Il ruolo del merito nel conoscere

Nel convegno su Don Milani alla Scuola Normale, Francesco Gesualdi, uno dei suoi allievi, ha detto “che è pericolosa l’insistenza ricorrente sul valore del “merito”, che rischia di aumentare la forbice tra i cittadini, facendo avanzare quelli bravi lasciando sempre più indietro gli altri. Lo studio, e quindi la conoscenza, sono un diritto e come tale deve essere garantito a tutti, indipendentemente dal “merito” ”. E’ una concezione legittima. Però confonde due questioni centrali nel convivere – strettamente correlate – il conoscere e la funzione scolastica. E la confusione ostacola la crescita umana.

Il nostro mondo sta nel tempo che scorre. La conoscenza non è mai definitiva o statica. La conoscenza acquisita fino ad oggi è una cosa, lo sforzo di conoscere oggi (sia per approfondire la conoscenza già acquisita sia per acquisirne altra del tutto nuova) è un’altra cosa. E diverso è il rapporto tra disporre della conoscenza e merito.

In una liberaldemocrazia (no altrove) ogni cittadino può accedere alla conoscenza già acquisita, in campo vivente o no. Qui il merito fa parte storica della conoscenza. Ma c’è anche la conoscenza da acquisire. Questa dipende da una serie di fattori, tra i quali l’istruzione, le risorse disponibili e anzitutto la capacità e il merito dei ricercatori impegnati a realizzarla. La conoscenza da acquisire non è un diritto. Qui al merito va attribuito il rilievo dovuto. Non farlo non è violare il galateo, è ostacolare conoscenza e distacco dalla miseria.

Non si fa questo semplice ragionamento, perché non se ne accettano alcuni passaggi. Il primo è che non si accetta il concetto del tempo in moto, che relativizza anche la conoscenza. Un altro è la ritrosia a riconoscere che la conoscenza si fonda sullo sperimentare (non sulla certezza) e sulla metodologia dell’individuo e delle sue capacità (non sulla collettività). Un terzo è che allo studiare si da la vecchia funzione di trasmettere il sapere della comunità (e si presenta come un diritto) mentre si trascura l’ulteriore compito di indurre a conoscere ancora, cosa che da rilievo al merito di chi riesce a farlo e mette in discussione la comunità esistente.

Oltretutto, sostenere che lo studio è un diritto indipendente dal merito, spinge ad attribuire alla scuola pubblica solo il compito di trasmettere le cose note. Il che è molto negativo. Perché trasmettere al meglio la conoscenza acquisita, è uguale verso tutti. Ma già il compito di insegnare l’uso pratico di quanto imparato e l’affrontare i problemi che sorgono, va sì rivolto a tutti, però nella consapevolezza che ognuno ha una differente propensione operativa, cioè ha meriti specifici. Poi c’è il terzo compito della scuola: far maturare in ogni scolaro la capacità di riflettere sul mondo circostante con il senso critico individuale per valutare l’evolversi dei fatti e cercare di conoscere di più. Questa funzione riguarda tutti ma con dati vincoli. Intanto non tutti hanno doti uguali nello sviluppare appieno il senso critico e poi solo una parte di loro ha interesse a conoscere sempre di più e su un ampio ventaglio di argomenti. Qui il merito ha un ruolo centrale. Negarlo non aiuta chi è restato indietro né riduce la forbice delle diversità.

Quasi al termine del secondo decennio del XXI secolo, non si può non vedere l’arretratezza civile di escludere dallo studio la diversità e il merito, e dell’insistere a ridurre tutto al diritto ad un’uguaglianza livellata in basso. I diritti sono una conquista che spinge gli individui a crescere e non una condizione di conformismo immobile.

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