Ricette potenzialmente non conflittuali (a Maurizio Molinari)

Caro Direttore,
Il Suo editoriale illustra con chiarezza, come al solito, due strategie politiche suggerite da due gruppi di professori, una inglese e due americani. Tuttavia si impernia su un concetto che trovo depistante: le due proposte sarebbero conflittuali tra di loro. Invece, le proposte in sé non lo sono mentre sono conflittuali le concezioni da cui rispettivamente derivano. Confondere i due piani rende impossibile, nell’era della globalizzazione, la cura di quelle inefficaci gestioni istituzionali dominate dal conformismo di potere, che sono all’origine delle diseguaglianze tra i cittadini divenute il nucleo della rivolta nel voto, detta impropriamente populista.

La ricetta (della Dhingra) di adattare la forza lavoro o riqualificando al rientro sul mercato o preparando i giovani alle sfide del prossimo domani, non confligge con l’altra ricetta (di Posner e di Weil) di aggredire con leggi e regolamenti le grandi corporations leader della globalizzazione per redistribuire la ricchezza e per avere meno squilibri. Si tratta di due ricette che possono ambedue stare in tavola. Purché si interpreti la diseguaglianza in un senso adeguato al mondo odierno e purché si vada al di là delle vecchie concezioni sottostanti.

Trattare della disuguaglianza, non significa ritornare all’uguaglianza dei cittadini quali individui, predicata dal sinistrismo ideologico e religioso (che fa dire all’art.3 della Costituzione una cosa contro la diversità dei cittadini che non dice affatto). La diseguaglianza oggi alla ribalta non è quella dei cittadini come individui – gli uguali diritti legali di cittadino sono abbastanza soddisfatti – quanto le condizioni di vita individuali percepite oggi irrinunciabili in occidente. E non riassumibili nella disuguaglianza tra singoli individui bensì nella disuguaglianza individuale rispetto ai diritti di cittadinanza che ciascuno si aspetta. Discende dalla disattenzione delle istituzioni all’assicurare al cittadino un livello di vita adeguato e a bloccare l’impoverimento delle sue condizioni. Per quanto invece riguarda l’andare oltre le vecchie concezioni base delle due ricette, significa per la prima ricetta, smetterla con lo Stato interventista che vorrebbe determinare la realtà economica elargendo i bisogni a cittadini fatti con lo stampino, e, per la seconda, smetterla con lo Stato dedito solo a dettare norme senza valutare il loro rispetto nelle relazioni interpersonali nonché l’efficacia nelle condizioni civili indotte.
Dando il senso corretto alla lotta alla disuguaglianza e andando oltre le vecchie concezioni, allora le due ricette da Lei trattate non sono conflittuali e la scelta tra di loro non è il bivio tra Stato visionario e Stato repressivo. La convivenza liberaldemocratica ha costruito lo Stato come strumento in mano ai cittadini per compiere di continuo le scelte indispensabili per rendere migliori le condizioni di vita. Il che non esclude errori ma, ripetendo le scelte nel tempo, consente di correggerli. Comunque, in molti paesi occidentali, chi ha governato ha finito per far prevalere l’interesse a gestire il potere sull’attenzione alle condizioni dei cittadini governati. E i cittadini, dopo aver sopportato di tutto troppo a lungo, hanno concluso che era necessario mandare a casa i vecchi gestori. Cosa che con il populismo reale non c’entra.
Gli studi citati nel Suo articolo sono importanti e devono essere seguiti. Ma per essere messi alla prova, non per trovare una ricetta armonizzatrice una volta per tutte. L’unico sistema efficace è quello del confronto democratico tra cittadini liberi e con uguali diritti legali per individuare a passo a passo il risultato più funzionante per una convivenza soddisfacente. E la globalizzazione ha accelerato la messa a nudo dei privilegi.

Questa voce è stata pubblicata in LETTERE (tutte), su questioni economiche, su questioni politiche e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.