Cosa manca nel contratto (a Maurizio Ferrera)

Ho letto solo stamani la Sua nuova mail, e sono contento di proseguire nella discussione, così da mettere sempre più in chiaro i punti del nostro dissenso sul come fare la diagnosi (seppur di massima) della attuale situazione politica in Italia.

Parto dal dato di fatto che per i liberali – dopo l’epoca in cui era naturale, per inerzia, usare a sproposito il termine popolo – il governo non è mai del “popolo” ma dei cittadini. Era già chiaro una novantina di anni fa, che per i liberali le masse non sono mai masse, ma tanti individui che convivono: soprattutto perché lo mostra la sperimentazione storica. Stando così le cose, il governo dei cittadini individui compie le grandi scelte di indirizzo politico sul convivere e spetta ai rappresentanti eletti dai cittadini l’esercitare materialmente il governo per realizzare quegli indirizzi. La questione del “senza mandato imperativo” non riguarda i grandi indirizzi ma solo il criterio con cui i rappresentanti devono esercitare il loro senso critico e le loro esperienze nel trovare le modalità attuative. Appunto per questo è importantissimo prevedere la mancanza di mandato imperativo, quale garanzia per non far dilagare il conformismo del partito o del capo, che di per sé contraddirebbe il governo del cittadino.

Da qui deriva che la selezione da parte dei cittadini delle persone chiamate a rappresentarli, non avviene affatto “se non sulla base di qualità” personali o generiche bensì , prima di tutto, sulle idee e sui progetti che i candidati propongono e solo dopo sulle specificità personali. Lei scrive che nel governare i rappresentanti devono prendere il posto dei cittadini sui problemi nuovi ed imprevedibili, ma ciò avviene perché è ineliminabile lo sfasamento temporale elezoni – durata della legislatura. Però, in ogni caso la direzione deve restare quella dell’indiirizo politico culturale dato al momento dell’elezione. Quando si dimentica questo meccanismo e si trasforma il parlamento in un club di privilegiati che rispondono a sé stessi, si innesca un meccanismo pericolosissimo per la libertà (e quindi per la democrazia). Del che esistono molti esempi storici. Per evitare una simile deriva, sono stati fatti aggiustamenti al parlamentarismo club, tipo il referendum abrogativo e quello dell’art.138, utili per raccordare più strettamente l’attività parlamentare e il cittadino (circostanza che si è dimostrata efficacissima per sconfiggere le posizioni oligarchiche, dal primo referendum sul divorzio all’ultimo sulla proposta del governo restrittiva delle libertà rappresentative) e non embrione di un meccanismo di democrazia diretta.

Il rapporto del liberalismo con le elites da Lei evocato, va benissimo se riferito alle elites private. Perché i liberali , per natura empirici, non accettano che nelle istituzioni repubblicane esistano gruppi elitari dediti ad autoperpetuarsi a prescindere dai cittadini. Infatti Sartori parlava di poliarchia di merito, con ciò evocando tra i parametri poliarchici il merito, che concerne la capacità di valutare i fatti e la realtà (e che è il criterio liberale della politica per convivere) e che funziona assai meglio e più rapidamente quando gli sperimentatori sono tutti i cittadini. Su questo siamo d’accordo. Ma allora nel fare la diagnosi della realtà odierna, mi pare indispensabile non confondere le sciocchezze di vario genere espresse dai nuovi eletti, con il giudizio motivatamente assai negativo che gli elettori hanno dato il 4 marzo (anche se, pur di darlo, hanno trascurato di fare attenzione alla preparazione di chi stavano votando).
Per questo, ripeto, ritengo importante far emergere nel Contratto M5S – Lega la reale mancanza (la strumentazione operativa) , non attardandosi su altre questioni fuorvianti rispetto al nucleo. Perché se ci si oppone al possibile nuovo governo in quanto reo di aver sconfitto i vecchi detentori del potere (facendo intendere che le cose andavano meglio perché avevano più pratica), si nega la giustificata disperazione civile (che ancor oggi risulta essere in netta maggioranza dalla parte del M5S-Lega), si toglie incisività alla critiche motivate al nuovo governo e non si contribuisce all’evoluzione liberale e democratica del cambiamento possibile oggi con il governo indicato dai cittadini.

Cordiali saluti

RM

Grazie. Però ancora dissento. Il connubio liberalismo e democrazia ha portato alla teoria e prassi della rappresentanza: il governo del popolo, ma da parte dei suoi rappresentanti, senza mandato imperativo. In base a quali criteri i cittadini dovrebbero selezionare i rappresentanti se non sulla base di ‘qualità’ che li rendono affidabili nell’azione responsabile di governo? Nella quale i rappresentanti DEVONO prendere il posto dei cittadini, occupandosi a tempo pieno di sfide e problemi spesso nuovi e imprevedibili.

Il liberalismo non diffida delle élite, vuole solo assicurarsi che esercitino il potere entro limiti prestabiliti. Come diceva Sartori, normativamente la liberal-democrazia deve essere una ‘poliarchia di merito’. E’ il populismo che è ingenuamente anti-elitista (i rappresentanti come meri ‘portavoce’, ma scherziamo?).

Se poi le élite si comportano bene o male è questione empirica, che va accertata senza pre-giudizi e generalizzazioni. Anche i rappresentanti, come i cittadini che li eleggono, sono ‘legni storti’ (Kant): liberalismo vuol dire anche realismo, contezza delle imperfezioni del mondo e al tempo stesso impegno a migliorare per prove ed errori.

Comunque ora avremo modo di constatare se portavoce, uomini nuovi, consultazioni online sapranno dare una risposta a quella che lei chiama disperazione civile…

Grazie di nuovo e cordiali saluti, MF

La ringrazio anch’io della replica. E replico a mia volta dicendo che non confondo affatto democrazia e liberalismo, tanto che non uso mai il concetto e le parole “popolo dei cittadini” ma il termine e il concetto di cittadino (individuo).

Il liberalismo si fonda sulla diversità del cittadino individuo, che promuove e tutela in ogni modo riesce a fare, a cominciare dalla libertà nella convivenza. Non a caso il suffragio universale è venuto dopo, quando ha colto la funzione del dare più sovranità al cittadino. E non a caso molti democratici si entusiasmano del suffragio universale, continuando a dimenticare che esso ha un senso coerente solo basandosi sul cittadino e che quindi dal cittadino non può prescindere (come vorrebbe la dittatura delle maggioranze, anche nella versione attenuata del conformismo di potere ). Analogamente peraltro, se il liberalismo pensasse che le elites più preparate e capaci rispetto a molti individui (e oggi a moltissimi dei loro rappresentanti) possano prendere il posto politico del cittadino, contraddirebbe nel profondo la propria natura e il proprio merito. Merito che non è aver eretto un presunto sistema bensì aver proposto il metodo individuale del cittadino e l’uso del suo senso critico nell’osservare i fatti in connessione al risultati e al passar del tempo. Riuscendo così a promuovere il cambiamento delle regole e delle istituzioni per accrescere la libertà del cittadino nel convivere (circostanza riscontrata dall’esperienza storica).

Insomma. Il populismo attuale deriva in larga parte dalla inadeguatezza dei gruppi dirigenti che hanno perso il senso della dinamica funzionale del metodo liberale di governo, o per ignoranza o per interesse. Per questo, come ho scritto nella mia mail precedente, ritengo importante far emergere la reale mancanza di strumentazione nel Contratto M5S – Lega. Che è figlio della disperazione civile per il cattivo governo dei gestori, più che prodotto da sottili teorie ideologiche di chi ne è fautore.

Cordialità RM

Il giorno 19 mag 2018, alle ore 10:22, MAURIZIO FERRERA ha scritto:

Grazie dell’attenzione e dei commenti. Ma lei confonde democrazia e liberalismo. Il secondo è protezione costituzionale dei diritti di tutti, rispetto della rule of law, pesi e contrappesi e salvaguardia del pluralismo. Se la democrazia esalta la ‘responsivita’ alle maggioranze, il liberalismo (che è nato molto prima del suffragio universale) richiama alla responsabilità e alla moderazione. Il continuo riferimento al ‘popolo dei cittadini’, definito solo per contrapposizione a ‘élite’ corrotte o tecnocratiche, è il tratto distintivo del populismo.

Quanto alla mancanza di indicazioni su strumenti e coperture, concordo che sia un fatto gravissimo. Non solo perché dimostra superficialità e impreparazione, ma, appunto, perché segnale inequivocabile di irresponsabilità. Nei confronti di tutti e in dispregio alla Costituzione.
Cordialmente, MF

Inviato da iPhone

Il giorno 19 mag 2018, alle ore 09:51, rmfdl ha scritto:

Caro Ferrera,

presa alla lettera la tesi di fondo del pezzo sul Contratto che non basta, è realistica (e perciò rientra nell’impostazione liberale), ma le sue argomentazioni esulano dalla logica liberale (e dunque non fanno emergere la carenza vera).

Ciò deriva dal fatto che non si considerano le ragioni del grosso successo di M5S e Lega il 4 marzo, per cui il successo lo riconosci ma non ne riconosci le conseguenze, e cioè che sia fisiologico l’intento dei due di assecondare la spinta al cambiamento scelta dagli elettori. Non considerando le ragioni, ti dedichi ad una dissertazione sul cambiamento estranea al campo liberale. All’interrogativo che poni ( “per il bene di chi, esattamente?”), non dai l’ovvia risposta dei liberali (per il bene dei cittadini che hanno scelto e così tradotta l’indicazione democratica per una politica nuova) bensì richiami l’esigenza di contentare circa il 49% dei cittadini che hanno votato altrimenti preferendo altri bisogni. Tu la chiami “responsabilità nei confronti di tutti”, ma in realtà è il modo solidaristico di intendere la funzione di governo, in termini non liberali.

La democrazia liberale non è stata affatto inventata per evitare la “tirannia delle maggioranze”, ma per dare, sui problemi del convivere, la scelta determinante al cittadino (facendolo votare spesso). E dandola, la democrazia liberale evita anche la dittatura delle maggioranze, senza cadere nella gravissima incoerenza (mantra dei solidaristi d’ogni tipo) di voler contentare sempre tutti e di non fare le scelte.

A me pare che non partire dal motivo essenziale del voto del 4 marzo, implica sorvolare sulla comprovata incapacità dei due partiti dominanti negli ultimi decenni di governare l’Italia per conto dei suoi cittadini (non a caso i due si sono ingegnati negli ultimi ’70 giorni per rendere impossibile il concretarsi del voto). E quindi sottovalutare che nella democrazia liberale è indispensabile governare con comportamenti adeguati ai problemi concreti esistenti e non con i desideri, con le promesse e con la presunzione che gli esperti del potere sappiano quel che va scelto, a Roma come a Bruxelles.

Un siffatto difetto nel meccanismo dell’argomentazione è la fonte del mancato emergere della carenza vera nell’attuale contratto. La carenza vera è che, ancora una volta, il programma di governo si riduce ad esprimere cosa M5S e Lega vogliono fare insieme e non affronta il tema decisivo di quali passi compiere per riuscirci. L’esperienza insegna che limitarsi ad esporre bandiere e proclami, fa restare nella logica dei gestori di potere che illudono i cittadini. Oggi mi pare sia molto pericoloso trovarsi di fronte ad un nuovo fallimento istituzionale. Si rischia la corsa all’affidarsi a speranze salvifiche.

Cordialità

Raffaello Morelli

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