Tre importanti cattolici antilaici

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO, n. 54

Nei decenni a metà ‘900, tre figure cattoliche di rilievo politico, dichiaratamente antilaiche e tra loro differenti, sono state Luigi Gedda, Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti. Coglierne le personalità è utile ai laici oggi per meglio rendersi conto delle concezioni di fondo contro cui devono battersi.

Luigi Gedda (1902-2000) fu un genetista famoso e si dedicò all’associazionismo che attua la dottrina della Chiesa. Assunse presto incarichi di punta (nel ’34 presidente dei Giovani dell’Azione Cattolica, GIAC, entro l’unica associazione non fascista) e promosse una attività editoriale (Il Vittorioso) fiorente per decenni, al fine di diffondere tra i giovani i valori cattolici. Ebbe frequenti contatti con Pio XI, dal quale fu ricevuto in 26 udienze e continuò con Pio XII, altre 64 udienze. Nel ’42 fondò la Società Operaia di Gesù del Getsemani, da allora rivolta ai credenti laici che diffondono la spiritualità della preghiera di Cristo in quell’uliveto nel vincolo al misticismo, quali operai evangelici.

Gedda nel ‘46 divenne Presidente degli Uomini dell’Azione Cattolica, AC, e a gennaio ’48 creò i Comitati Civici in tutte le diocesi come manifestazione religiosa e non espressione di partito. All’epoca, nella Chiesa stava crescendo la concezione della religiosità come consapevolezza delle persone e dei cittadini rispetto all’altra concezione della religiosità prodotta dall’adesione collettiva delle masse inclini alla comunità indistinta. La divaricazione emerse alla Costituente nel dibattito sull’art. 7 (marzo ‘47). Là i fili della posizione DC erano tenuti da Dossetti, che in nome dell’uguaglianza evangelica puntava ad istituzioni articolate sulle masse religiose e che usò tali convergenze con il PCI senza pesare gli altri aspetti illiberali. Dossetti fece inserire nella Costituzione il richiamo ai Patti Lateranensi ma in generale non riuscì a far passare la logica delle masse. Avvicinandosi le politiche ‘48, per mesi Pio XII manifestò il disappunto sul pericolo che il PCI divenisse il primo partito, a causa di errori e limiti presenti in certe impostazioni dottrinali e nei modi DC di proporsi. In tale quadro, Gedda fece passare l’idea che occorresse uno strumento di mobilitazione dei cattolici per battere l’astensionismo e sconfiggere il PCI. Ma senza confondersi con la DC. Per salvaguardare il cattolicesimo non era sufficiente l’esistenza di uno o più partiti di ispirazione cristiana, ma ci voleva una struttura politica non partitica, mantenuta viva da cattolici attivi non interessati a una candidatura personale (Gedda stesso respinse sempre le offerte al riguardo) e che avrebbe fatto da ponte tra l’associazionismo religioso e i partiti. Il successo dell’operazione Comitati Civici fu clamoroso e i voti DC, che alla Costituente nel ‘46 erano stati 8,1 milioni , nel ‘48 alla Camera del Deputati furono 12,74 milioni (più del doppio dell’aumento dei votanti), prodotti da contatti capillari.

Restò il contrasto con la concezione religiosa fautrice del principio delle persone masse piuttosto che individui. Gedda portò l’AC ad avere più adesioni e a realizzare gli indirizzi di Pio XII che nel ’52 lo volle Presidente dell’AC. Lo fu sette anni arrivando al record di oltre 3,3 milioni di iscritti. Teorizzava l’impegno organizzativo, dato che, nella società assediata dalla tecnica ed imprigionata nei numeri, il singolo è un grano che non conta. La fede perciò si difende con l’organizzazione, “per non cadere nell’isolamento, va sviluppata l’unione volontaria delle forze, perché il mondo moderno non si trasformi in un campo di lavori forzati”. Ma l’altra concezione religiosa, spinta dalla sinistra DC ispirata da Dossetti, continuava ad avversare quella linea. Così, a fine ’52, si arrivò alle dimissioni del Presidente GIAC Carretto, il quale, a parte il disaccordo sull’inclinazione papale ad alleanze con la destra (il sostegno all’operazione Sturzo al Comune di Roma avversata con successo da De Gasperi), sosteneva che organizzarsi per far prevalere la fede non serviva stante l’impossibilità di costruire un mondo migliore, e quindi l’inefficacia della dottrina sociale della Chiesa. Due anni dopo, si dimise anche il successivo presidente GIAC, su una linea ancor più distante da AC, che anticipava la contestazione anni ’60. Un po’ alla volta, disse Pio XII, l’AC aveva preso a collaborare non con la Chiesa ma con la DC. Gedda mantenne la Presidenza AC fino alla morte di Pio XII (ottobre ’58), poi nel ‘59 non fu confermato. Continuò ad operare intensamente, soprattutto con i Comitati Civici, allo scopo di attivare strumenti e strutture con cui irradiare la presenza cristiana. L’ultimo impegno di rilievo fu il Comitato per l’abrogazione della legge sul divorzio e il sostegno al SI nel referendum ’74, da lui vissuto come conferma della scelta religiosa di vita più che l’appoggio alla concezione civile dell’art. 7 dossettiano.

La personalità del poco più giovane Giorgio La Pira (1904) è parecchio diversa. Studente di legge a Messina, a vent’anni incontrò l’eucarestia, l’anno dopo divenne terziario domenicano e quindi francescano, laureandosi a 22 anni a Firenze in Diritto Romano. Materia in cui iniziò la carriera accademica, insegnando ai giovani, impegnandosi nella AC e molto nelle opere di carità della curia fiorentina, risiedendo nel convento domenicano di S.Marco ed avviando un’attività pubblicistica contro il fascismo, che la polizia chiuse. Dopo l’8 settembre fuggì a sud per tornare nell’estate ’44 dopo la liberazione della città ed entrare in politica, ritenendolo indispensabile per costruire una società cristianamente ispirata. Qui è la chiave della sua esperienza. Confermata dal cardinale Benelli al suo funerale nel ’77: “nulla può essere capito di Giorgio La Pira se non è collocato sul piano della fede”. Non a caso La Pira usava dire di avere solo una tessera, quella del battesimo. Seguiva la logica del diritto romano del cercare una cornice ferma, sostituendo però al senato e al popolo, la figura di Dio (coerente, essendo stato eletto alla Costituente nella DC, propose che la Costituzione iniziasse con le parole “nel nome di Dio” , proposta ritirata perché nessuno l’appoggiava e lui, disse, cercava una convergenza, non una divergenza). Già tale scelta culturale lo pone molto lontano dalla sensibilità laica. La Pira ha sempre sostenuto di occuparsi dei problemi del mondo ma, con quell’impostazione, si affidava alle indicazioni della fede – o meglio alle interpretazioni della fede per lui conformi – piuttosto che al diritto deciso dai cittadini tramite il voto.

Alla Costituente legò con i parlamentari del cattolicesimo sociale, come Dossetti, Fanfani, Lazzati, venne rieletto nel ‘48 e nel V governo De Gasperi fu sottosegretario di Fanfani al Ministero del Lavoro. Caduto il governo per l’uscita di Saragat (in vista dei nuovi assetti socialisti), nel gennaio ’50 La Pira non entrò nel VI governo De Gasperi e si preparò a guidare la coalizione DC-centristi contro l’amministrazione del comunista Fabiani, dal ’46 alla guida di Firenze. A giugno del ’51, La Pira venne eletto Sindaco di Firenze e da allora la sua vita politica si imperniò su questa esperienza. Fu un Sindaco assai controverso eppure carismatico, mutò maggioranze, si dimise, fu rieletto alla Camera nel ’58, in seguito ridivenne Sindaco nel ’61 (restandolo fino all’inizio ’65), e poi ancora deputato nel ’76 fino alla morte. Ma questa scarna cronologia non basta a dar l’idea del vortice di relazioni, convegni, discorsi, viaggi, innescato da La Pira in un’epoca ancora molto irrigidita dalla guerra fredda e dalle contrapposizioni di classe. Solo nel primissimo periodo si impegnò nella costruzione delle cose materiali necessarie a Firenze e delle risposte ai problemi sociali emergenti. Presto si dedicò, con tratti pionieristici, all’incontro di tutti in tutti i luoghi, nonché a tessere relazioni senza frontiere, convinto che i conflitti dipendessero dalla mancanza di dialogo e trattative.

La Pira intendeva il mondo come unità, vedeva nel Mediterraneo l’ attrazione dei paesi nel segno della civiltà cristiana, organizzava a Firenze conferenze internazionali per la pace tra i Sindaci di ogni continente. Il suo servizio alla Chiesa non coincideva con la diplomazia vaticana, si esprimeva nella fluviale corrispondenza con i Pontefici e nella pratica evangelica. La quotidianità di La Pira era una coreografia immersa nella fede, rivolta al presente (perché “il tempo della decisione e dell’intervento è l’oggi e subito “) senza pensare ai meccanismi della vita umana e della convivenza tra cittadini diversi. Lui sceglieva l’umanesimo della trascendenza e della grazia invece che l’umanesimo antropocentrico e terrestre. Il suo approccio politico è espresso da un episodio nella crisi del Pignone del ’53. Siccome si profilavano molti licenziamenti, scrisse a Roma “cambiate la legge, non posso cambiare il Vangelo”.

La Pira fu invasato delle Scritture e non tenne mai comportamenti laici né si preoccupò di costruire i meccanismi per convivere meglio nel tempo (a riprova promosse il Comitato per abrogare la legge sul divorzio). Con La Pira Sindaco è iniziata la parabola discendente di Firenze e del suo spirito. In più, diffondere la tesi che la lotta alla miseria e l’aiuto ai più deboli li farebbe solo il pauperismo evangelico, ha avuto una pessima influenza sulle possibilità di sviluppo di una sinistra attenta ai fatti e libera dai miti marxisti.

La terza figura, Giuseppe Dossetti (del ’13) crebbe nella politica ma fu religiosa fino al sacerdozio. Cattedratico di Ecclesiastico, collaborò in Emilia con il CLN , a luglio ‘45 per i giovani divenne vice segretario DC (di De Gasperi) e si batté per la Repubblica. Non approvando la cautela del segretario nell’essere a favore della Repubblica, a primavera ’46 si dimise. De Gasperi non intendeva imporre la scelta repubblicana, dato che il consenso alla monarchia era ampio e l’essere monarchici non precludeva l’essere antifascisti. Dossetti equiparava la scelta repubblicana ad atto religioso e riteneva intollerabile scegliere la Repubblica non per il principio ma solo per il giudizio negativo sui Savoia. Già qui spuntava l’integralismo. Poi fu eletto all’Assemblea Costituente e da luglio fu nella Commissione dei 75 per progettare la Costituzione.

Dossetti, quale esponente di punta DC, intessè rapporti riservatissimi nella Segreteria di Stato Vaticana, allora affidata al prosegretario Tardini con Montini sostituto. Le idee ispirate all’uguaglianza evangelica, accrebbero le aspettative della Santa Sede sul costituzionalizzare i Patti Lateranensi. Così Dossetti concepì l’utilizzo del PCI in appoggio all’ordinamento repubblicano segnato dai cattolici. E nel periodo di Natale ’46 ebbe un colloquio di diverse ore con Togliatti – di cui informò la Segreteria di Stato – che avviò la strategia di pressione, anche attraverso l’Osservatore Romano, per avere il voto del PCI sull’art. 7 garantendone il passaggio. Come avvenne a marzo ‘47. Nella dichiarazione di voto Dossetti disse che “il futuro sarà un secolo in cui la Chiesa non si accorderà con i principi o con i Parlamenti, ma si accorderà con le grandi masse popolari”.
L’operazione art.7 riuscì ma non quella sottostante. De Gasperi non parlò dal banco del governo per marcare che l’art.7 era un episodio e che l’accordo stabile con il PCI non era la sua linea. Di fatti, neppure due mesi dopo, il PCI venne estromesso e nacque il primo quadripartito centrista. Dossetti manifestò la sua contrarietà per mesi, senza venir marginalizzato nella DC perché rappresentava una sensibilità diffusa legata al Vaticano. Del resto, la Segreteria di Stato, in specie Montini, sosteneva l’unità della DC senza negare le distinzioni interne. Aveva colto che una DC con più anime avrebbe reso più influente una dirigenza in cui l’anima sociale aveva più peso che non appoggio elettorale. Il vero alto là al dossettismo venne dai Comitati Civici che, il 18 aprile ’48, portarono ad esprimere una volontà politica imperniata sulla libertà del cittadino e non sul partito di massa. Comunque Dossetti non si dette per vinto e poco tempo dopo, nell’elezione del Presidente della Repubblica, fece mancare i voti al Ministro degli Esteri Sforza (PRI) ritenuto troppo filo americano, di fatto favorendo l’elezione di Luigi Einaudi, percepito come liberale di principi e quindi aperto (confondendo apertura con cedevolezza).
Nei 10 mesi successivi, il nodo fu l’organizzazione atlantica anti URSS. Nella sinistra cattolica si preferiva la neutralità diffidando del sostenere il principio di libertà del cittadino. Era forte l’identità di vedute con la Segreteria di Stato vaticana, che pareva la vera ispiratrice. Dati i rapporti di Dossetti, non è chiaro chi fosse il vero ispiratore, ma era chiara la conseguenza: la consonanza con la posizione PCI. Così a dicembre il governo ebbe un incontro super riservato con Pio XII , cui seguì una pronuncia pubblica dello stesso Papa in favore del progetto Atlantico. Un importante punto di svolta del Vaticano, che intanto indusse il grosso della sinistra DC a smettere d’opporsi. Dossetti proseguì nel sollevare obiezioni per altri tre mesi e votò contro sia in Direzione che nei gruppi Parlamentari, ma in aula finì per allinearsi al Patto Atlantico (marzo ’49). Poco dopo si dimise ancora dalla Direzione DC, mentre in Vaticano maturava la linea che a luglio portò alla scomunica del PCI.

Dossetti venne rieletto in direzione quando De Gasperi fece per Guido Gonella una segreteria di tutte le correnti (primavera ’50). Tuttavia, le differenze con De Gasperi (che pure aveva definito la DC un partito di centro che guarda a sinistra) erano profonde proprio nel modo di rapportarsi alla sinistra, così che Dossetti, dopo mesi di tensioni, si dimise ancora nel luglio ’51. E’ presumibile avesse compreso che il quadro generale non era penetrabile dalla sua concezione “di massa” (il riformare la società civile riformando la Chiesa): nella politica era vincente la linea De Gasperi e nel mondo della Chiesa stava cedendo quella dei suoi amici nell’AC (vedi la crisi del ’52 trattata prima) e il rilievo di Montini. Meno di un anno dopo lasciò pure la Camera dei Deputati tornando alla ricerca religiosa a Bologna. Passarono quattro anni e il cardinale Lercaro lo sollecitò a candidarsi per sconfiggere il Sindaco PCI, secondo la prassi del cattolicesimo sociale, anticomunismo e azione partecipativa popolaresca. Dossetti entrò solo in Consiglio e a dicembre decise il grande passo: chiese al cardinale di diventare monaco. Richiesta accettata 15 mesi dopo. Negli anni ’60 Dossetti partecipò attivamente al Concilio Vaticano II quale collaboratore di Lercaro. Un suo lavoro in coerenza con la posizione di critica agli Stati Uniti, fu la redazione per il cardinale dell’omelia di capodanno ’68 con la dura condanna dei bombardamenti in Vietnam. Secondo i più, causò la repentina accettazione da parte di Paolo VI delle dimissioni presentate da Lercaro a metà ‘66 al compimento dei 75 anni. Poi, per quasi tre decenni, l’eclissi civile dei monasteri.

Come si vede i tre personaggi sono stati antilaici in modo diverso. Gedda da cattolico in religione e di tendenza determinista nella vita mondana. La Pira da cattolico estremista della fede, disattento alle strutture per convivere. Dossetti da cattolico incredulo dell’incapacità della Chiesa di riformare la società, tanto da rinunciare al mondo. Per i laici, i tre sono esperienze istruttive della mancanza di laicità. La laicità è rispetto delle diversità dei cittadini, dei fatti, del senso critico, del rifuggire il conformismo del potere. E’ tolleranza e moderazione nell’agire, con una decisa determinazione di cambiamento.

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