L’astensione deriva da progetti e candidati non credibili

Sulle testate giornalistiche, è di moda allarmarsi per il calo dei votanti alle elezioni. Lo trovo un atteggiamento tanto più ingiustificato quanto più si accalora nel temere la tenuta democratica. Esprime la concezione della democrazia misurata principalmente dalla percentuale dei votanti. Cioè un retaggio di quando la democrazia era in fasce (“crazia” indica appunto la forza del potere, all’epoca soprattutto numerica), e quindi, trattandosi di territori con pochissime decine di migliaia di abitanti, risaltava la prospettiva che tutti gli abitanti votassero.

Il contrastato irrobustirsi della democrazia al passar del tempo e il suo trasformarsi in rappresentativa, ha reso via via sempre più evidente che la sua vera caratteristica – specie ora – è il ruolo preminente della diversità di ogni cittadino avente diritto di voto. Non è una sottigliezza trascurabile. La forza della democrazia oggi non si deve misurare con il numero degli elettori mobilitati. Si deve misurare con la certezza della piena libertà di voto riconosciuta a tutti, senza privilegiare nessuno, per far vivere il sistema del decidere reiterato tra i cittadini: dunque elezione del parlamento rappresentativo, indicazione degli indirizzi complessivi di governo, eventuale ricorso al referendum abrogativo per verificare la corrispondenza tra parlamento e cittadini, nuove votazioni a scadenza prestabilita e non eccessiva al fine di valutare ed indirizzare.

Essendo questo il sistema della democrazia, non si può sostenere che il criterio rappresentativo deve prevalere su ogni altro perché il Parlamento sia rappresentativo; e di conseguenza attribuire la rappresentatività del Parlamento alla percentuale dei votanti sugli aventi diritto. In realtà, quello che conta davvero sono l’insieme delle regole adottate e le condizioni di vita attivate nel paese. Infatti, il Parlamento è il meccanismo con cui i cittadini regolano la convivenza tra diversi e per natura non può mettere in secondo piano l’aspetto del governare, vale a dire dello scegliere. Per cui la percentuale dei votanti è sì un fatto da valutare ma di per sé non consente di concludere che leggi e condizioni di vita siano negative, perfino inaccettabili e rischiose per la convivenza. In altre parole, ancor più del numero dei votanti, si devono verificare la qualità delle leggi, il loro funzionamento, e le condizioni di vita indotte.

Innanzitutto va considerato che la diversità stessa porta i cittadini a non votare per una serie di motivi. Uno di questi è certo l’impulso di non accettare le istituzioni , un altro è quello di rifiutare l’indirizzo di chi governa. E queste due tipologie di motivi non sono agevolmente superabili perché fondate sul sentirsi sudditi (e quindi stranieri nella democrazia). Poi svetta anche un calo di interesse per le amministrazioni locali (o per quesiti referendari considerati di poco interesse, magari specchietto per le allodole) e anche la sensazione di non poter influire con il proprio voto. Intendiamoci, non nel senso di risultare minoranza (esser minoranza è una possibilità connaturata nel convivere tra diversi che decidono di volta in volta); piuttosto nel senso dell’avvertire un destino ineludibile , sia per incapacità propria di trovare alleati sia per la percezione (quasi sempre più o meno inesatta) di una organizzazione sovrastante destinata a prevalere rendendo la scelta democratica una formalità. A questa sensazione è necessario (e ritengo anche utile) replicare portando a riflettere che, in base all’esperienza, la libertà e la democrazia non possono irrobustirsi senza il continuo disputare dei cittadini sull’organizzare la convivenza civile. Altrimenti le degenerazioni autoritarie e totalitarie hanno maggiori possibilità di verificarsi ammorbando la convivenza.

A parte il caso referendario – ove ha molto rilievo l’importanza riconosciuta al quesito (di fatti nel 2106 il referendum sulla proposta di riforma costituzionale oligarchica ha riportato l’affluenza all’alto livello delle elezioni politiche) – , il problema è che l’attuale tendenza astensionista non è una disaffezione causata dalle sensazioni precedenti, bensì il giudizio sulla uguale inefficacia delle offerte politiche tradizionali in campo e tra loro contrapposte. Ciò perché tanti cittadini sono convinti che tali offerte politiche abbiano dimostrato non solo di essere inadeguate a governare ma anche di non rispettare mai i programmi annunciati e di essere la causa del forte disagio civile esistente attualmente.

In questa situazione, non si riportano al voto gli astensionisti agitando il pericolo che il M5S si ribelli all’ordine costituito. Di fatti, chi si astiene non si fida comunque del potere costituito, e, caso mai fosse convinto a votare, non voterebbe contro chi si oppone all’ordine costituito (per analogo motivo, attaccare i M5S perché rifiutano di allearsi con qualcun altro, significa non capire che tale strategia è del tutto coerente al loro messaggio politico, quindi attaccarli così li aiuta).

L’astensionismo si può ridurre solo sottoponendo agli elettori progetti di forte cambiamento diversi dal M5S. Progetti chiari, alternativi alle gestioni di potere in essere, composti da singole proposte percepite adatte a risolvere il problema cui sono riferite, e presentati da candidati credibili, vale a dire non colti già in fallo e dotati di riconosciuta capacità di analisi civile e di azione realizzatrice. Insomma, progetti di seppur minima caratura liberale. Politica è proporre le cose da fare, gli schieramenti ne conseguono. Non viceversa. Insomma, per ricuperare l’astensionismo, occorre non portare in tavola minestre riscaldate.

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