La questione delle tasse sulla bontà

Preso dal giusto intento di fare un discorso rassicurante per l’Italia che ricuce e dà fiducia, il Presidente Mattarella ha usato una frase di forte impatto mediatico (“vanno evitate tasse sulla bontà”) che però ha due diverse chiavi di lettura. Una è quella di leggerci che l’imposizione fiscale sul cittadino in carne ed ossa non può avere come cespite il compiere gesti di bontà. Una lettura che riafferma il principio connaturato alle democrazie liberali, che le attività del cuore rientrano nelle decisioni private e non nelle attività del convivere assoggettabili alla raccolta fiscale. La seconda lettura è leggerci che l’imposizione fiscale non può mai avere come cespite il compiere gesti di bontà.

Questa seconda lettura solleva non pochi né lievi problemi istituzionali, dal momento che include, oltre il cittadino, anche il mondo delle associazioni nelle varie forme e delle società commerciali e di capitali. Un mondo sovraindividuale in cui è impossibile fare riferimento alle attività del cuore delle decisioni private. Per cui le rispettive attività, comunque descritte, vanno assoggettate all’imposizione fiscale. Lo stesso dicasi per il possesso dei beni, la cui assoggettabilità è necessaria a prescindere dal tipo di proprietario e dalla destinazione d’uso.

La distinzione tra le due letture non è un fatto contabile. Nel caso del cittadino in carne ed ossa, il non assoggettare al fisco il gesto di bontà rimane una valutazione istituzionale, insita nel ruolo, al fine di agevolare gli interventi interindividuali dei cittadini più abbienti verso quelli meno abbienti. Nel caso associativo o societario, il non assoggettare il gesto di bontà trasferisce sull’associazione o società interessata, non solo il prestigio per la bontà espressa ma anche il vantaggio di minori oneri fiscali nell’esercizio dell’intera attività sociale, che inevitabilmente la irrobustiranno sia dal punto di vista economico sia quale operatore dell’assistenza sociale ai bisognosi. Ciò fa divenire quel soggetto un corpo intermedio di potere nei rapporti tra istituzioni e cittadini. E , interponendosi come potere, il corpo intermedio ostacola il meccanismo civile dell’individuare le responsabilità circa i problemi esistenti, i rimedi da prendere e i comportamenti tenuti. Il cardine della democrazia liberale è questo meccanismo di revisione in base alle procedure di controllo, non il buonismo.

Il governo ha annunciato di voler rivedere l’allineamento delle aliquote IRES da lui deciso per il Terzo Settore. Sarà bene lo faccia con molta cautela, al di là degli aggiustamenti di opportunità, per non smentire la linea adottata finora. Senza dubbio lo Stato ha molte lacune, ritardi e disfunzioni, ma non si risolvono simili problemi continuando a dare privilegi a corpi intermedi, che nei fatti, come prova l’esperienza, assomigliano alle elites dirigenti nel distacco dal cittadino che sceglie.

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