale, applicare la libertà non è teoria filosofica. E’ immergersi nella realtà del tempo. Inizia con i discorsi alla Camera dopo il grave terremoto del ‘62 che scosse Benevento ed Avellino. Il terremoto non è prevedibile. Ma in una società di cittadini radicati nei territori, prima del terremoto esistono le precauzioni antisismiche e dopo il terremoto la macchina delle terapie risanatrici.

Sul prima, Papa disse che “i fabbricati erano stati eretti senza alcun rispetto delle norme antisismiche, che lo Stato ha interesse a prevedere Ora l’onere sarebbe di molto inferiore”. Ovvietà per un liberale, ma profetiche su istituzioni disattente non solo a diffondere l’edilizia antisismica ma soprattutto a mantenere efficienti controlli circa la sicurezza dei manufatti, a cominciare da quelli idrogeologici. Temi trascurati fin da allora e ancora troppo carenti, visti i crolli autostradali. Sul dopo terremoto, Papa sottolineò il disordine nei soccorsi, le carenze del genio civile, e si augurò che “i danni non fossero sfruttati al fine di creare nuove baronie nel Sannio”. Quanto al ricostruire, evidenziò la necessità “di avere fiducia nell’iniziativa privata che, inquadrata nelle norme di prevenzione antisismica e dei piani regolatori, avrà convenienza alla ricostruzione” antisismica.

I concetti esposti da Gennaro Papa sono tipici del liberalismo, per massimizzare la libertà dei cittadini attraverso l’azione dello Stato senza privilegi agli amici. All’epoca c’era il Fanfani IV, il primo di centro sinistra, e l’opposizione PLI non pesava. Quindi Papa restò in sostanza inascoltato, iniziando dallo scongiurare le baronie. La sua richiesta di più investimenti onde risanare l’area sannita e campana, non venne accolta col motivo della mancanza di risorse. Eppure negli stessi mesi post terremot il governo nazionalizzò l’energia elettrica facendo acquistare dall’ENEL le aziende private, pagandole uno sproposito: un successo ideologico con effetti collaterali dannosi per la democrazia. E, siccome la politica è scegliere, non scegliendo le indicazioni liberali sulle zone povere e marginali e privilegiando l’ideologia, fu fatta la scelta di gran lunga meno opportuna proprio sotto il profilo del curare l’aspetto sociale del convivere.

Una impostazione siffatta Gennaro Papa la segue in tutti gli interventi su altri temi essenziali. Ne faccio rapidi cenni per toccare la concretezza con cui Papa manifestava una applicazione della libertà, che nel metodo è ancora attuale. Parto dalla questione meridionale, che è un argomento ricorrente. Per Papa, la crisi della politica sul meridione richiedeva di rivedere gli strumenti di intervento insieme con il rinnovamento della azione politica ed economica generali. Perché “aggravata dalla trasformazione rapida della vecchia società agricola e della lenta costruzione di una nuova società industriale…E ancor più dalla mancanza di un indirizzo organico di sviluppo , per cui si soggiace alle impostazioni dei forti più che alle linee obiettive di sviluppo”. Anche quando a settembre ‘68 “la popolazione di Benevento, protestò senza alcun incidente”, i grandi partiti, maggioranza (DC e PSI) e opposizione (PCI), erano ossessionati dalle formule di governo e non dal come governare i problemi di tutti i giorni. Il PCI iniziò a proporre il mito salvifico del compromesso storico. E gli altri si fecero risucchiare. Per Papa “aberrante è l’errore di chi pensa di conservare la libertà non combattendo ma promuovendo patteggiamenti piuttosto che con la denuncia degli speculatori e dei fomentatori dei disordini”. Altrettanto lo è decidere gli interventi “non in relazione alla conoscenza dei problemi ma in riferimento a schieramenti di partiti”.

Gennaro Papa ricordava spesso che “la questione meridionale investe tutto l’andamento della vita nazionale”. Ad esempio, come si attua la logica meridionale delle leggi? “Costruiremo case al nord nel momento stesso in cui proclamiamo che vogliamo invertire la tendenza all’insediare al nord nuovi complessi industriali?” Papa collegò spesso il meridionalismo alle nuove Regioni. “Noi ci battiamo per dare alle regioni un’anima unitaria… Potranno avere una loro funzione se sapranno non ripetere gli errori di accentramento e di settorialità commessi dallo Stato….”. “I liberali sono stati sopraffatti dal clientelismo e dalla demagogia.….Non è possibile rinviare la realizzazione delle opere igienico sanitarie e scolastiche; occorre superare le lungaggini della prassi burocratica. Noi liberali abbiamo indicato la via di un prestito nazionale”.

E Gennaro Papa ricordò l’on. Di Vittorio, il segretario CGIL, comunista anomale, che, nel ‘49, aveva detto agli operai ”invece di incrociare le braccia, date il lavoro straordinario per opere urgenti per la ricostruzione. Quella ricostruzione non fu un risultato acquisito solo per una classe ma per il progresso di tutto il popolo italiano”.
Gennaro Papa ha sempre inquadrato i temi nella più ampia visione della libertà dei cittadini e del metodo liberale. Così, intervenne più volte sulla questione amnistia e indulto. Sottolineando due aspetti. Uno è che sovente viene fatto un provvedimento “senza curarsi delle incongruenze esistenti nel codice penale, con previsione di reati e di pene ormai sproporzionate al riflesso sociale di tali reati”. L’altro aspetto è che si tende a dimenticare che “Il sostegno delle proprie idee ha un limite nel rispetto delle regole del gioco”. Un provvedimento di amnistia “deve essere un atto di clemenza o di comprensione, non un atto riparatore di giustizia”.“Il PLI è contrario alle amnistie perché sanciscono l’ineguaglianza dei cittadini. Le perplessità aumentano quando si legifera non per categorie di reati ma per categorie di rei”.. Addirittura considerando l’amnistia “un problema qualificante di una prospettiva politica”. Decenni dopo le idee di Papa entrarono in Costituzione. Dal ‘92 per l’amnistia occorre il voto di 2/3 dei parlamentari. Resta il sovraffollamento carcerario per la facilità dell’incarcerare, al punto che la libertà personale può esser tolta prima di un giudizio definitivo.
Gennaro Papa inquadrava nel metodo liberale della libertà, anche l’ordine pubblico. Non è democrazia “contrapporre il ceto medio al resto della popolazione, perché anteporrebbe esigenze di ordine alla giustizia sociale. La libertà stessa è giustizia sociale, e la giustizia sociale per esser tale è libertà…. L’ordine pubblico è a vantaggio di tutti. Proporre il dilemma riforme o violenza. è la fine della libertà, poiché quando si ricorre alla violenza, non si ha più fede nelle proprie ragioni, nel conquistare gli altri per divenire maggioranza… Libertà e sicurezza vivono e muoiono insieme”. Papa si ricollegava sempre alle grandi questioni di libertà. In materia di principi e strutture scolastici , ammoniva che “dobbiamo aver presente in quale società vorremmo costruire la nostra scuola…la quale deve affrontare i problemi nuovi, pur restando nel solco dell’umanesimo”. Mantenendo solido il rapporto con i cittadini. Sugli edifici (“Bisogna pur dire che vi sono ancora molti comuni, frazioni e contrade che mancano di aule degne del nome di sedi scolastiche”) o sugli insegnanti (“Il congegno dei concorsi cerca eruditi e non educatori”).
Il criterio di dare il più ampio esercizio della libertà, Gennaro Papa lo adottò nell’intervento contro la pregiudiziale di costituzionalità circa l’articolo 2 della legge sull’interruzione di gravidanza, perché faceva prevalere, riguardo all’embrione, la valutazione da parte della donna riguardo le proprie complessive condizioni di vita e di salute, familiari ed economiche.
Analogamente Papa si comportò nel dibattito sulla politica restrittiva durante la crisi energetica di fine ’73. Disse “Il trasferimento dai consumi individuali a quelli sociali può avvenire sia attraverso i meccanismi della libertà (fiscali, creditizi, incentivanti e non) oppure attraverso i meccanismi del collettivismo e l’affermazione di un dirigismo permanente.” Ricordando “lo scarso entusiasmo della maggioranza per un piano energetico europeo e per una politica comune…e la mancanza di iniziative per un’Europa fondata sulla comunione di intenti ed attivata da istituzioni elette a suffragio diretto”.
Ancora lo stesso è successo quando Papa richiamava l’esercizio della centralità parlamentare ammonendo che “per evitare la surroga della magistratura in alcuni compiti dell’esecutivo, vi è la necessità di un maggior rispetto da parte dell’Esecutivo dei compiti ispettivi del Parlamento”.
Come si vede, Gennaro Papa non era un teorico da scrivania ma un liberale che esercita il senso critico nella scelta di ricette sull’affrontare i nodi, seguendo il più possibile la stella della libertà. Perché, “opposizione e governo per noi sono strumenti della stessa battaglia”.
Un concetto molto sperimentato ma non facile a digerirsi sul piano umano. Dato che, per prassi millenaria e oggi tendenza mediatica, ognuno propende a volere il successo per arrivare al potere istituzionale. Tale concezione è vischiosa e contrasta a fondo con i principi della diversità individuale e della libertà, pernio per vivere liberi. Perché è il risultato degli indirizzi scelti che pesa nel tracciare la via del metodo da seguire e misura il valore delle proposte politiche fatte.

Quale sotto segretario all’Industria, Gennaro Papa adottò tale metodo per alcune iniziative: la riforma del commercio tramite il ridurre gli esercizi di vendita salvaguardando i vecchi titolari, il progetto Benevento Valle Caudina, un impianto industriale nel Sannio per assorbire mano d’opera e il tratto Benevento Cancello nella rete FFSS. Tutte queste iniziative furono bloccate dalla caduta del governo e da allora restano in attesa di soluzione. Questo perché in Italia, essendo troppi i non liberali, pochi seguono quello che Gennaro Papa in Battaglie di Libertà ha definito il segno di un’economia libera profondamente equa nell’impatto sociale, per assicurare benessere e lavoro. Ove l’uso dell’aggettivo equa è frutto del clima italiano invaso dai fumosi afflati religiosi e marxisti. Ma Papa lo usa nel senso liberale, per cui l’equità vera è la libertà del cittadino, visto che i liberali non mischiano l’individualismo con il solipsismo egoista. Ognuno ha uguali diritti e le istituzioni garantiscono che, dopo il merito delle rispettive diversità, nessuno resti tanto indietro da compromettere l’effettivo esercizio di quei diritti che è una ricchezza di tutti.
All’epoca di Gennaro Papa parlamentare, non c’era una sensibilità liberale. Si rigettava ogni politica imperniata sul cittadino e sull’iniziativa privata. Ma non era certo solo colpa dei partiti del centro sinistra e del PCI. Loro non obbligavano la società civile ad irrobustire statalismo, sudditanza e assistenzialismo. Un pregiudizio culturale profondo ostacolava il metodo fattivo dei liberali nel costruire le istituzioni libere. Nell’ultimo discorso parlamentare, (aprile ’76), Gennaro Papa ricordò “il constatato passaggio del mondo dell’impresa privata da uno stato d’animo reattivo contro temute espansioni della mano pubblica ad una frequente richiesta per cedere allo Stato aziende in difficoltà”. Era il sistema pluridecennale Fiat: avere soldi pubblici, assorbendo risorse a scapito dei più deboli. Ciò non poteva andare bene a Papa, e in verità neppure alla grande maggioranza del PLI (nonostante la vulgata contraria dei non liberali e dei liberali conformisti incantati dalle sinistre, che attribuiva ai liberali il rifiuto dello Stato).
In realtà – ho vissuto da promotore le vicende delle minoranze PLI a partire dal Congresso del ’66 e dalla corrente Presenza Liberale in vista del Congresso del ’69 – il PLI di Malagodi, come impostazione culturale, è stato sempre fermo assertore del liberalismo fondato su uno Stato fatto di regole aperte, tipo anglosassone, e Malagodi fu più volte presidente LI. Per questo Gennaro Papa fu un malagodiano attivissimo a lungo. ll problema del PLI, oggi è chiaro, era diverso, l’analisi deficitaria sul rapporto con la DC.

In primo luogo, Malagodi aveva sì fatto un moderno partito organizzato al posto di una somma di notabili. Però si contraddiceva nel modellare il PLI sulla falsariga di partiti che, non essendo liberali, seguivano regole illiberali (il centralismo democratico) oppure non abbastanza liberali (il correntismo di potere amalgamato dal riconoscersi in una fede). Così il PLI fu diffidente con le minoranze (Presenza, Rinnovamento) e attento ai numeri per il segretario più che al conservatorismo dei sostenitori.

In secondo luogo, Malagodi aveva sì la rara consapevolezza dell’essere l’Italia un paese pervaso dalla controriforma senza aver mai provato la riforma protestante; però non fu capace di trarne le conseguenze politiche. Prima lanciò l’alternativa liberale, che però oscillava tra l’esser contro il modo di governare della DC ed esser contro i cedimenti a sinistra della DC (finendo per ingarbugliarsi). Poi portò il PLI ad essere per un anno nel ’67 l’unico ad appoggiare l’introduzione del divorzio, ma poi¬ ¬– fino al referendum abrogativo del ’74 (in cui il PLI fu determinante nel rendere non credibile dagli elettori la posizione conservatrice DC) ¬– non tradusse la scelta laica in linea politica.

In terzo luogo, Malagodi non usò il tempo del lento calo elettorale per creare una nuova solida risposta politica. Lui era lontano anni luce dalla destra (dalla grande destra col MSI alla destra filo dittature militari) ma era certo di controllare l’appoggio dato dai Giovani della destra (avallò con Papa il monocolore Libertà Nuova al Congresso GLI di Taranto, inverno ‘72). E quando la destra irrobustitasi destabilizzò Libertà Nuova, Malagodi fu incerto su quale iniziativa assumere e perse il controllo del PLI.

Il colpo di grazia iniziò dopo le elezioni ’72, in cui il leader di Rinnovamento candidò a Torino Manlio Brosio, segretario uscente NATO. Brosio divenne il presidente dei senatori liberali e l’anno dopo, caduto il governo Andreotti Malagodi, cercò di ridurre la linea di Libertà Nuova ad un puro anti comunismo. A fine ’73, si saldò con Edgardo Sogno, sulla tesi che “venendo a mancare la legittimità su cui la Repubblica è stata fondata, occorrerà fondare la seconda Repubblica”.

All’inizio, Rinnovamento di Zanone si augurò ”che, seguendo l’esempio di Sogno, Medaglia d’Oro della Resistenza, quanti si propongono di far valere i principi di libertà, trovino nel PLI il centro di unione e di confronto per tutti i liberali”. Sogno chiarì che PLI doveva essere il polo della destra disposta a tutto per garantire il sistema. Fondò una corrente per fare una “operazione rivoluzionaria analoga alla fondazione della quinta repubblica francese”. Fu etichettata “avventurismo istituzionale e gollismo all’italiana”.
Malagodi e Bignardi erano contrari ma tentennanti nel guidare Libertà Nuova. Sogno definiva “il PLI un partito di oche spaventate che non hanno il coraggio di una rottura con questo regime che democratico non è più”. Esaltò la funzione dei golpe in Portogallo e in Grecia, perché erano serviti a riportare alla democrazia e concludeva che “tali questioni non si risolvono con l’ortodossia”. Brosio lo copriva. Papa non accettò questa deriva. Disse che il PLI doveva avere “una funzione di centro come posizione intermedia tra DC e PSI”, fece la corrente Concordia (Bozzi e Cottone benedicenti) e al Congresso (aprile’74) si astenne perché “l’incontro laico è il solo strumento valido ed efficace per contrastare il compromesso storico e battere l’eversione fascista”.

Emersero due anime in Libertà Nuova, quella liberale di Malagodi e Bignardi, e quella di destra, minoritaria, che nei voti segreti sosteneva Sogno. La Direzione Centrale deliberò “il PLI può esistere ed operare solo nella legalità democratica”. Per Sogno ciò era valido solo in tempi ordinari. Il PLI Toscano denunciò la sua incompatibilità con il liberalismo. Alla fine venne sospeso per sei mesi. Però le forti tensioni politiche, ormai in atto, minarono Libertà Nuova. Dopo circa un anno di contrasti e la fusione delle due minoranze in Democrazia Liberale (in cui confluì Concordia) il vertice divenne Malagodi Presidente d’Onore,Bignardi Presidente e Zanone segretario. Poche settimane dopo (Napoli, aprile ’76) il vertice fu confermato al Congresso, però con la forte novità (non voluta da Zanone) che la votazione finale avvenne su liste separate e Democrazia Liberale vinse con 370 voti (il 51,38%) e nominò Vice Presidente Gennaro Papa.

La maggioranza di Democrazia Liberale in Consiglio Nazionale, pur risicata, fu decisiva a metà ’77 quando Bignardi tentò di ribaltare i risultati del Congresso. Fu confermata la scelta di un liberalismo attento all’effettivo esercizio della libertà in tutti i suoi risvolti sociali. Però in Democrazia Liberale restavano diverse sensibilità tra il leader insieme ai torinesi e il resto, a proposito del liberalismo aperto. Come cercare il consenso: affidarsi al metodo dei contenuti liberali oppure alle posizioni prudenti dei notabili dichiarati?
La questione si pose alle politiche ‘79. Già tre anni prima, il PLI non aveva parlamentari sotto Roma. Quindi, il vice Presidente Papa tentò di indurre un robusto impegno del partito nel Sannio ove la tradizione popolare era già forte. Non ottenendo risultati, nel ‘79 non si ripresentò. Eppure, in quel periodo, il Segretario, contro tutti gli altri, candidò a Milano il giornalista Sterpa, da tempo destra DC, estremista nel passato, più anti Pci che incline al liberalismo. Fu una logica notabilare per attirare i conservatori lasciando la coerenza col liberalismo aperto. Ridusse la cesura a destra fatta a Napoli e, sette anni dopo, riportò al moderatismo illuminato. Un liberalismo distorto. La politica liberale asseconda il mutare. Non sostiene il nuovo per il nuovo, né privilegia l’immobilismo del potere. Per Croce la libertà si garantisce talora con provvedimenti conservatori e talora con provvedimenti audaci di progresso. Però “con maggior frequenza quelli del progressochequelli della conservazione”. Cioè il liberalismo conserva gli aspetti che non mostrano bisogno di cambiare e cambia quelli che già lo mostrano. L’alternarsi dipende dai dati sperimentati. Il fine liberale resta come agevolare ora e poi la convivenza.
Anche come Sindaco di Montesarchio la seconda volta (ignorata nel sito)e dopo, Papa ha espresso il liberalismo equo perché aperto. E ha formulato lucidi giudizi: “la mancanza di un’autorità politica europea e di un coordinamento delle legislazioni determinò una crisi, aggravato da un improvviso allargarsi a Stati con presidi e strumenti sociali arcaici, che ha generato una sballata concorrenza nell’Unione”. Testimone attento e stupefatto del tentativo di riforma oligarchica della Costituzione, commentava che il 4 marzo ’18 i cittadini, non sopportando più le elites di governo, avevano voluto cambiare. Un dato però era indubbio. Il successivo contratto di governo ha legato un partito di destra e un movimento, che aspira al nuovo ma non ha cultura e addetti competenti sul come arrivarci. Così il governo del cambiamento smantella le vecchie baronie pubbliche ma, su tutte le questioni complesse, va molto a rilento e in più abbastanza confuso.
Il lascito di Gennaro Papa è l’auspicio “che si costituisca una nuova formazione politica che attinga ai valori di libertà, fratellanza ed uguaglianza”. Realizziamo l’auspicio di Gennaro Papa, politico liberale di grande spessore.

Ripresa video audio del Convegno su YouTube  https://youtu.be/-puLsqfB6pY

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