Referendum propositivo e parlamento

In una democrazia libera, opporsi non è attaccare tutti gli atti della maggioranza di governo. Può portare a farsi autogol, cioè a segnare a favore del governo. Ne è un esempio equiparare l’idea di referendum propositivo ad indebolire il ruolo del parlamento. Perché la centralità parlamentare è il cardine della democrazia liberale, ma è contraddittorio volerla esercitare in Italia nei modi in uso un sacco di decenni or sono.

Il parlamentarismo è il sistema di democrazia rappresentativa dimostratosi finora il migliore per le decisioni pubbliche tra cittadini liberi. Ma il meccanismo di attuazione, come tutti, si può usurare nel tempo e, nel caso italiano, da circa un trentennio si è palesata la tendenza degli eletti alle Camere a considerarsi un club titolare di privilegi al di sopra dei cittadini e non di privilegi dati dai cittadini per svolgere il decisivo compito di legiferare sul come convivere. Da qui vari progetti correttivi, che però, nell’ultimo quindicennio, hanno deragliato su binari illiberali, presidenzialisti prima oligarchici poi, che gli italiani hanno bocciato nei referendum. I cittadini sarebbero stati ulteriormente messi da parte e meno liberi, non resi più partecipi e più incisivi.

Oggi, il governo giallo verde ha posto con decisione (al punto da ampliare il nome di un ruolo ministeriale) la questione di fare il Parlamento più attento alle esigenze della democrazia diretta. Ma le esigenze della democrazia diretta non sono per forza la classica democrazia diretta. Nel caso, sono l’ovvio richiamo al rammentare che la democrazia rappresentativa rappresenta i cittadini con i loro stimoli e non il club degli eletti.

Attualmente in Commissione della Camera si discute il testo sul referendum propositivo e vedremo quale sostanza ne uscirà. Intanto è stata rimossa la definizione di “senza quorum” e stabilito che, perché sia approvato, i voti favorevoli devono prevalere ed essere almeno il 25% degli aventi diritto. Tutti d’accordo (nel senso che l’emendamento è stato del PD e il governo lo ha accettato) ed è un passo non contrario alla centralità del parlamento. Di fatti il nuovo meccanismo è perfino potenzialmente più rigido di quello attuale, che prevede solo la partecipazione al voto del 50%+1 degli aventi diritto (e quindi, viste le bianche e nulle, ora è possibile prevalere senza il 25% dei favorevoli).

Naturalmente dovrà essere calibrato in coerenza anche il rapporto tra il testo proposto dal referendum e quello che in seguito licenzierà il parlamento. Ma siccome è materia soggetta alle maggioranze parlamentari di cui all’art. 138 della Costituzione, sono esclusi strappi ideologici per varare testi che indeboliscano la centralità del Parlamento. Del resto, le dichiarazioni del Ministro al ramo, il grillino Fraccaro, fin qui non sollevano preoccupazioni populiste (nel senso dispregiativo che ne danno i fautori della restaurazione).

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