Accordi indispensabili dopo il voto

Le elezioni politiche sono un atto di grande rilievo per le scelte del convivere. In più, quelle di marzo hanno due specificità insolite: una legge elettorale nuova di zecca e le forze politiche più grosse distribuite in tre scaglioni di grandezza non troppo divaricati. Le due specificità congiunte portano a una previsione che pare ineluttabile ragionandoci dati alla mano.

La nuova legge elettorale (165/2017) ha una logica molto diversa dalle tre precedenti, mattarellum (1993), porcellum (2005), italicum (2015).  Queste, infatti, avevano, seppure con differenti tecnicismi,  un’impostazione  prevalentemente maggioritaria. In sostanza (con riferimento solo alla Camera per la quale il raffronto è agevole), il mattarellum aveva per ¾ collegi uninominali a un turno, il porcellum concedeva un forte premio di maggioranza alla coalizione vincente, l’italicum riconosceva il 55% dei seggi a chi otteneva almeno il 40% dei voti. La nuova legge, invece,  prevede, oltre gli italiani votati all’estero, 231 collegi uninominali a un turno e 386 parlamentari eletti in collegi plurinominali con liste composte in ciascun collegio da un numero di candidati variabile ma  in ordine bloccato (con esclusione, cioè, di poter scegliere al suo interno il candidato da eleggere). Il voto uninominale vale automaticamente per il plurinominale e viceversa. Ogni collegio uninominale andrà al candidato più votato (indipendentemente dai risultati negli altri collegi); in quelli plurinominali, i seggi saranno assegnati proporzionalmente ai voti ottenuti da ogni lista che abbia superato il 3% dei voti su base nazionale.

A questo punto non è difficile concludere che nell’attuale situazione politica e con questo sistema sarà impossibile che una delle tre forze conquisti la maggioranza dei seggi alla fine dello scrutinio.  Infatti, la nuova legge (art. 1, comma 26)  ha sostituito l’italicum abolendo ogni premio di maggioranza per la parte proporzionale. Siccome le tre forze in competizione – centro destra, M5S e  PD – hanno tra di loro ordine di grandezza paragonabile (grossa differenza rispetto al ’94), la distribuzione proporzionale dei 386 seggi non potrà, in termini probabilistici, distaccarsi in modo significativo dal genere 35%, 30%, 25% : quindi i seggi saranno all’incirca 140, 115, 96, con ulteriori 35 seggi per le altre liste non coalizzate oltre il 3%. La distribuzione dei 231 seggi  uninominali, sempre tenuto conto della forte probabilità statistica,  non potranno in alcun modo determinare un’assegnazione molto lontana da 115, 66 e  50 seggi (delle 3 forze una già vincerebbe 1 collegio su 2). E’ immediato rilevare che qualsiasi accoppiamento pensabile nel sommare i seggi assegnati ad un’area nei plurinominali proporzionali con quelli assegnati alla stessa area negli uninominali, può dare al massimo sui 255 seggi, ai quali, pur aggiungendo ancora tutti i seggi degli italiani all’estero (in realtà cosa impossibile), si resta una cinquantina di seggi sotto la maggioranza  assoluta della Camera. Ciò significa in modo pressoché certo (eccetto spostamenti elettorali clamorosi quali il discostarsi dai sondaggi del 15%-20% – si tratterebbe di spostare 6-8 milioni di voti) che una maggiorana parlamentare sarà possibile esclusivamente attraverso l’accordo di almeno due aree politiche furiosamente avversarie nella campagna.

E’ assurdo spacciare la legge 165/17 quale maggioritaria, quando il premio di maggioranza non esiste. Visto che nessuno dei tre schieramenti potrà vincere da solo, non ha senso dibattere sugli schieramenti  evitando l’indispensabile discussione sui diversi temi programmatici proposti da ogni lista. Il cancro della vita parlamentare non sta nell’accordo tra gruppi differenti. E’ l’accordo raggiunto a posteriori, senza aver dato possibilità di indicazione agli elettori, che costituisce un vero e proprio cancro nutrito dall’inganno perpetrato a danno dei cittadini, illudendoli che sia possibile la vittoria netta di uno schieramento.

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