Votare solo all’uninominale (versione ridotta)

Il dibattito elettorale verte sullo scontro di promesse tra liste coalizzate o no, e magari sui giudizi circa la legge usata (165/2017). Non ci si chiede quale meccanismo abbia il cittadino per manifestare nel voto la sua distanza dalle proposte in gara nonché la sua volontà di scegliere lui stesso direttamente il rappresentante parlamentare. Invece è il tema di maggior rilievo civile.
Per due motivi. Uno è che la 165/2017, novità dal ‘48, non lega il voto allo scegliere un simbolo: nella parte uninominale della scheda, sia al Senato che alla Camera, spicca il nome del candidato e non c’è un simbolo di riferimento. Tant’è che il candidato accetta la candidatura senza far cenno alla lista per cui si candida e dunque non assume nessun obbligo verso nessuno. Il secondo motivo è che nell’uninominale il seggio di quel collegio viene assegnato direttamente dai voti ricevuti.
I due motivi congiunti fan sì che all’uninominale il votare un candidato può derivare – nel caso l’elettore lo voglia – dalle caratteristiche dei candidati, dalla credibilità acquisita e dal loro appoggio in Parlamento ai temi preferiti dall’elettore. Non è prevista l’appartenenza ad un simbolo partitico né ad un gruppo parlamentare. Ciò si allinea all’art. 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”), che è il cuore del sistema rappresentativo, poiché si affida alle valutazioni critiche di ciascuno degli eletti e non agli ordini di corpi intermedi. Pertanto, l’esercitare il voto solo all’uninominale e non direttamente al plurinominale (specie se quel candidato non vi figura), è il comportamento più efficace dei cittadini per rimarcare la sovranità nel votare e auspicare leggi per renderla più praticabile.
Al riguardo si fanno due obiezioni. Che il voto nell’uninominale viene attribuito ai simboli a sostegno del candidato e che , quando ciò riguarda più liste, è favorita la lista più grossa cui spetta la quota più alta. Ambedue le obiezioni non toccano le ragioni per votare solo all’uninominale. La prima perché il meccanismo di legge non muta il fatto che il non votare un simbolo significa liberarsi per quanto possibile dalle promesse teoriche dei vari simboli. Votare solo il candidato preferito all’uninominale (più dell’annullare la scheda o votare bianco) mette al centro la libera sovranità del cittadino. Oltretutto, è indelebile l’aver votato solo all’uninominale. E dunque si avvia un percorso che da più peso ai cittadini. La seconda obiezione verte sulla preoccupazione, più che sul voto circoscritto, di sminuire la centralità dei simboli lista (come se la democrazia richiedesse corsie prefissate). Garantiscono il miglior esprimersi del cittadino, non i partitini satelliti bensì i confronti su idee e progetti di governo spinti da leggi pensate non per distribuire il potere ma per favorire la scelta degli indirizzi da attuare e da verificare. Cosa che la 165/2017 non fa e di cui il votare solo all’uninominale avvia la pratica.

Prepararsi al dopo 4 marzo, significa far crescere il peso del cittadino nelle decisioni. A cominciare da una nuova legge elettorale che, liberata dalle manipolazioni, renda praticabile un rapido ritorno al giudizio delle urne.

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