Prima uscita del libro PIETRE

Dibattito in occasione della prima uscita del libro PIETRE di Antonio PILEGGI (edizioni Rubbettno) a Roma, Sala da Feltre, 31 gennaio 2019, cui hanno preso parte Domanico GALLO, Florindo RUBBETTINO, Raffaello MORELLI, Luciano CORRADINI, moderatrice Chiara GELONI

Audio e Video su Radio Radicale Il dibattito completo

Audio e video su You Tube

Ringrazio Antonio Pileggi per avermi chiesta la prefazione al suo libro. Una richiesta gradita, poiché PIETRE è una raccolta di liberalismo vissuto che ne fa emergere il metodo in sintonia con i ritmi del vivere tra cittadini. Di questo metodo parò ora. Il liberalismo non è un modello teorico che pretende di imporsi. Il liberalismo vive dell’intreccio con gli individui diversi e con il tempo che passa. La sua anima è il metodo critico individuale nell’approccio ai fatti. Da qui astrae i dati dei meccanismi reali, per poi attivare, circa le interpretazioni, il confronto attraverso la libertà del conflitto democratico, e alla fine, in base allo sperimentato, dare ai cittadini la scelta di correzioni e cambiamenti finalizzati a migliori condizioni di vita. Mantenendo fissa una consapevolezza. Ogni condizione non può essere immutabile e definitiva. La realtà è l’opposto dell’idea fino a pochi secoli fa dei sapienti, che cercavano un modello fuori del tempo rassicurante promettendo la salita e scongiurando la discesa.

Lo strumento che valorizza l’esperienza civile negli ultimi secoli, è appunto il liberalismo. La sua duttilità corrisponde alla condizione umana vera: che è l’incertezza, è la provvisorietà, e non è la certezza in odore di eterno. Peraltro, anche incertezza e provvisorietà tracciano percorsi solidi per il conoscere e per il convivere. Purché non si confondano con l’arbitrio nelle relazioni e nei meccanismi oppure con il fuggente immediato. L’evolvere va considerato la normalità quotidiana della vita.
Proprio ciò è il frutto del metodo liberale, che rileva il rapporto dinamico tra le persone, tra le loro iniziative e con le cose del mondo. Un metodo ben consapevole del ruolo permanente delle risorse, materiali e concettuali, per attivare le trasformazioni della vita; e altrettanto consapevole del ruolo del potere civile che si accompagna alle risorse, di cui può agevolare l’accumulo. Però un metodo che insieme è cosciente di una cosa. Le risorse e il potere prive di idee e progetti sul come utilizzarli, sono un dato immobile e inducono il regresso nella costruzione delle istituzioni e nelle condizioni di vita. E soprattutto il metodo liberale ha ferma consapevolezza che, per sbocciare, idee e progetti hanno bisogno di applicare ai fatti lo spirito critico individuale. Fin da bambini. Dunque la progettazione politica non può mai incatenarsi al potere del momento. Perché il potere insediato palesa già i limiti e nel tempo si irrigidisce. Insomma, nella realtà e nel liberalismo, ogni cosa è provvisoria, vale a dire certa solo fino a prova contraria.

Con questi caratteri sperimentati a lungo, il liberalismo e il suo coerente tradursi politico non sono certo amati nel nostro paese, che pratica i dogmi antiriformisti senza mai aver avuto la riforma. Eppure ciò va accettato dai liberali in quanto ineludibile, come l’esser femmina per le donne e l’esser maschio per gli uomini. Senza arrabbiarci per l’esistenza di chi privilegia le sirene del potere a ogni costo. Sono illiberali o lo divengono. Un anno fa dei liberali – rivelatisi alla prova dei fatti sedicenti – hanno avuto due seggi in parlamento al prezzo di riconoscere liberali le liste della Lega, partito dichiaratamente illiberale.

Il fatto è che la politica liberale non può essere di mero potere. La politica liberale, perché sia tale, si costruisce con idee e progetti per modifiche al convivere con lo scopo di irrobustire le libertà dei cittadini. E’ questo il senso del volume Pietre di Antonio Pileggi. Che con stile fa capire – nel solco della tradizione delle alte burocrazie pubbliche – le ragioni della scoperta sulla propria pelle (intuite e scritte nel dicembre ’17) delle gherminelle di potere che sedicenti liberali stavano cucendo, a scapito dei risultati liberali.

I pregi liberali di PIETRE li ho espressi nella mia prefazione. Qui auspico che PIETRE possa incidere in 5 punti, realizzando la partecipazione definita nel libro non una presenza di sudditi ma un percorso di scelta di cittadini.

Il primo è rendere laiche senza ambiguità le istituzioni, cioè neutrali in tema religioso, che è la massima espressione della libertà di credo dei cittadini. Si comici rispettando la decisione della Corte dei Conti sull’utilizzo dell’8 per mille allo Stato, che la burocrazia usa per altri fini, perfino confessionali. E’ essenziale. Il non rispetto viola la separazione Stato religioni e va contro la Corte Costituzionale.

Il secondo è investire sull’educazione liberale, che spinge a conoscere il passato non nella speranza di farlo rivivere (la memoria non è nostalgia) ma perché ciascun allievo sappia affrontare la vita. Infatti, l’educazione liberale non si prefigge di insegnare come dovrebbe funzionare il mondo, bensì di far maturare nello studente un approccio ai problemi del mondo, tale da consentirgli di risolverli ed aumentare la conoscenza. Nel libro PIETRE, l’autore cita precisi casi distorsivi nella scuola. In generale, il fine della scuola non è emulare il mercato del momento per produrre migliori profili da inserire nella sua catena di valore. E’ formare i cittadini. E’ lavorare a invertire la tendenza tra gli studenti, a drogarsi più che al maturare il senso critico. Oltretutto è sul terreno del non conosciuto che noi umani conserviamo la funzione ¬– che non ha l’intelligenza artificiale – di scovare problemi e risolverli utilizzando lo spirito critico individuale per adattarsi al fluire del tempo. Il nocciolo è capire che l’elemento evolutivo del mondo è l’individuo. E che ridurne il frutto all’egoismo, è solo il pregiudizio di chi dissimula la sua natura impositiva con il conformismo comunitario e partitico.

Il terzo punto è svelare la vera posta in gioco sui migranti. L’avversario dei liberali è il mondialismo, il quale rifiuta l’esperienza degli ultimi secoli. Secondo i mondialisti, i diritti umani vengono prima della libertà; invece l’esperienza mostra che essi vengono dopo la libertà perché è solo la libertà a renderli praticabili. La libertà non è un diritto di natura come vorrebbero i mondialisti. E’ una costruzione faticosa tra individui reali, che crea meccanismi atti a promuoverla e a conservarla, da manutenere in base ai risultati.

Costruire la libertà richiede l’esistenza di istituzioni territoriali, ove i cittadini possano vivere al meglio e decidere di cambiare in autonomia. Ad oggi, non si è mai giunti alla libertà e poi ai diritti senza cominciare dal processo di maturazione civile in un territorio. I mondialisti sminuiscono il concetto di cittadino in uno stato e profetizzano che ciascuno è cittadino del mondo e deve seguirne i precetti umani. Questa idea non amplia i diritti dandoli a chi non li ha, ma toglie, a chi già li ha, il controllo sui governanti e da più potere alle elites rafforzate dal superamento dello stato.

Il mondialismo divarica la connessione tra il cittadino e lo stato in cui vive e sceglie (non a caso il mondialismo non tratta le dinamiche di integrazione interne in Africa). In chiave mondialista la libertà non è collegata all’individuo cittadino. Questo è il vero reato. Chi esalta l’esser cittadini del mondo, fa perdere il legame con il territorio di appartenenza e rende impossibile l’esercizio della sovranità civile tra diversi. In sintesi l’accoglienza di massa non può essere a ogni costo: sia per le risorse di sostegno occorrenti al territorio, sia per il tempo di accettazione occorrente ai cittadini. Sostenere l’accoglienza di massa ignorando le sue condizioni, è un enorme favore alla destra leghista. Da evitare.

Il quarto punto su cui incidere è l’abbandono di abitudini antiche contro i cittadini. In generale va eliminato il ricorrere su tutto al giudice penale, perché sostituisca il giudizio delle istituzioni politiche. Politica e penale non sono comparabili. Le scelte politiche dei cittadini, nell’ambito della Costituzione salvata dall’assalto oligarchico, sono indispensabili per convivere in libertà. Il giudice penale è indispensabile per valutare i fatti previsti come reato nelle leggi decise dai cittadini senza sostituirli. Non essendo eletto, il giudice penale non è un soggetto politico. Egli sta nell’ordine delle elites pubbliche che applicano norme conservandone lo spirito e,finché tiene il ruolo, si esprime in pubblico solo con le sue sentenze.

Poi esistono altre due abitudini perniciose. Congelare la politica nell’attimo presente e porre diaframmi tra la sovranità dei cittadini e le loro istituzioni. La politica liberale guarda con zelo ai fatti di oggi ma non smette di porsi criticamente la prospettiva di domani. All’opposto, si comportano i non liberali e troppi che avrebbero doti, ruoli e preparazione necessari a dare contributi sul come regolare il convivere. Occupandosi solo del presente (ad esempio del lavoro sganciato dalle condizioni per crearlo), essi tradiscono la propria funzione e un obbligo professionale delle strutture pubbliche.

Un esempio attuale è l’incontro delle elites a Davos, ove fingono di pensare al domani e pensano solo al proprio oggi. Un’elite che si disinteressa degli altri e del tempo, è illiberale e sparge malanni sull’altro versante pernicioso del porre diaframmi tra cittadini ed istituzioni. Siffatti comportamenti sono all’origine del successo dei populisti.

Le elites hanno tradito direttamente i loro compiti nelle istituzioni perdendo il contatto con il cittadini di cui sono rappresentanti e governanti. E poi tradito indirettamente, stringendo la vita civile in reti di corpi intermedi che indebolisconi il nesso cittadini istituzioni assumendo su di sé un potere sostitutivo dei cittadini.

Un altro esempio è la protesta dei corpi intermedi, dai sindacati (del lavoro e dell’impresa) ai gruppi delle vecchie elites, per l’abbandono del criterio consociativo nella manovra espansiva del governo gialloverde. Ora i soldi vanno ai singoli cittadini e meno ai corpi intermedi. Questa strada, essendo nuova, ha passaggi ostici. Ma i cittadini hanno davanti il dissesto avvenuto e finché non percepiscono alternative credibili (non le vecchie), dir male dei gialloverdi, da cui non deriva il debito al 133% del PIL, è controproducente.

Il quinto punto su cui incidere è l’impegno per metter l’Europa in mano ai cittadini europei. Un genere di Europa ben diversa sia dall’Europa delle nazioni che dall’ ONU governo mondialista dei potenti senza cittadini. L’Europa capace di crescere è stata un’altra. Non quella del Manifesto di Ventotene (vedeva che il metodo democratico come peso morto nella crisi rivoluzionaria). Ma quella dei Trattati di Roma del liberale Gaetano Martino, impostati sul procedere a passo a passo sulla strada della libertà dei cittadini.

Per più di 30 anni, la CEE è cresciuta quale società aperta. Poi, sono apparsi gli equivoci sulla missione perseguita (uno stato unico sopra i cittadini) e sul come perseguirla (il prevalere dei burocrati dediti a stabilire le dimensioni in commercio delle zucche e dei molluschi bivalvi). Cosicché i cittadini, rifiutato lo statalismo dei burocrati, stanno cercando rifugio nel sovranismo. E’ incoerente, ma hanno l’aiuto dalle elites franco tedesche con la proposta di Europa a due velocità e di aziende campioni continentali, tesi plausibile solo nella vecchia logica di potere degli Stati in contrasto con lettera e spirito dei Trattati di Roma.

I liberali chiedono il rilancio di questo spirito, che impegni l’UE in atti di supporto alla libertà dei cittadini. E serve chiarezza su quali provvedimenti occorrano a farlo. Un emblema è completare il pieno governo dei dati degli europei accumulati nella rete internet. Far gestire tali archivi senza controlli pubblici adeguati, lascerebbe ai corpi intermedi (nel caso le multinazionali del web) e forti privilegi di commercio e di influenza politico culturale. Dunque. siccome per i liberali sono gli esseri umani a dover guidare i dati e non il contrario, lo Stato di diritto deve applicarsi pure online.

Tirando le fila dopo i 5 punti, le vicende narrate da PIETRE sono molto attente agli avvenimenti e anche premonitrici. Emerge chiaro che il liberalismo va in direzione opposta agli archetipi celebrati su Repubblica, col libro “Nostalgia degli Dei” di Marcello Veneziani. Il quale, dietro la scusa di mostrare i difetti della modernità, esalta il rimpianto di tutto ciò che il liberalismo intende superato. Non solo nel senso fisico che il passato non ritorna, ma soprattutto nel senso che il liberalismo, che non è nostalgico, è attento ai fatti e al loro esame critico per correggerne i difetti e non prendere ora decisioni contro la diversità.

L’esame critico è essenziale per risolvere i problemi; non il fiorire delle giornate nazionali su ogni tema nella logica delle masse; e neppure la commozione moralistica che indebolisce la libertà dei cittadini (diffondendo il dover essere invece che il pensiero critico). Oggi evitare il ripetersi dei vecchi difetti, significa non far finta che il risultato del 4 marzo sia un errore dei cittadini che hanno rifiutato il buon governo e si sono affidati al populismo e al sovranismo. Per andare avanti, non va restaurato il potere di chi ha causato il dissesto e va smesso di avversare il governo perché ha mutato strada.

Il 4 marzo ha sancito il cambiare. Dopo, uno schizzo del come cambiare è stato fatto da due partiti illiberali. Uno di destra esibita intende andare verso destra; l’altro movimentista non ha chiarezza culturale ed operativa sul come cambiare, e affastella in modi generici richiami veterostatalisti, trasparenza e vicinanza ai cittadini.

Opporsi su tutto e sempre è il miglior modo di aiutare i giallo verdi. Quanti non vogliono aiutarli – e liberali sono tra questi – esaminano nel merito provvedimenti ed iniziative presi. I liberali lo fanno usando come metro il riflesso del provvedimento sulla libertà nel relazionarsi di ciascun cittadino. Finora, ci sono molte iniziative traballanti, ma non minacciose o scandalose (checché ne dica la grancassa dei restauratori e di molti mezzi di comunicazione).

Ho già parlato della vera posta in gioco sui migranti ed anche delle dispute sulla UE. Pure in tema di politica istituzionale gli allarmi dei non liberali circa il minare (termine di Massimo Franco sul Corriere) la democrazia parlamentare, non hanno riscontro. Finora, il dibattito alla Camera non da un potere enorme a minoranze bene organizzate, ma al contrario stabilisce procedure (come la necessità che il referendum propositivo sia approvato dal 25% degli aventi diritto) più rigorose di quelle ora esistenti (il quorum del 50%+1 è una condizione più debole). Insomma, è inutile stracciarsi le vesti per degli slogans. La chiamano democrazia diretta, ma non è altro che l’impegno ad affinare le procedure di quella parlamentare rappresentativa per evitarne le degenerazioni clubbistiche.

Diversamente dai fans dei restauratori che agitano fantasmi terrificanti, i liberali sostengono le idee pacate che traspaiono da PIETRE. Ma facendo tesoro – perché la diversità individuale è il cuore del liberalismo – del fatto che i cittadini sono diversi e che per votare le proposte liberali è fisiologico avere il sì di parte dei non liberali. L’impegno liberale non è solo sul terreno delle proprie idee e si allarga al capire i possibili alleati non liberali.

Nel farlo faticherà a districarsi dalla propensione italica a privilegiare l’unità nel vivere le idee politiche (vale a dire in modo chiuso nel potere). Ma le traiettorie sono ovvie. Nel lavorare alla neutralità istituzionale, per i liberali l’alleato naturale è il mondo laico che della laicità non fa mai una sorta di religione civile surrogata (tipo la mitica sinistra esistente solo contro la destra), bensì un metodo di tolleranza e di convivenza tra diversi. Negli altri campi, l’alleato naturale dei liberali è quel filone dei cattolici che non confonde l’esser credente nel privato con l’adoperare la fede nello scegliere le regole pubbliche del convivere. Nel nostro paese questo filone ha un solo riferimento robusto, De Gasperi, il quale, nonostante la maggioranza assoluta DC alle Camere, con lucidità respinse le tentazioni monoculturali religiose allora fortisssime (vedi Dossetti e La Pira), e riconobbe altri rappresentanti della diversità civile con cui governò con successso. Lui non cadde nella trappola di collocare a destra i liberali, concetto velenoso diffusosi dagli anni ’60 in poi nella sinistra di ogni tipo partitico, offuscandone nel profondo la capacità politica di analisi e di governo (pure al culmine delle battaglie laiche nei ’70).

Sul tema che i liberali non possono essere di destra, Benedetto Croce, come riporta PIETRE nell’appendice, fa una considerazione fondamentale. La libertà si garantisce talora con provvedimenti conservatori e talora con provvedimenti audaci di progresso. E specifica, con maggior frequenza quelli del progresso che quelli della conservazione. Tale considerazione va completata alla luce del concetto di probabilità che, all’epoca della formazione umanistica di Croce, era limitato agli specialisti (nonostante di origine italiana con Cardano e Galilei).

Come ho scritto nella prefazione, introdurre la probabilità fa vedere che il liberalismo conserva gli aspetti la cui sperimentazione non mostra necessità di cambiamento e muta gli aspetti che sperimentalmente già la mostrano. L’alternarsi tra di loro dipende dalla loro funzionalità da sperimentare. Il fine liberale è immutato: cercare interventi adatti per mantenere l’obiettivo di rendere migliore in quel momento la convivenza libera tra i cittadini.

La specificità liberale i conservatori non riescono a coglierla. Il motto conservatore è “cambiare tutto perché nulla cambi”. I conservatori di destra perché vogliono conservare le tradizioni; e i conservatori di sinistra perché vogliono inseguire la speranza utopica. Ambedue sognano rivoluzioni. Solo che una rivoluzione cambia tutto ma si torna da capo dopo poco tempo. Il cambiamento liberale è progressivo e strutturale nei rapporti tra gli individui, quindi cambia davvero con il tempo e nel tempo. Insomma ci sono tanti buoni motivi per leggere PIETRE. Mi auguro lo facciate.

Questa voce è stata pubblicata in DISCORSI, CONFERENZE, INTERVENTI e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.