Persona, suddito, individuo

PAROLE DIVERSE , DIVERSE CULTURE POLITICHE

Una conferma ulteriore del fisiologico adattarsi della liberaldemocrazia ai problemi emergenti nella convivenza al passar del tempo, si ha esaminando i tre termini riferiti al singolo essere umano nei secoli: persona, suddito e individuo. Sono termini che, al di là del rispettivo significato corrente, esprimono concezioni profondamente diverse circa la funzione attribuitagli. Tratterò l’argomento suddividendolo in due parti: la prima una carrellata sull’origine e sull’uso dei tre termini, la seconda sugli sviluppi del prevalere del termine individuo negli ultimi tre secoli in campo istituzionale e in campo scientifico.

I tre termini

1.1 Il termine “persona”. Il primo termine – persona – ha radici antiche e fin dall’inizio indicava il singolo essere umano come complesso oggetto unitario al quale il destino assegna un ruolo nell’ambito della comunità di vita, invariabilmente ordinata in modo assai gerarchizzato (i diritti effettivi erano ristretti anche nelle città stato greche). Intorno al secondo secolo precedente l’era cristiana, gli stoici arrivarono a teorizzare che la persona non si manifestava solo nello svolgere il ruolo affidatole dal destino, ma acquisiva ulteriori caratteri con l’esperienza vissuta e il lavoro svolto. Il che faceva balenare l’accezione di singolo individuo. All’epoca, peraltro, la società non era imperniata (almeno abbastanza) sulle scelte autonome dei singoli cittadini; al più, vi era un ordine di cittadini dotato, per censo e tradizione, di certi diritti politici e civili mancanti agli altri ordini. Quindi, non esistendo il clima culturale adatto, il concetto di singolo individuo non venne approfondito e ancor meno diffuso.

Entrati poi nell’epoca cristiana (nonostante tra gli stoici ci fosse anche un importante imperatore romano), il termine persona accentuò l’identificarsi in ciascun vivente, di per sé distinto dagli altri ma inserito fermamente nell’ordine naturale del mondo, che da allora divenne la fede nella Trinità e nella incarnazione. Con questo significato, l’unità del Dio si articola in tre persone (la Trinità, composta da Dio, Gesù Verbo e Spirito Santo) e le due nature, quella divina e quella umana, si incarnano in una sola persona (Gesù Verbo). Lungo questa via venne accantonato per secoli il concetto di individuo che lo stoicismo aveva sfiorato e si irrobustì il principio secondo cui la persona usuale nel convivere è sottoposta a entità superiori rappresentate dalla Chiesa e dall’Imperatore (o dal re o dal principe o dalla figura titolare di ruoli analoghi) che operano le grandi scelte della società del momento. Alla persona come abitante della Terra non è lasciato spazio per decidere sul come vuol manifestarsi.

Le lotte tra la Chiesa e l’Imperatore si susseguirono per almeno un migliaio di anni modellando il corso delle vicende pubbliche. Tali contrasti, al di là delle diatribe sul privilegiare la dimensione spirituale o quella terrena, vertevano su quale fosse il modello più adatto per interpretare il mondo e quindi poter prevalere adottandolo nel governarlo. In sostanza ambedue i protagonisti aspiravano a trovare la chiave finale della convivenza così da garantirsi in via definitiva il potere. Nel frattempo, cresceva la consapevolezza dell’esistenza fisica delle persone , epperò considerando sempre il loro modo di essere sulla Terra un modo subordinato per natura. E siccome le lotte erano tra chi esercitava il potere, si dette maggiore importanza, nel definire la caratteristica dell’essere umano, a quale era il capo e quali erano i suoi seguaci. Quindi, da ambedue le parti, si usò sempre più il termine suddito, per indicare l’avere soggezione per chi comanda e, in modo allargato, il dipendere dalla sovranità di uno Stato in cui non si ha un ruolo diretto di componente attiva.

1.2 Il termine “suddito”. Anche questo termine appartiene ad una concezione istituzionale precontemporanea, nel senso di una concezione tradizionalista dell’umano, che, salvo ai privilegiati per natura o meriti di potere (qualunque ne sia l’origine), non da al singolo sulla Terra il diritto di contribuire a determinare le scelte relative alla zona ove vive con altri. Naturalmente lo scorrere della vita continuò a fare evolvere le cose. Cosicché dopo l’anno mille, progressivamente si svilupparono molto le attività economiche nonché artigianali, che fecero crescere i residenti nelle città nel cui centro (spesso recintato) presero a vivere cittadini di un nuovo tipo, i borghesi, dotati di specifiche libertà nel governo. Questa tendenza fece aumentare l’attenzione alle diverse modalità di esistere sulla Terra, ed esercitò una sorta di pressione sul clima dei rapporti di convivenza, sia sul versante dell’organizzazione statale che su quello religioso, tra l’altro nel medioevo parecchio intrecciati.

Il principio della libertà nel governo, pur iniziando ad influenzare i rapporti correnti con i sudditi, risultò ostico su ambedue i versanti. Però con reazioni diverse. Nel campo degli stati vi furono anche atti di accordo, come in Inghilterra la Magna Charta Libertatum, un provvedimento del 1215 con cui la corona concedette certi diritti ai nobili ribelli. Invece il potere ecclesiastico , per contrastare quel principio , dal 1184 formalizzò il proprio diritto esclusivo di giudicare il fondamento di tesi e di comportamenti religiosi dei sudditi, istituendo l’Inquisizione medioevale quale strumento operativo. Uno strumento rientrante nel concetto di religione come perfetto modello descrittivo della fede, tanto che l’obiettivo reale dell’Inquisizione restò sempre quello di conoscere con qualunque mezzo (anche la tortura) la verità sulle idee e sugli atti del suddito inquisito. Perché una volta che l’inquisito avesse detto la verità confessando la sua colpa (magari per sfuggire alla tortura) e con ciò confermato il suo assoggettarsi alla validità del precetto della fede, il resto perdeva importanza, divenendo una mera incombenza terrena affidata allo Stato (confisca dei beni e morte non escluse).

Un simile sistema (corredato dai roghi e dai libri messi all’indice) si protrasse per oltre sei secoli ma cominciò a creparsi a partire dai primi del 1500, anche sull’onda delle riflessioni innescate dal fervore letterario ed artistico dell’umanesimo rinascimentale. La riforma protestante di Lutero partì da forti critiche teologiche alle degenerazioni della Chiesa di Roma rispetto alla rivelazione divina, ma finì per toccarne il nucleo della gestione accentrata delle gerarchie fondata sull’autorità dei rappresentanti del Dio. Così nei fatti la riforma protestante vanificò il tentativo del Papa di frenare il suo diffondersi attraverso l’istituire a Roma l’universale Inquisizione del Santo Offizio (durata fin quasi ai giorni nostri) e insieme con il convocare il Concilio di Trento, divenuto poi per moltissimi decenni il bastione del contrasto cattolico ai protestanti.

Il movimento della riforma, picconando il criterio dell’unità nella verità, costituì nella sostanza un appoggio al principio dell’introdurre forme di autonomia nel gestire la religione della Chiesa ed anche nei fondamenti del potere terreno. Intanto, nel 1555, si arrivò ad una pace che fissava il principio per cui i sudditi avrebbero adottato la religione cattolica o luterana in base a quella praticata dal loro principe (e poco meno un secolo dopo, con un’altra pace, venne consolidato ed esteso). Ed accelerò nel corso del seicento la maturazione in Inghilterra dell’empirismo, una cultura che andava oltre la riforma religiosa e arrivava ad investire il modo di concepire la realtà, i rapporti con gli umani e le relazioni tra questi ultimi. L’effetto sul piano civile fu l’approvazione in Parlamento, dopo due rivoluzioni di cui la seconda incruenta, di “un atto che dichiara i diritti e le libertà dei sudditi” (1689), con cui venivano tolte a tutti i sudditi protestanti non anglicani le sanzioni per chi non seguiva la Chiesa Anglicana creata con lo scisma dal Vaticano voluto dal Re 50 anni prima. Sul piano concettuale più ampio, l’empirismo sostiene che ogni conoscenza deriva dall’esperimento e che ogni idea è il risultato di varie esperienze. Il principale esponente ne fu Locke con il suo Saggio sull’intelletto umano, frutto di un ventennio di lavoro.

1.3 Il termine “individuo”. Locke evita ogni contatto con la metafisica (son fuori della realtà esistente le idee innate, perché le idee derivano dall’esame dei fatti, ed anche il generale e l’universale, perché sono invenzioni dell’intelletto per esprimersi e illustrare il conosciuto) e procede con il metodo dell’analisi di ciò che nell’esaminare i fatti ogni individuo è capace di cogliere e di descrivere (la ragione non può avere l’autosufficienza del creare i suoi argomenti ed ha bisogno dell’astrarre dalla realtà i dati da combinare per relazionarli nella conoscenza delle cose apprese). Una simile impostazione – all’epoca innovativa in maniera radicale – si fonda sull’esperienza, diretta o tramite l’educazione, di ogni soggetto individuo e di conseguenza pone naturalmente al centro del convivere le condizioni che consentano all’individuo di avere quell’esperienza, vale a dire la libertà e il diritto di farla.

Con l’empirismo e Locke si da all’essere umano il ruolo pieno e consapevole indicato con il termine individuo. Il termine con cui Cicerone aveva tradotto la parola greca atomo, non tagliabile, cioè l’entità più piccola della materia secondo l’idea di Democrito. Ed è per questo che l’individuo venne trascurato per lunghissimo tempo: perché il concetto non corrispondeva alla radicata certezza che un individuo non potesse costituire il fondamento della vita pubblica sulla Terra e tanto meno determinarla. Locke dette inizio al filone dell’individualismo liberale, facendo capire che la libertà – già considerata auspicabile da molti anche prima (poiché visibilmente in grado di migliorare la condizione delle persone e dei sudditi) – era un aspetto chiave della convivenza appunto perché consente la massima espressione dei cittadini individui. Questo stretto legame trova conferma nella circostanza che, nello stesso clima politico culturale degli anni del libro di Locke, in Inghilterra si instaurò per la prima volta una monarchia parlamentare costituzionale nel quadro embrionale dei principi laici e liberali dello Stato di diritto. E per analoghi motivi, nella stessa epoca iniziò la grande espansione della scienza, che è anch’essa fondata sulla sperimentazione della ricerca portata avanti dagli individui e che si è moltiplicata fino ad oggi.

Coerentemente con la pluralità e il cambiamento di cui è portatore il metodo individuale, focalizzarsi sul cittadino individuo non fu un punto di arrivo, al di là dell’uso terminologico. Anzi, era per natura volto a non smettere di interrogarsi sui criteri con cui fosse possibile organizzare al meglio lo stare insieme tra cittadini diversi per poter affrontare i problemi sempre nuovi nel corso della vita, senza dimenticare gli insegnamenti del passato. Peraltro un compito simile non era e non è oggi facile.

Per almeno tre ragioni. Perché non è mai uguale la materia da affrontare nell’intento di costruire la libertà attraverso gli strumenti individuali del cittadino. Perché sono presenti di continuo pulsioni restauratrici, dovute sia all’interesse di chi ha perso i privilegi disponibili prima della libera critica, sia alla tremebonda pigrizia di chi teme un impegno insicuro ed ignoto nella novità. E perché il metodo individualistico riguarda non una sola persona o delle elites, ma deve rivolgersi a tutti gli individui che rientrano nell’ambito istituzionale e dunque per affermarsi richiede il tempo indispensabile a toccare il più possibile la mentalità di ciascuno di quelli potenzialmente da coinvolgere.

Inoltre va rilevata una questione essenziale. A differenza dei sistemi tradizionali nei quali conoscere e convivere sono strumenti di gestione del potere, al metodo individualistico non basta riuscire a prevalere in un dato momento. Infatti, siccome al passar del tempo di vita i cittadini che esso intende coinvolgere diventano fisicamente altri, il metodo individualistico deve per forza riproporsi di continuo ai cittadini sopraggiunti facendosi riscoprire. Il che rende il suo approccio critico sperimentale assai più complesso rispetto agli altri sistemi, la cui logica, oltretutto, è stata inserita a fondo, nei secoli precedenti, nelle abitudini più ingenue e più sbrigative della mentalità degli esseri umani.

Fatto sta che la metodologia individuale, una volta avviatone l’utilizzo concettuale, si è irrobustita ed espansa, da allora e fino ad oggi. Ponendo – è sempre più chiaro – una condizione tuttora da moltissimi o non percepita o trascurata. Questo metodo può assumere varie modalità, ma non può mai essere abbandonato nella sostanza. Pena il regredire dell’intero sistema all’antico affidarsi ad un’autorità di qualsiasi genere, la quale in breve tempo peggiorerà lo stato della convivenza umana nel campo politico e in quello scientifico.

Dal 1700 ad oggi con l’individuo

2.1 Il concetto di individuo. Non per caso, dalla fine ‘600 empirismo e metodo individuale continuano a crescere, sia nel campo istituzionale che in quello scientifico, ma non senza gravi sottovalutazioni, non senza ostacoli e non in modo lineare.

2.1.1 ……. cresce nel campo istituzionale. Dopo la rivoluzione inglese e il suo evolversi e dopo la guerra di indipendenza americana nell’ultima parte ‘700 contro l’Inghilterra (in sostanza per applicare i principi di autonomia introdotti in Inghilterra dall’empirismo e dal metodo individuale), vi fu la rivoluzione francese, tanto celebrata ma invero assai più confusa nel suo progressivo svolgersi e negli esiti. Le prodromiche attività dell’illuminismo rientravano nell’evolversi dei principi inglesi e lo stesso i primi tre anni della rivoluzione. Nel segno della libertà e della cittadinanza, vennero leggi di profonda trasformazione dell’antico regime. In seguito la rivoluzione, trascurando la necessaria maturazione civile e adottando, al posto del metodo individuale, il concetto della volontà generale (che non si identificava con il voto dei cittadini e che si supponeva ciascuno avesse a livello inconscio), deviò nettamente verso sviluppi affrettati imperniati sull’esaltazione egualitaria del popolo indistinto e non riprese mai gli indirizzi dell’impostazione iniziale.

2.1.2. L’ottocento. Nel XIX secolo, salvo che nel mondo anglosassone (basti pensare negli USA alla guerra di secessione contro la schiavitù o alla legge antimonopolio), il filone del metodo individuale crebbe poco sotto il profilo delle idee e forse ancor meno sotto quello delle istituzioni. Le pulsioni restauratrici furono diffuse, eccezion fatta per il diffondersi del principio di libertà dei popoli e delle nazioni. Caratteristico il caso dell’Italia, che sviluppò con successo un percorso di indipendenza sfruttando la favorevole congiuntura del disporre di uno statista sagace come Cavour. Nel processo di unità nazionale, venne avviata la separazione Stato Chiesa ma non affrontato in modo compiuto il far maturare negli italiani il principio concettuale (l’individuo) su cui la separazione si fonda. Del resto, in Europa, l’opposizione al metodo individuale fu ampia. Innanzitutto quella di matrice religiosa attivata dalla Chiesa cattolica contro lo Stato accaparratore, poi quella della conservazione restauratrice contro il ruolo del singolo cittadino che rompe l’immutabile tradizione di potere, e poi quella ideologica di due tipi, del vecchio tipo egualitario giacobino e del nuovo tipo marxista, dottrina che osserva le condizioni reali ma per risolverle si affida all’oligarchia classista, un’idea anti individualistica estranea al tempo.

2.1.3. Il novecento. Nel XX secolo è proseguito un andamento analogo. Però, l’ambiente culturale e sociale era ora inadatto all’immobilismo conservatore delle case imperiali o reali dominatrici dei Parlamenti. Ma neppure vi erano le condizioni per una risposta secondo l’empirismo individuale e la democrazia di tipo anglosassone. Così, vari partiti utilizzarono nuove teorie esaltanti per mobilitare le popolazioni, coprendo in realtà la solita vecchia logica di avere il modello risolutivo finale per tutti valido. E su questa linea anti individualista sono balzate in primo piano le tradizionali lotte di potere tra nazioni per questioni territoriali, le proposte della concezione marxista, alle quali si è aggiunto il totalitarismo leninista, poi l’autoritarismo fascista mussoliniano e in seguito la palingenesi nazista della razza ariana. Tutto ciò si è tradotto nel trentennio delle due guerre mondiali, da cui l’Europa uscì con il contributo determinante delle democrazie anglosassoni – e delle risorse degli USA ¬– ma senza risolvere il nesso tra libertà e metodo individuale, tanto che perdurò ancora per più di quaranta anni lo scontro (guerra fredda) tra i fautori della libertà dei cittadini nel governare e i fautori del governo del partito avanguardia delle masse popolari. Fino a che, alla prova della storia, il sistema libero fece un ulteriore passo avanti.

Nello stesso secolo, il metodo dell’individuo è cresciuto, seppur faticosamente, a livello del lavorio intellettuale (si pensi alle idee di Keynes sulla necessità che i vincitori di guerre non schiaccino l’economia dei vinti nonché su quella di garantire in ogni circostanza l’utilizzo di tutti i mezzi di produzione, a cominciare da quelli umani; oppure in Italia alle lezioni di Croce ed Einaudi, distinte ma convergenti nell’indicare nella libertà civile il fulcro della società) e soprattutto ha messo in moto il progetto dell’Europa.

2.1.4. Dalla CEE all’UE. L’Europa, con il suo sistema dell’a passo a passo, si richiama alla partecipazione tra diversi ed è la prima prospettiva al mondo di aggregazione progressiva di cittadini sulla loro libera quotidianità, non sul potere e non nell’ottica del mondialismo centralista (come invece fanno le Nazioni Unite).

Il processo della costruzione europea reale, dopo un lungo periodo di progressi, si è in pratica arrestato poco meno di trenta anni fa. Appunto quando, nell’euforia del definitivo fallimento dell’ideologia contraria alla libertà, passò l’idea che la storia era finita e che perciò l’Europa, allora neodefinitasi UE, poteva ben accelerare passando in pochi anni da 12 a 28 membri, a prescindere dalla effettiva convergenza dei nuovi membri sul livello di maturazione già raggiunto dal nucleo esistente. Soprattutto sul metodo partecipato non burocratico con cui era stato ottenuto quel livello, metodo costantemente attento a mantenere lo stretto contatto con i cittadini dei rispettivi paesi nel quadro di una concezione democratica simile, appunto nel non essere appiattita sullo statalismo antiindividualista.

Una riprova della cesura su questo piano è l’Euro, introdotto senza costruire prima i sottostanti meccanismi di collegamento economico con ciascuno degli Stati membri e dunque fatalmente destinato ad esprimere una concezione elitaria impositiva sui cittadini (che alla lunga avrebbe pesato sui più deboli). E quando nell’ultimo decennio la crisi finanziaria globale spingeva a riformarsi, è mancata la volontà politica di farlo (vedi unione bancaria e mercato dei capitali, nel rispetto delle diversità opertative). Tante belle parole ma non un dibattito vero su questa carenza tra i cittadini europei.

2.1.5. La democrazia liberale o rispetta il metodo o non è. Attualmente, le modalità del verificarsi dell’arresto involutivo del progetto Europa è la riprova lampante che empirismo e metodologia individuale non esauriscono mai la loro funzione e non possono arrestarsi in una sorta di magnifica belle epoque all’insegna del tutto va bene (purché si nascondano i problemi esistenti, non discutendoli con i cittadini). Comportandosi così – lo provano gli avvenimenti concreti – i cittadini alla fine protestano molto, innescando una reazione detta (erroneamente) populista, che sarà anche scomposta e irragionevole, ma è spontanea, convinta e non facilmente superabile, se non viene ricuperata credibilità mostrando comportamenti empirici con l’obiettivo di migliorare le condizioni dei rapporti individuali di vita. Evocare la democrazia liberale non serve, se si trascura il rapporto con i cittadini.

2.2.1. ……. cresce nel campo scientifico. Nell’arco degli ultimi tre secoli, il metodo empirico dell’individuo è continuato a crescere con risultati via via più esplosivi, che sono entrati anche nella vita quotidiana. La ragione è che la scienza è connaturata con l’esercizio del metodo critico individuale e con l’utilizzo dello sperimentare. Perciò nel funzionare li adotta in automatico, potenziando lo sforzo di conoscere. Ciò non toglie che anche in questo settore non siano mancati tentativi di tornare alla vecchia impostazione dei modelli fissi.

2.2.2. Il positivismo. Ci fu la tendenza a portare la scienza ad eternizzare sé stessa (magnificando la certezza di conoscere) e a ridimensionare la sua anima sperimentale. Il filone più consistente di questa tendenza fu per decenni dopo metà ‘800, il positivismo. Che appariva prendere le mosse da punti fermi del fare scienza: il sostegno al reale e non all’utopia, il perseguire l’utilità del pensiero e non la vaghezza, il cercare i contatti tra distinti punti di vista, il puntare a comprendere i meccanismi della natura. Così presentandosi come laico , contro la metafisica, aperto al progresso, fautore del riformismo, assertore dell’applicare le conquiste tecniche, al servizio dei cittadini, e quindi ostile alla mentalità religiosa e alle manie teoriche. Peraltro il positivismo non coglieva il punto cardine della scienza: il legame con il tempo fisico e con il cambiamento continuo (che poi sono la radice della centralità del metodo sperimentale e di quello individuale). Dunque il positivismo propendeva ad essere un nuovo dogmatismo in contrasto con l’anima della crescita scientifica. Finiva per condurre alla statica esaltazione (che è l’opposto dello stare ai fatti). E costituì, nell’epoca fine inizio secolo, il sottofondo culturale del clima di vita che, in apparenza perseguendo il contrario, fu l’incubatore delle tragiche lotte della prima metà ‘900.

Il positivismo venne travolto pure dal forte dinamismo della scienza medesima, che, con le sue conquiste serrate, rese arduo concepirla come un modello eterno. Basti richiamare alcune svolte fondamentali che hanno continuato a smantellare le vecchie credenze.

2.2.3. L’evoluzione. Il principio dell’evoluzione delle specie biologiche formulato da Darwin in base ad osservazioni dirette, provocò una completa revisione nell’approccio agli studi sugli esseri viventi , con effetti di rilievo ancor oggi. Una revisione fondata sull’introdurre il concetto della variabilità nel tempo dei viventi, seppur parziale, applicabile a tutti in modo assai variegato.

2.2.4. Relatività. Dopo arrivarono, sempre in base alle osservazioni dirette, i postulati enunciati da Einstein per la relatività ristretta (“Ogni moto è relativo” e “La velocità della luce è costante rispetto a qualunque osservatore”) e in seguito la relatività generale fondata sul principio di equivalenza (massa inerziale e massa gravitazionale sono indistinguibili). Tali principi portarono modifiche essenziali su concetti cardine (lunghezza, massa, tempo, spaziotempo ed energia). E nel complesso costituirono un’ulteriore spinta verso l’idea che al centro dell’universo ci fosse l’osservatore, cioè una forma di specifica diversità individuale.

2.2.5. Quantistica. La scoperta di Planck, sempre sperimentale – su cui lavorarono importantissimi scienziati per un trentennio – fece capire che, in determinati casi, l’energia non è qualcosa di continuo ma si manifesta in pacchetti discreti, i quanti, e che i suoi scambi avvengono per ogni frequenza solo secondo multipli interi del quanto di riferimento (ognuno dotato di un differente peso energetico). Da qui si concepì l’atomo circondato da una serie di orbitali ciascuno con un suo livello energetico e si afferrò che la parte più piccola del mondo non è l’atomo bensì il quanto (in seguito si scoprirà l’ancor più piccolo quark). Di conseguenza, a una dimensione microscopica, non valgono più le regole della meccanica classica sul moto, le misure non sono più determinate (perché dipendono da quale proprietà di vuol conoscere e con quale strumento si opera), vi sono aspetti in alcuni fenomeni fisici pseudo complementari (non verificabili in contemporanea ma inseparabili per descrivere il fenomeno) e le regole della gravità vengono sopraffatte da quelle elettromagnetiche dell’energia quantizzata. Dunque l’aumento della conoscenza ha dissolto la compatta continuità della natura fino ad allora ipotizzata e fatto crescere la mobilità legata al passar del tempo e alle situazioni specifiche.

2.2.6. Incompletezza. Altre svolte seguirono. Prima Godel provò due Teoremi di Incompletezza. Dimostravano come, nell’ambito della intuizione matematica, in un sistema formale non contradittorio, la contraddittorietà non è dimostrabile nel sistema (in estrema sintesi è impossibile una totale verità della ragione escludendo il rapporto con i sensi). Dunque crolla la concezione positivista che pensava di determinare tutto, seppure con la ragione al posto del divino. Inoltre, al passar dei decenni, continuarono ad emergere nuove conoscenze essenziali, sempre nella direzione dell’aumento del ruolo della sperimentazione e della diversità degli individui.

2.2.7. Falsificazione, statistica e computer quantico. Nella fine ‘900, le principali paiono essere state il Principio di Falsificazione di Popper (secondo cui il carattere distintivo e determinante della scienza sta nel fatto che possa essere sempre smentita da nuovi esperimenti; dunque le certezze della scienza sono solo provvisorie concettualmente e la mentalità sperimentale ineludibile) e il lavoro sperimentale di Prigogine (che, per avvicinarsi al tempo irreversibile del mondo reale, ha introdotto l’uso della statistica sulle traiettorie delle particelle in moto e così ancora escluso il deterministico positivismo e aperto al tener conto delle interazioni tra i singoli soggetti in quanto risultato complessivo). Dopo il 1980 Feynman avviò l‘uso di caratteristiche quantistiche nei calcoli svolti da un nuovo tipo di computer detto quantico, basato sul modo d’essere dell’elettrone, ad oggi pressoché realizzato con le tecniche di miniaturizzazione (qui l’unità di calcolo, superando la logica binaria delle due posizioni 1 e 0 fisse e mutuamente esclusive, include la probabilità nell’assumerle; ne deriva che esse partecipano di continuo al calcolo come sovrapponendosi o aggrovigliandosi e quindi il computer quantico può esaminare di continuo più di una coppia alla volta di posizioni effettive, e raggiungere una velocità enormemente maggiore nei calcoli; ottenendo, se ripetuto il calcolo, risultati identici per valore usabile, cioè non millimetricamente). Avere per strumento di calcolo il computer quantico, accrescerà moltissimo la possibilità operativa di ciascun individuo.

3. L’uso del metodo individuale nel domani. In base ai fatti, i liberali non possano che ritenere il termine individuo la sola, delle tre parole qui esaminate, corrispondente alle caratteristiche per loro irrinunciabili. L’individuo è centrale perché non è isolato in sé ed esprime la propria autonomia in interrelazione con gli altri. Tale metodo non solo emerge dall’esperienza storica, ma, stabilendo un nesso con il passar del tempo, costituisce l’unica impostazione costruttiva per affrontare le sfide del mondo d’oggi e di domani.

3.1. Idee passatiste. Persona e suddito esprimono concezioni passatiste del cittadino visto subordinato ad una autorità superiore. Non è un caso che, mentre il termine suddito non è più usato in riferimento all’oggi, nel linguaggio di certi ambienti della Chiesa o connessi, continui a far capolino la parola persona: perché, sapendo che la caratteristica del termine persona è la sottomissione, usandola intende suggerire che debba esserlo anche il singolo civile. Al fondo la persona è comprensiva di suddito. Storicamente la cultura italiana ha una matrice religiosa, che la rende incline ad assegnare codici sociali di moralità, nell’ottica di un conformismo civile incapace di esprimere i valori dell’individuo.

3.2. Individuo e cittadino. In Italia è essenziale diffondere con caparbia insistenza il termine individuo così da agevolare il sottostante individualismo metodologico e la relazione interindividuale. Qui sta la radice coerente del concetto di diritti, legato in modo indissolubile al diritto di ciascuno dei singoli componenti qualsiasi gruppo di darsi valori di comportamento e di fare scelte mediante il conflitto secondo le regole. E’ un ossimoro parlare di diritti collettivi, poiché questo diritto di ogni individuo non si può porre ai voti, essendo il fondamento di una democrazia laica consapevole della convivenza tra diversi.

Analogamente è un ossimoro pensare ai diritti come una questione di natura e sganciata dai reali comportamenti di libertà e di democrazia (imperniati sul cittadino) che li hanno resi possibili e che servono tuttora a farli proseguire. La libertà di ciascuno nella convivenza è una costruzione umana, non un diritto. Come argomenta la scienza, il determinismo è possibile solo in riferimento al passato e non per quanto attiene al futuro. L’aspirazione a far sì che i diritti individuali possano fare a meno dell’essere cittadino di uno Stato è contraddittoria rispetto al cittadino ed utopica rispetto agli avvenimenti sperimentati. Contraddittoria perché solo il cittadino può contribuire a darsi le regole istituzionali per relazionarsi con gli altri; utopica perché mai è esistito un diritto sganciato da un accordo di convivenza civile e non v’è indizio che mai possa esserci. Insomma, tale aspirazione è una tipica aspirazione negazionista del rapporto con gli altri, che intende il diritto come un qualcosa che dovrebbe esistere a prescindere da ogni costruzione pubblica umana delle condizioni di libertà. E’ la fuga dalla realtà fomentata da certi distorti spiriti religiosi o ideologici (anche a fini di vantaggi terreni). Una fuga dalla realtà che è contro gli individui e che infatti è fautrice degli enti sovranazionali e delle organizzazioni dette umanitarie, impersonificanti il sogno di poter distaccarsi dal cittadino individuo.

3.3. Due tipi di sfide. Al giorno d’oggi chi sostiene il criterio dell’individuo, ha di fronte delle sfide di principio che sono di due tipologie. Quella delle sfide ricorrenti (portate dal mondo non fondamentalista oppure da quello fondamentalista) e quella dei nodi più contingenti. Le sfide ricorrenti del mondo non fondamentalista contestano direttamente, ancora una volta, il diritto al privato individuale, con vecchi e nuovi argomenti. Contro di esse occorre impegnarsi con attenzione al fine di preservarlo vistane l’efficacia storica. Oggi, si tratta di fronteggiare normativamente gli attacchi continui dell’improprio utilizzo tecnologico della gran massa di dati sensibili raggiungibili via elettronica, che altrimenti può creare gravi danni, limitando l’efficacia dei contributi individuali. Vi sono poi le sfide ricorrenti prodotte dal mondo fondamentalista, le quali non contrastano l’individuo in sé ma l’individuo che non è credente islamico, e tentano di eliminare fisicamente dalla Terra tale diversità mediante attentati ovunque. Insomma vogliono una nuova forma di blocco indistinto. I fatti hanno confermato la (prevedibile) impossibilità di fronteggiare la sfida fondamentalista con i metodi tradizionali della guerra fisica e basta. I fondamentalisti agiscono per mezzo di una guerra d’attrito fatta da reticoli di attentatori solitari, che, sfruttando la loro poca considerazione per la vita umana, intende diffondere paura e insicurezza con l‘obiettivo di minare la fiducia nelle istituzioni create per consentire lo stile di vita libero. Dunque l’antidoto sta nei principi. Sta nel reagire, piuttosto che con l’antica modalità delle armi, con l’incrollabile conferma dei valori di libertà, fondati sulla diversità individuale e sulle interrelazioni che sperimentano di continuo le cose e che così inducono la maggior probabilità di sicurezza (la certezza è sempre una illusione).

3.4. I corpi intermedi. La tipologia dei nodi più contingenti, oggi ne mostra due da sciogliere. Uno è rendere minimo il frapporsi dei corpi intermedi nel rapporto tra governo e cittadinanza nell’ambito istituzionale. Infatti questi corpi intermedi non funzionano come un raggrupparsi operativo di cittadini finalizzato a migliorane l’autonomia individuale nella sovranità. Funzionano trasferendo questa sovranità su di sé come enti crescentemente dotati di potere. In pratica funzionano nel presupposto che il cittadino come tale non può aver peso e deve incaricare altri (appunto il corpo intermedio) di agire per suo conto. E ciò non per caso. Sul versante religioso , tale comportamento è frutto della radicata diffidenza della Chiesa verso il concetto di Stato e la sua adozione, visti quale pericolo per il riconoscimento della verità di Dio e quale grave ostacolo all’unità dei cattolici posto dalla diversità individuale dei cittadini. Sul versante ideologico, tale comportamento è il fossile della prassi del principio totalitario, che pone tutto nelle mani dello Stato e che non può tollerare che la diversità dei singoli cittadini interferisca nei meccanismi della gestione della convivenza pubblica (un principio che ha infettato anche l’idea cooperativa).

3.5. Cosa asfissia lo spirito critico. Il secondo nodo è trovare provvedimenti adatti ad aggiustare i meccanismi assai distorti, da un lato della televisione (ed anche da un certo giornalismo) e dall’altro dei mezzi di comunicazione via internet. In ambedue i casi, la distorsione soffoca il senso critico individuale in gran parte dei fruitori, con ciò innescando una regressione nell’effettiva consapevolezza del cittadino (indispensabile nei processi di conoscenza e in quelli politici improntati alla libertà). Però nei due casi i tipi di distorsione sono differenti.

La distorsione in TV deriva dal modo in cui sono concepiti i programmi, per sorprendere, per emozionare, per illudere, per far sembrare certa e riducibile all’attimo presente ogni notizia. Inducendo così una percezione del tutto inesatta della realtà, aggravata da un insufficiente pluralismo editoriale foriero di un’informazione incline al conformismo. La distorsione di un certo giornalismo deriva dalla sua mutazione professionale, per cui al posto dell’informare punta ad indottrinare secondo le mode prevalenti. Il che priva il cittadino di una primaria fonte di accesso quotidiano alle notizie dei fatti (ed è un motivo ulteriore per non diffondere sciocchezze come l’affermare che la casta dei giornalisti sarebbe il baluardo della democrazia, quasi che una casta potesse impegnarsi per il cittadino individuo).

Invece la distorsione via internet non dipende dalla configurazione delle varie piattaforme (che è un meccanismo tecnico, a parte la frequente poca trasparenza a fini di lucro) ma dal come si naviga attraverso le piattaforme, scegliendo di reagire a caldo, di estremizzare ogni punto di vista, di esagerarlo per renderlo più accattivante. La diffusione dei messaggi è velocissima ed il nuovo modo di comunicare salta il giudizio del senso critico. Sono urgenti tre cose. Applicare anche al web le norme usuali del mondo reale, però introducendo una drastica riduzione dell’età di punibilità per i reati conseguenti il navigare in rete e impedendo i monopoli dei gestori (favoriti dalla mancanza di tassazione). Combattere l’anonimato assoluto che può coprire gli atti della navigazione. E dedicarsi al maturare dell’individuo che è tale in quanto è cittadino del mondo (e ne rispetta le regole) e non in quanto asserragliato in una torre d’avorio sua o di un ristretto clan di conoscenti dediti a scambiarsi mi piace alla ricerca di illusori privilegi.

4 . Conclusione. E’ indispensabile che il mondo liberale e laico dismetta sempre più l’inclinazione autocelebrativa dei fasti di ieri e potenzi l’osservare ciò che avviene nelle condizioni della convivenza (vale a dire l’insieme dei risultati effettivi del complesso dei provvedimenti assunti in precedenza). L’obiettivo è rilevare gli ostacoli oggi frapposti al cittadino individuo e proporre come rimuoverli. E’ un atteggiamento non occasionale da tenere di continuo se si vuole una democrazia liberale vivente.

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