In Irlanda e Danimarca un maggio laico

Scritto per l rivista NON CREDO n. 56, rubrica Disputationes

Lo scorso maggio, in Irlanda e in Danimarca, vi sono stati due avvenimenti di impronta laica, tra loro diversi ma convergenti nell’indicazione.

Il primo è stato in Irlanda. Con il 66,4% dei voti è stato approvato il referendum per decidere se abolire un emendamento del 1983 alla Costituzione (equiparante il “diritto alla vita del nascituro” al “diritto alla vita della madre” , quindi divieto di aborto anche in caso di stupro o incesto e pure in presenza di una grave anomalia fetale, salvo, dal 2013 , il reale rischio di vita della donna). Il risultato è assai significativo, specie tenuto conto che l’Irlanda è cattolica all’ 80% , che i movimenti per la vita si sono impegnati molto e che la Chiesa cattolica ha invitato a votare contro.

Nel 1983 la legge era stata approvata sotto la spinta dei gruppi antiaborto (non parlamentari) e della fitta rete di ecclesiastici, uniti nel sostenere la certezza dei valori della vita. Così le donne irlandesi, se volevano cessare una gravidanza, erano costrette a costosi viaggi in Gran Bretagna o comunque all’estero (per di più di nascosto o quasi, per evitare il disdoro sociale). In seguito i rapporti interpersonali sono divenuti più fluidi, più agevole l’accesso all’informazione verso altri Paesi ed è diminuita la credibilità della Chiesa cattolica, per i numerosi scandali di abusi sui bambini. Oggi la lunga esperienza ha indotto gli irlandesi a rimettere nelle mani delle donne il decidere o no di interrompere la gravidanza. Così il Parlamento di Dublino potrà varare nei prossimi mesi la nuova normativa sull’aborto, la cui elaborazione è già in corso.

Qualche giorno dopo il voto irlandese, il 31 maggio, in Danimarca, è stata approvata in Parlamento (75 voti a favore e 30 contrari) la legge che vieta di indossare negli spazi pubblici indumenti che coprono il viso salvo gli occhi (il niqab) o che coprono l’intero corpo lasciando una sorta di grata per gli occhi (il burqa). Una legge analoga a quelle già esistenti in Francia, in Belgio, in Austria. Il governo ha osservato che “il provvedimento non prende di mira alcuna religione” e che “il Parlamento ha detto molto chiaramente che il burqa e il niqab sono incompatibili con la nostra cultura”.

Ambedue gli avvenimenti ruotano sul principio espresso dal governo danese e che rientra nei concetti base dell’essere laici. Per i laici, la convivenza civile funziona tanto meglio quanto più riesce a far esprimere tutti gli individui, non solo alcuni. Ciò equivale ad accettare due punti: che i cittadini sono per natura ciascuno diverso e che il prevalente fine civile dei laici è promuovere tale diversità mediante l’uso in ogni individuo del senso critico, dello stare ai fatti concreti e della tolleranza per ogni altro da sé. Ne consegue che i laici non perseguono mai né il conformismo sociale né l’uguaglianza al di fuori dei diritti legali di ciascuno. Le decisioni e lo stile di vita spettano solo al cittadino interessato, finché non arrecano danno materiale agli altri. Perciò le regole, indispensabili per convivere, i laici le concepiscono appunto per rendere possibile la convivenza tra diversi e non per espandere (o addirittura imporre) uno stesso modo di vivere. Da qui, in materia di scelta di abortire oppure no, la legge laica può essere solo una legge di facoltà, non una legge impositiva né in un senso né nell’altro. E in materia dello stare negli spazi pubblici, ove il convivere si materializza quotidianamente, la legge laica garantisce la reciproca riconoscibilità (che è la premessa del vivere insieme in modo davvero non violento) e non impone ad alcuno questo o quell’abbigliamento.

Tale carattere della laicità non è una specie di verità rivelata ma è frutto dell’esperienza, che nel tempo ha messo a fuoco le condizioni per renderlo concreto. Dalla medesima esperienza si impara anche che neppure tali condizioni possono essere imposte in giro da chi le ha messe a fuoco. Quindi per mantenerle vive, è indispensabile l’impegno di ogni laico per rinverdire di continuo tra la gente la necessità di rifarsi a quanto è frutto dell’esperienza. Perché , proprio in quanto i cittadini restano sempre diversi al passare del tempo, continueranno ad esistere gruppi che non si riconoscono nell’esperienza e si impegnano a negarla. Che vanno confutati.
La cultura laica è consapevole che la conquista della laicità non può mai essere definitiva. E’ indispensabile un costante impegno dei laici per sostenere nello spazio pubblico la decisiva importanza di leggi e di comportamenti a favore di condizioni giuridiche ed economiche prodotte dal cittadino nella sua diversità di vita quotidiana. Tale mobilitazione è richiesta pure dalle reazioni provocate dai successi in Irlanda e in Danimarca.
In Irlanda, sono in corso forti proteste all’interno della Chiesa che quindi non riguardano i laici. Ci sono però altre affermazioni della Chiesa irlandese contro i fedeli che scelgono di rispettare solo le parti condivise della dottrina. Qui, i laici sono assai coinvolti nel sostegno all’intangibile diritto del cittadino di vivere la propria fede come ritiene opportuno. Anche in Italia, i laici dovranno attivarsi, visto che il Movimento per la Vita sta conducendo una campagna integralista sul referendum irlandese. Riprende le parole di un loro convegno di 30 anni fa, secondo cui la legalizzazione dell’aborto corrompe la cultura europea , poiché la forza è nella verità e non nel numero. E sostiene che, per restituire l’anima all’Europa, occorre riconoscere che ogni figlio è un essere umano fin dal concepimento. I laici non possono restare inerti ed accettare che la vita civile sia influenzata da questi concetti che sono pericolosi in quanto fanno regredire la libera convivenza. Come è pericoloso lasciare che la (in sé normale) obiezione di coscienza degli operatori sanitari venga usata come mezzo per impedire alle strutture pubbliche di eseguire l’aborto loro richiesto.
Quanto alle polemiche sul caso danese, sono più diffuse forse perché il tema del burqa, più recente, è meno compreso. Il contrasto verte sull’assunto che vietare il burqa imporrebbe restrizioni all’abbigliamento delle musulmane. Questa linea è tracciata con decisione , ad esempio, da Amnesty International Europa e anche dal TgCom24in Italia. Il direttore di Amnesty International Europa, ha sostenuto che “tutte le donne dovrebbero essere libere di vestirsi come credono e secondo le loro identità religiose” e che la legge “le criminalizza per le loro scelte”. E il TgCom24 ha dato la notizia della legge inquadrandola in una medesima critica.
Anche sul tema del burqa in pubblico, è indispensabile l’impegno laico. Che deve ribadire come la libertà di abbigliamento spetti al singolo cittadino ma senza negare le conseguenze verso gli altri indotte dall’esercitarlo in luoghi pubblici. Altrimenti il luogo di convivenza diventerebbe una giungla. Nascondere il viso e non farsi riconoscere, impedisce il rapporto tra i cittadini e li trasforma in atomi senza reciproca relazione. Se non è più possibile attribuire ad una maschera la responsabilità dei suoi atti, non esiste più libertà civile per nessuno. Non solo. E’ assurda anche l’altra tesi dei sostenitori della presunta illiberalità della norma antiburqa, secondo cui, nei paesi ove è stata adottata, non avrebbe fermato il terrorismo islamista. Al contrario. Accettare il burqa in pubblico (che è solo il prodotto di arcaiche usanze tribali) equivale a far regredire le nostre società a quel livello tribale. Ogni laico si impegni per diffondere le comprovate ragioni del vietare il burqa in pubblico.

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