I cittadini chiedono di cambiare, i parlamentari ci provino

Dopo la fotografia dei dati elettorali, iniziamo a riflettere sul quadro politico conseguente. C’è stata una svolta storica in chiave liberale. Per la prima volta, i cittadini, ritenendo non più credibili le proposte politiche dei soliti partiti e degli ambienti inamovibili dei gestori della macchina pubblica, hanno chiesto non un altro sistema istituzionale (la somma delle liste davvero antisistema è sul 2,2% a sinistra e sul 1,6% a destra) bensì sollecitato un funzionamento della macchina pubblica radicalmente diverso. E’ altresì evidente che i cittadini hanno dovuto esprimersi all’interno della legge elettorale 165/2017 concepita (a colpi di fiducia) al fine di escluderli, nel solco della proposta oligarchica di riforma costituzionale. Si è votato con un meccanismo farraginoso che desse l’illusione di votare le solite promesse identitarie ma che dopo consentisse il patto PD Forza Italia (FI, non Salvini) per continuare con gli stessi equilibri di potere nella macchina pubblica.

L’obiettivo non è stato raggiunto ma la volontà di svolta dei cittadini è stata imbrigliata in una rappresentanza parlamentare né maggioritaria né proporzionale. Nello spirito liberale della Costituzione, tuttavia, va preservata la volontà di vasto cambiamento uscita dal voto. Di conseguenza, mancando una maggioranza di seggi già votata, va costruita una maggioranza in aula, partendo da un accordo minimale tra le due liste del cambiamento vittoriose, il M5S con il 32,7% e la Lega con il 18% (con occhio alla terza, i FdIt, cresciuti con il 4,3%, non esplosi). Scrivo accordo minimale non tanto per i seggi risicati, ma perché le due non hanno una proposta di cambiamento coincidente. Sia per una presenza territoriale assai diversa (nazionale il M5S, prevalentemente nordista la Lega), sia per le proposte politiche (più tendente il M5S al sogno semplicistico del benessere comune, più ultra conservatrice, più anti UE, più incline alla paura della diversità dei migranti, la Lega, nonostante la prima volta in Senato di un eletto nero), sia per l’effettiva esperienza istituzionale (limitata a qualche Comune e ad una legislatura per il M5S, sperimentata da due decenni in amministrazioni regionali, municipali, in Parlamento ed in alti incarichi ministeriali per la Lega), sia per il bacino elettorale (la provenienza emotiva da sinistra di una quota robusta del voto M5S, la prevalenza della mentalità di destra nel voto della Lega, salvo la gente di sinistra scontenta di una protezione insufficiente), sia per un differente agire politico (in piena autonomia il M5S, con una struttura coalizzata la Lega, che anzi trae la sua forza proprio da essa). Una coalizione, va sottolineato, non solo tra partiti di cambiamento, ma includente Forza Italia tutt’oggi fautrice di un esito elettorale determinato dalle promesse e disattento ai cittadini (tanto che non pochi voti sono arrivati alla Lega da conservatori ostili a Berlusconi).

Questo accordo minimale avrebbe i numeri ma ha almeno due ostacoli. L’ambizione politica personale di Salvini, che intesse relazioni internazionali da Le Pen a Putin e mira oltre il fare oggi il capo coalizione. Ed inoltre la linea Berlusconi, il quale, pur dopo il sorpasso leghista, continua a spingere la tesi del primato della coalizione di centro destra – in realtà non unitaria , in termini politici o giuridici, ma una macedonia di tre liste distinte – solo per protrarre l’illiberale sistema dei cittadini rinchiusi nel recinto di quanto è loro consentito dai grandi agglomerati dei poteri economici e delle burocrazie pubbliche, alla ricerca in parlamento del voto di fuoriusciti per interesse e non per progetto. Berlusconi ribadisce in modo ossessivo la sua funzione di garanzia (appunto assicurare che lo scenario non cambi) e la richiesta, affidata in settimana ad una intervista del suo grandissimo amico, l’imprenditore Ennio Doris, di continuità con le azioni economiche del governo PD; richiesta in apparenza contrastante con le parole di attenzione all’economia libera in campagna elettorale (peraltro contraddette per anni negli atti di governo) ma corrispondente in pieno ai comportamenti tenuti nell’approvare lo scorso novembre la nuova legge elettorale così da creare le condizioni dell’inciucio PD Forza Italia. Non è un caso che la strategia di Berlusconi si completa (e si svela) con la ripetuta domanda, qualora non si raggiungano le maggioranze, di tornare subito alle urne con la legge 165/2017, che consentirebbe di riprovare il giochetto ora non riuscito. Insomma, per arrivare al governo delle due liste che hanno vinto le elezioni sollecitando un cambiamento forte, la Lega dovrebbe allentare il rapporto con Forza Italia. Il che al momento pare arduo.

In tale quadro, per mantenere la propensione istituzionale allo sperimentare la spinta al cambiamento degli elettori, non resta che il voto dell’altra lista tradizionale, il PD, purché chiuda la stagione renziana (tuttora arroccata sul bipolarismo, “gli italiani ci vogliono all’opposizione”, assurdità concettuale, salvo limitarsi al governo solitario). Dunque, ammesso che il PD volti pagina, come utilizzerà il peso parlamentare rispetto al governo di un vincitore? L’Italia, con le precarie condizioni economico sociali, non ha davvero bisogno di restare senza un governo e in mano ai ministeriali. Agevolarne uno sulla linea delle indicazioni di cambiamento degli elettori, non equivale a volere ministeri, da solo trasparenza al parlamentarismo (oltre a dare il tempo, a sinistra, per riflettere sulla identità nella società dei diversi, cosa utile a tutti se non chiusa nei miti del ‘900). Il PD potrebbe esser disponibile a dare i suoi voti per far nascere un governo imperniato sulla lista vittoriosa risultata il primo partito. Del resto, la principale proposta del M5S, il reddito di cittadinanza, purché finalizzato a condizioni di vita minime che potenzino la spinta all’attività lavorativa, corrisponde ad un’esigenza di civiltà concreta (non rifiutare gli squilibri ma impegnarsi ad evitare il loro stabilizzarsi a danno del cittadino). Ovviamente, il PD e il parlamento tutto valuteranno gli specifici intenti di questo eventuale governo per rispondere ai richiami dell’UE, in sostanza ultimativi sui problemi dell’enormità del debito pubblico accumulato e dell’incapacità di tagliare la spesa pubblica di circa 1/3 . E, aggiungo, per affrontare il punto essenziale dei mutamenti strutturali – revisione dell’impianto fiscale, riduzione delle aliquote, abbattimento dei lacci procedurali pubblici – così da rilanciare ogni tipo di attività produttiva che crei nuove occasioni di lavoro. Anche per questa via di aula, nell’ipotesi che il PD dopo Renzi ne consenta la marcia, si coglierebbero in parte le indicazioni elettorali e si sperimenterebbero progetti e modi di governare diversi da quelli fin qui adottati.

Il Presidente Mattarella ha già sollecitato i partiti a pensare al paese. Ed agirà in questa direzione. Ma si è visto sopra che il quadro delle forze in campo e delle loro posizioni mostra angusti margini operativi. Né risolve affidarsi a supposti tecnici come se il problema stesse nelle procedure democratiche. L’essenziale è che ci si muova rispettando l’indicazione per il cambiamento. E se non si riesce a fare di più, che si costruisca un nuovo strumento elettorale centrato senza rigiri sui cittadini così da poter tornare presto alle urne e scegliere. Questa volta in base ad un progetto paese e non a mere proposte per accaparrarsi il potere.

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