Formare sudditi oppure cittadini

L’articolo di Stefano Adami è una fondatissima denuncia dell’incapacità di reagire agli episodi di violenza oggi molto frequenti nelle scuole italiane. La scuola, scrive, è ormai un passatempo per tenere i ragazzi una parte del giorno, intrattenerli e alla fine dare un documento che garantisca una collocazione futura. Così, aggiunge, i ragazzi sono fin dalle elementari consumatori in miniatura, dotati di iphone, ipad e utilizzatori di wikipedia. I maestri non servono più. Al massimo nella nuova scuola piacevole e divertente, i professori devono essere i facilitatori della buona scuola. Casi come quello di Lucca, conclude l’articolo, sono prodotti dalla mancanza di pensiero, di discussione e di idee.

Il problema segnalato nell’articolo, irrefutabile come fatto , deve essere curato alla svelta in termini giuridici ed amministrativi. Ma perché la terapia possa essere adeguata, va prima aggiunta una considerazione che focalizzi la reale origine del problema. Nella scuola (omettendo qui altri settori) la mancanza di pensiero e di idee non è una condizione del convivere, dato che in giro pensiero ed idee ci sono. La mancanza c’è poiché pensiero ed idee non vengono davvero inclusi nella didattica. Non vengono inclusi perché la didattica vuol costruire oggi una scuola non più per formare cittadini individui, bensì per allevare all’ingrosso sudditi ignoranti sotto il profilo delle relazioni interindividuali e con il mondo: tanto pensare a quelle – sul come e fra chi debbano essere – spetta ai gestori del potere e alle loro burocrazie.

Ciò non è avvenuto con un colpo di mano. Sono frutto di decenni di scelte culturali e politiche che hanno privilegiato concezioni del convivere tra diversi assai distorte. E che si sono affidate ai riti del conformismo comunitario prevalente, di ogni genere, dal dirigenziale, al religioso, all’economico, al sindacalistico. Il nucleo di tali distorte concezioni è stato un assunto: ogni suddito deve essere coccolato nelle sue pretese capricciose di non riconoscere la rete educativa e il suo sforzo di diffondere la conoscenza acquisita finora e di spingere a trovarne della nuova. Quello che conta sarebbe riconoscere il potente locale o globale (anche se oligarchico), le mode di massa e l’orizzonte utopico. Secondo quelle distorte concezioni, spirito critico individuale, diversità del cittadino, esperimenti, attenzione ai risultati, non servono perché corrodono la sudditanza, la comunità e spargono il dubbio sulle elites e sul potere. Tutto ciò è sempre grave. E’ gravissimo nel caso della scuola pubblica, perché colpisce la funzione istituzionale in sé.

L’incapacità di reagire alle violenze nella scuola non è un destino avverso ineluttabile. E’ il risultato di scelte civili colpevoli in quanto dimentiche che la vita democratica può essere solo impegno e confronto tra i cittadini secondo i vincoli della realtà e non una fuga in un parco giochi. Si tratta di trarne presto le conseguenze.

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