Il disagio del ceto medio

Il direttore Maurizio Molinari ha usato una domanda ad Agorà e una lettera su La Stampa, per introdurre un argomento che si rivela sempre più la questione politica centrale: le condizioni assai precarie del ceto medio. Nella realtà e ancor peggio nella percezione degli interessati. Per di più, il ceto medio ha cannibalizzato i vecchi gruppi sociali (classe operaia e borghesia) e così le sue precarie condizioni toccano una larghissima parte della società. E’ un disagio profondo che non si è esaurito con il voto del 4 marzo 2018.

Il ceto medio non crede più nel disegno proposto dai gruppi dirigenti dopo la caduta dell’URSS trenta anni fa. Quel disegno sventolava la certezza di una condizione di continuo migliore, economica e civile, ma la bandiera è stata bruciata dall’incapacità delle elites di affrontare i nodi che si formavano. Negli anni duemila, i governi (Forza Italia e PD) hanno gestito le istituzioni mantenendosi al di sopra dei cittadini e sordi ai loro bisogni, sia quelli finanziari che quelli di funzionamento della macchina pubblica. Così hanno perso ogni credibilità e non la stanno ricuperando proponendo la restaurazione del loro potere perduto, con le solite litanie senza progetto.

Molinari, nell’affrontare il tema ceto medio in perfetta solitudine, osserva che continuare ad evocare benessere e sicurezza tradizionali come fanno Berlusconi e PD, esprime una concezione paleolitica delle istituzioni. Quindi non vengono da qui i problemi per il governo. I problemi vengono dal fatto che le due riforme messe in campo – il cosiddetto reddito di cittadinanza e il poter andare in pensione con 38 anni di contributi e 62 anni di età – riguardano al più la metà del ceto medio e dunque sono insufficienti, addirittura possono suscitare una reazione d’invidia nella metà non aiutata.

Diviene sempre più evidente che le opposizioni non sono capaci di concepire un progetto alternativo (si pensi al manifesto “Siamo Europei” basato sull’illusione di battere i populismi, che invece favorisce con una lista unica di culture e progetti sull’Europa non solo distinti ma incompatibili). D’altra parte, però, la compagine di governo non dispone di strumentazione e competenze adeguate per sviluppare le idee di riforma che vorrebbe introdurre. Per fare un esempio, l’idea di puntare su un reddito che attivi tutti i cittadini a darsi da fare (e non i corpi intermedi), è cosa nuova. Ma per funzionare richiede differenti allocazioni nel bilancio pubblico e non può affidarsi solo al tenere gli interessati al di sotto di un reddito stabilito dallo Stato e insieme al far gestire le solite burocrazie. In questo modo il pericolo di una reazione della metà di persone escluse, diviene assai più probabile.

Sarebbe bene che i mezzi di comunicazione destinassero a simili argomenti centrali per il futuro italiano un approccio teso a far comprendere i problemi sul tappeto e i meccanismi possibili. Senza esaltarsi, senza consentire privilegi e occupandosi dei risultati al posto dei sondaggi.

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