Sulla recensione del libro “Uno non vale uno”

La recensione del recente “Uno non vale uno” di Panarari redatta dal prof. Mannari, illustra con chiarezza, e penso con esattezza, il contenuto del libro. Premetto ciò perché non lo ho letto. Ciò detto, desidero commentare la tesi dell’autore sociologo che continua a diffondere una visione del populismo irreale. L’intento è criticarlo e invece lo agevola. Infatti il libro attacca il mito della democrazia diretta, richiamato dalla piattaforma Rousseau, e la disintermediazione, che per i populisti significherebbe arrivare al dunque. Però i populisti non hanno vinto per questi concetti, ma perché i cittadini hanno detto basta ai gruppi di governo e dei dirigenti che negli anni duemila non hanno saputo cogliere le esigenze del cittadino (soprattutto perché non lo hanno mai ascoltato, certi che la condiscendenza formale va bene ma che il distacco reale dal cittadino è un dovere di chi governa). Insomma, hanno reagito i cittadini dimenticati, che hanno ricordato come sia impossibile dimenticarli in una democrazia rappresentativa. Reazione che è un fatto positivo per la cultura liberale.

Oltre a questo limite non da poco, ci sono forti equivoci nei concetti utilizzati nel libro per la critica. Il principio della democrazia diretta è un errore grave di libertà nelle istituzioni con milioni di cittadini, ma ciò non cancella la distorsione della democrazia rappresentativa degli ultimi decenni, in cui le elites hanno preteso di fare da loro, addirittura tentando, nel 2016 , di stravolgere in tal senso la Costituzione. La questione politica è correggere il distorto uso della democrazia rappresentativa e può essere discussa, ma non oggetto di scandalo, la correzione dell’attuale governo consistente nell’allargare alla Democrazia Diretta la delega del Ministro ai Rapporti con il Parlamento. Perché la democrazia rappresentativa si irrobustisce introducendo meccanismi di contatto con i cittadini (e le proposte del Ministro sono in tal senso e non della democrazia diretta di nome e di fatto).

Inoltre è sbagliata la polemica del libro con la disintermediazione. Infatti, nella società italiana i corpi intermedi non funzionano come un raggrupparsi operativo di cittadini finalizzato a migliorarne l’autonomia individuale nella sovranità. Ormai funzionano trasferendo questa sovranità su di sé come enti crescentemente dotati di potere e di interessi diffusi. In pratica funzionano nel presupposto che il cittadino come tale non ha peso e deve incaricare altri di agire per suo conto. Ciò è il fossile del principio totalitario, che non tollera che la diversità dei singoli cittadini interferisca nei meccanismi della convivenza pubblica (un principio che ha infettato anche l’idea cooperativa). Dunque il ridimensionare i corpi intermedi è una necessità forte ed urgente della politica attuale.

Insomma, il libro richiama la necessità dell’aggregazione collettiva che il popolo non è di per sé in grado di dare. Mentre il tumore della convivenza sta nella pretesa di annullare l’individuo nel collettivo. Questa è la lotta coerente contro il populismo, che ha tale pretesa e pretende il popolo indistinto.

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