Un voto premeditato

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO n.53

Il 25 marzo 1947, fino a notte, la Costituente dibatté e votò sull’art. 7 della Costituzione e Togliatti, capo assoluto PCI, annunciò (quasi) a sorpresa il Sì sul testo intransigente voluto dalla DC pur senza i 279 voti di maggioranza. I DC erano 209 e l’annunciato sì dei 104 PCI chiuse la vicenda prima di votare. E compresse gli oppositori, portando la maggior parte dei liberali a non partecipare al voto (ben in 14 non favorevoli all’art.7, come Croce, Einaudi, Bozzi, Martino), spingendo la loro minoranza a votare un Sì rassegnato e relegando ad un No di bandiera il resto dei laici (gli altri liberali, soprattutto i due gruppi socialisti e il PRI) in tutto 149.
Quel voto è definito un voltafaccia per tre motivi (Gramsci definiva il Concordato una doppia sovranità in un territorio; le speranze riposte nel PCI da tanti laici socialisti trascurando l’ideologia; la scomunica dei comunisti a luglio ‘49) ma senza fondamento politico. Il voto dell’art.7 derivò dall’impostazione di Togliatti (prima di lui i costituenti PCI avevano preannunciato il No), vale a dire di una persona capace e d’esperienza, al fine di prendere il potere senza la rivoluzione che l’accordo di Yalta non avrebbe permesso. Ripercorrere quella vicenda è ancora istruttivo per un mondo laico che capisca gli errori.
Togliatti puntava da anni alla convergenza dei partiti delle masse socialiste e cattoliche, ritenute il nerbo popolare del paese. Per lui, il Parlamento era solo un luogo ove sancire quella convergenza. La storia restano gli scontri tra le masse sul terreno delle varie posizioni e gli individui sono meri numeri di quelle masse, una forza d’urto per attuare i piani decisi dalle loro autorità dirigenti. I dibattiti del Parlamento non sono autonoma ricerca rappresentativa ma strumento di lotta tra le masse sul più concreto piano sottostante.
Togliatti come studioso sapeva cosa sono libertà individuale e libertà civile per la cultura occidentale (specie l’anglosassone). Come dirigente politico internazionale, le giudicava però concezioni borghesi passatiste, incapaci di cogliere il percorso della storia umana. In aula Togliatti usò parole sprezzanti su chi definiva “degli isolati non a capo di grandi partiti”, tipo l’azionista Lussu e diversi liberali, giungendo a definire Croce l’ombra di un passato molto lontano (perché domandava “che cosa c’è di comune tra una Costituzione statale e un trattato tra Stato e Stato, e come mai a questo trattato in sede di Costituzione si pone l’obbligo di modificarlo solo con l’accordo dell’altra parte, mentre l’una delle due, cioè l’altro Stato, non interviene e non può intervenire come contraente in quest’atto interno e quell’obbligo resta unilaterale?”). Insomma, con l’impostazione di Togliatti, inserire i Patti Lateranensi in Costituzione non è una tattica occasionale per vantaggi momentanei. Diviene una strategia coerente.
La dichiarazione di voto di Togliatti non lascia nessun dubbio in nessuno, come disse nel farla. Citò il discorso al V congresso PCI, fine ‘45. Il Concordato ” è per noi uno strumento internazionale, oltre che nazionale, e comprendiamo che non potrebbe essere riveduto se non per intesa bilaterale. Questa nostra posizione toglie ogni equivoco e impedisce che fondandosi sopra un equivoco si possano avvelenare i rapporti tra le forze più avanzate della democrazia, che seguono il nostro partito, e la Chiesa Cattolica”. Togliatti poi ammise che parti del Trattato e del Concordato sono in contrasto con norme condivise inserite nella Costituzione, però non c’era accordo su un rimedio giuridico risolutivo (aggiungo, nonostante le numerose rassicurazioni DC). Il motivo, disse, è che il dibattito profondo non è tra il PCI e la DC. Perché il PCI non intende lasciare alla DC l’esclusiva rappresentanza della coscienza cattolica: “in fondo il dibattito è tra l’Assemblea Costituente italiana e l’altra parte contraente e firmataria dei Patti del Laterano”.
Qui sta il nucleo della politica di Togliatti. Siccome considera la religione non un fatto spirituale di ogni cittadino bensì un forte centro di potere, da titolo alla Chiesa Cattolica per trattare dall’esterno con la Costituente che decide sui rapporti religiosi interni. E’ siderale la lontananza dal separatismo cavourriano stato-religioni. Tanto che Togliatti riprese l’Osservatore Romano, quale portavoce della Santa Sede, che in quattro articoli trattava della pace religiosa minacciata dal non inserimento dei Patti in Costituzione. E specificò. Una pace religiosa “era stata raggiunta nelle lotta di liberazione nelle unità partigiane composte da operai cattolici affratellati con militanti comunisti e socialisti, e dopo nella grande vittoria del patto di unità sindacale tra le grandi correnti del movimento operaio” ed era stata seguita dall’elezione della Costituente “che segnò senza dubbio un passo indietro” (cioè il gruppo PCI era solo il 18,85%). In tale quadro, il PCI è “il partito più avanzato dei lavoratori” e “la classe operaia non vuole una scissione per motivi religiosi né una scissione PCI socialisti” né “una scissione ed un contrasto tra la massa comunista e socialista da una parte e i lavoratori cattolici dall’altra”. Togliatti la riteneva normalità dato che “non vi è contrasto tra un regime socialista e la libertà religiosa della Chiesa cattolica… Il PCI è per l’unità dei lavoratori e attorno ad essa per l’unità politica e morale di tutta la nazione”.
Parole inequivoche, se si leggono senza pregiudizi e senza ridurle a retorica d’occasione. Le masse, meglio la loro avanguardia, vogliono l’istituto religioso Chiesa quale interlocutore privilegiato nella dialettica civile, poiché il suo potere è indispensabile all’unità della Nazione. Si badi bene, non unità tanto per dire. Ma per rendere inequivoco che, per il PCI, il pernio della gestione del paese per avanzare nella storia, era l’unità – egemonizzata dalla classe operaia – e non la libertà di cittadini tra loro differenti, il cui esercizio è il nucleo della democrazia liberale. Dunque la dichiarazione di voto non fu un repentino voltafaccia. Togliatti ne preparava l’applicazione da mesi.
Aveva rapporti privilegiati con i super cattolici DC nella Commissione dei 75 che della Costituzione preparò il testo: Dossetti, La Pira e Moro. Il maggior peso politico era di Dossetti, già vice segretario di De Gasperi e poi del degasperiano Piccioni, che, dimessosi da poco giudicando insufficiente la spinta repubblicana del Presidente del Consiglio (in realtà il contrasto era sul come esser cattolico in politica), si era dedicato alla stesura della Costituzione (per “accentuarne la profonda originalità, specie in confronto con quella francese” , notoriamente laica) e a settembre ‘46, con La Pira e Fanfani, aveva fondato Cronache Sociali per una riforma politica ispirata all’eguaglianza evangelica, diventandone il presidente. Ebbene Togliatti ebbe con Dossetti un incontro riservatissimo a Botteghe Oscure nei giorni di Natale ’46 (un’intera mattina) in cui espose la sua intenzione di rassicurare i cattolici sulla libertà religiosa. Il fatto che Dossetti fosse il relatore della Commissione, rende chiaro che Togliatti puntava a trovare nel mondo cattolico, delle istituzioni e della Chiesa, una sponda attenta alla fede del PCI sulle masse, tanto più che su di essa si addensavano nubi scure (due settimane dopo ci fu la scissione di Saragat, che picconò la linea del fronte popolare, l’unità di Nenni). Togliatti continuò a tessere la tela – è provato che il Vaticano sapeva – e coinvolse ancor più Dossetti, il quale nel discorso finale il 25 marzo preconizzò, con una citazione dotta, che in futuro la Chiesa si accorderà con le grandi masse popolari, non con i Parlamenti.
La manovra di Togliatti non raggiunse lo scopo. De Gasperi chiarì, col parlare dall’aula, che il Governo come tale (in cui c’era il PCI) non sceglieva l’art.7 e in 45 giorni respinse la tesi masse popolari, liquidandone i sostenitori (PCI e PSI) e varando il suo IV governo, il primo centrista del decennio, all’insegna della libertà dei cittadini (inclusa quella di religione, altrimenti incerta, come i cattolici valutarono nel ‘49). Togliatti continuò invano l’impegno contro le regole della libertà, opponendosi negli anni a tutto, dalla Nato all’Europa. Però, insieme ai cattolici chiusi, aveva introdotto in Costituzione l’errore logico e giuridico del Concordato, i cui danni sono stati limitati dalla pressione civile ma lasciano tuttora ai cattolici privilegi illiberali. L’art. 7 ha fatto pesare la Chiesa nello stato, non del tutto – come voleva Dossetti – ma troppo.
La vicenda dell’art.7 è una prova che la politica laica non è fatta di speranze emotive e di potere ambiguo, bensì di regole e comportamenti adatti al convivere aperto tra cittadini diversi. Supporre che un comunista sia un laico coerente, fu un abbaglio grave, concepibile solo da parte di chi riduce la laicità ad avversare la Chiesa non asservita. Gli avversari per i laici sono i cittadini che per governare usano il conformismo religioso comunitario al posto delle diversità.

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