La recensione di “Art.7, costituzione italiana”

A fine 2017, è uscito il libro “Art.7, Costituzione Italiana” di Daniele Menozzi, ordinario di Storia alla Normale di Pisa ed esponente di quel mondo cattolico che è legato alla fede mantenendo la distinzione tra Chiesa e Vangelo. Un libro di piccolo formato e snello, che un laico dovrebbe leggere. Non perché è un testo serio che cita molti degli avvenimenti. Soprattutto perché travalica l’art.7 ed interpreta il periodo metà ‘800 nuovo Concordato 1984, nell’ottica di chi, cattolico, è restio ad accettare subito che le istituzioni nel tempo si modellino sulla laicità del cittadino e non sull’autorità della fede.

La tesi di fondo è espressa con una cautela estrema per farsi intendere senza apparire oltre l’indispensabile. Ma emerge molto chiara se si legge con cura, e, nelle conferenze di presentazione, ancor più netta. La tesi è che lo Stato italiano è nato debole e lo è rimasto per 70 anni, perché frutto dell‘ottica separatista liberale autrice di provvedimenti ostili alla Chiesa che mantennero distaccato il popolo, in grande maggioranza cattolico dal punto di vista sociologico. In questa ricostruzione, i Patti Lateranensi del ’29 hanno sanato il vulnus territoriale economico con il Trattato e garantito la Chiesa dallo Stato totalitario con il Concordato. Quindi dovevano essere ripresi nella Costituzione. Peraltro, il Concordato per un motivo diverso dal ’29. Alla Costituente, formava l’aiuto garantito dalla Chiesa alla Repubblica per colmare lo storico distacco ed evitare tensioni religiose.

Il libro illustra la sua tesi evocando un clima disteso come prova della saggezza dei Costituenti nel trovare il compromesso. Però la realtà non fu quella, né allora né poi. Non a caso l’esatto richiamare che il reale protagonista del voto in aula sull’art.7 fu l’accordo tra il DC Dossetti e Togliatti, omette una serie di riferimenti per capire il senso politico permanente dell’operazione. Con disinvoltura sorvola sulle differenze, evidenti ed anche dichiarate, all’interno della Chiesa e della politica. Tali omissioni fanno del libro una tipica espressione della cultura confessionale.

Il punto di partenza omissivo è non ricordare che i sostenitori dell’inserire i Patti in Costituzione non avevano sulla carta i 279 voti della maggioranza. Alla DC, anche supponendola tutta a favore, mancavano oltre 70 voti, riscontrati dai discorsi in aula. La situazione si rovesciò perché i contatti con Dossetti spinsero Togliatti ad intervenire imponendo ai suoi (neppure preavvertiti, il centralismo dominava) di votare l’inserimento dell’art.7 . Siccome si adeguarono 102 costituenti PCI, basta fare il conto per capire che la maggioranza fu scontata già prima del voto e la scelta del PCI decisiva.

La seconda omissione – quella chiave – è non ricordare che l’accordo Dossetti Togliatti toccava una questione cardine della convivenza: la fonte delle scelte sono i diversi cittadini individui oppure le masse e i loro intermediari? Nessuno dei due preferiva i cittadini. Non per tattica ma per strategia. Dossetti perché riconduceva ogni cosa al Vangelo e profetizzava che in futuro la Chiesa si sarebbe accordata non con i Parlamenti ma con le masse popolari. Togliatti perché concepiva gli individui come meri numeri di masse che si scontrano sui piani decisi dai loro dirigenti. Due esplicite teorie del cittadino semplice suddito.

Consegue la terza omissione, il non trattare il contesto politico. Trattandolo, sarebbe emerso il contrasto interno ai vertici Vaticani, tra Pio XII e la Segreteria di Stato (Tardini e Montini), concernente quale fosse la prevalente preoccupazione internazionale: la libertà della Chiesa e dei cittadini (il Papa) oppure le speranze evangeliche (la Segreteria oltre Dossetti). Sarebbe emerso che il cattolico De Gasperi prima non volle schierare il suo governo sulla teoria delle masse e poi entro 45 giorni cacciò il PCI dal governo iniziando il centrismo (il libro azzarda che spetta all’“immobilismo” centrista la responsabilità di non usare l’art.7 per armonizzare l’ordinamento alla Costituzione). Sarebbe emersa la fondatezza della contestuale critica di Croce che definì l’inclusione del Concordato uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico, siccome il vero problema sarebbe stato rendere il Concordato conforme ai principi costituzionali, non inserirlo in Costituzione travestendolo da precondizione di libertà. Sarebbe emerso che a gennaio ’48 Pio XII scelse il pieno appoggio al problema della libertà, spingendo la nascita dei Comitati Civici decisiva per sconfiggere la teoria delle masse.

Poi c’è la singolare rievocazione del periodo fino al ’84. Da un lato il libro minimizza eventi epocali per l’Italia, quali la lunga vicenda della legge sul divorzio, poi quella sull’interruzione di gravidanza ed i relativi referendum. Dall’altro esalta i mutamenti avviati dall’azione di due Papi (Giovanni XXIII e Paolo VI) nel prendere le distanze dal potere civile in direzione evangelica. Dopodiché, sorvola sulla circostanza che la linea del Concilio – affidare la Chiesa a strumenti evangelici non comprendenti un Concordato nelle società con la libertà di culto – fu seguita troppo poco dal Nuovo Concordato ’84. Sorvolando ha evitato di dire che la cosa dipendeva proprio dall’insistere nel richiamare in Costituzione lo strumento Concordato, incompatibile con la laicità civile cui è tuttora di ostacolo. E pure di ammettere che attuare le istanze evangeliche non è la strada per dare regole duttili alla convivenza nella diversità.

La lettura di Art.7 è utile per constatare ancora una volta come questo tipo di cattolici parta da una convinzione eterna (irriducibile al metodo) e insieme abbia la pretesa che essa costituisca una comunità rispettosa dei ritmi del convivere e faro di ogni atto mondano. Ciò è un comodo pregiudizio autoritario per rifiutare la prova dei fatti e quindi l’essenza del metodo individuale laico liberale. Da qui l’esigenza che i laici tollerino i “cattolici chiusi” (per i quali il mondo avrebbe solo la dimensione religiosa) nel quadro della naturale diversità civile ma avvertano l’importanza di confutarne gli assunti politici.

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