Libertà e regole

l forte contrasto tra le istituzioni spagnole (Corte Costituzionale, Monarchia, Governo, Parlamento) e quelle catalane costituisce un banco di prova di come intendere le regole del convivere nei sistemi liberaldemocratici. Ancor più dopo le mosse di venerdì 27 ottobre delle due parti. Ormai nessuno può negare che in ballo non ci sono le valutazioni sul percorso politico fatto dalla Spagna e dalla Catalogna nei mesi scorsi prima di arrivare ad oggi (i rispettivi errori non toccano la questione istituzionale definitiva). E neppure la legittimità di preferire il principio della Catalogna indipendente a quello della Spagna centralista.

Il metro di giudizio sta nelle condizioni istituzionali in cui si manifesta il disaccordo. E’ in gioco il rapporto tra libertà e regole. Da lunghissimo tempo. la cultura liberale afferma che non esiste libertà senza regole e che le regole senza libertà soffocano la convivenza civile. Dunque, essendo certo che la Spagna attuale ha una Costituzione con regole di libertà, secondo i liberali non è accettabile la pretesa catalana di divenire indipendente contro la Costituzione spagnola. Non a caso, a livello UE e internazionale non si intende riconoscere l’autoproclamata repubblica catalana.

Le piazze esagitate e i giornalisti di TV e stampa che appoggiano il comportamento dei catalani, dicono che il dibattito sulla Catalogna è sullo stato di diritto, sul rispetto del dissenso, sul rapporto tra governo centrale e autonomie locali. E inoltre che quanto è avvenuto a Barcellona è già avvenuto molte volte nella storia.

La prima asserzione denota poca chiarezza nei concetti. In uno stato di diritto, è inaccettabile voler far decidere i cittadini sull’integrità del paese stando fuori del diritto. Esaltare a parole l’autogoverno e il diritto a decidere le forme istituzionali ma non tenere comportamenti rispettosi delle libere regole di convivenza già vigenti, equivale a sostituire il normale confliggere democratico con il criterio della violenza e a dare una spinta alla frammentazione civile disgregatrice. Questo è davvero un tentativo di colpo di stato.

La seconda asserzione guarda al passato per riviverlo e rifuggire la realtà attuale. Nel passato, le condizioni di vita e di libertà erano di gran lunga inferiori anche qualora esistenti. Pertanto si usava la forza fino alla violenza per spezzare catene non solamente metaforiche. La violenza fisica era allora capillare e quasi sempre le configurazioni statali nascevano per suo mezzo. Questi precedenti non sono richiamabili oggi. Perché oggi l’introdurre il criterio della violenza diminuisce il peso civile del cittadino avviandone il passaggio alla forza fisica (speriamo gli indipendentisti catalani non ci arrivino). Per di più la frammentazione indotta rinforza il populismo, che è l’ansia di cambiare non all’insegna della libertà del disaccordo ma rifiutando le istituzioni della libertà. Insomma la nostra epoca non è più quella dei sogni otto novecenteschi. Oggi è illusorio dichiarare l’intento di esser liberi e indipendenti, pensando che ciò basti a divenirlo, anche senza avere progetti operativi per arrivarci nel rispetto delle regole. La libertà senza regole danneggia tutti e alla fine si autoaffonda.

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