Un articolo che spinge al liberalismo civile

L’articolo di Luigi Mazzella ha ricevuto un titolo (“Ci sarà veramente una Rivoluzione Liberale in Italia?”) che non rende onore al suo contenuto, siccome ne da un’impressione depistante. Un conto è riferire il concetto di Rivoluzione Liberale all’epoca storica di conio dell’espressione, un conto è far pensare che, cento anni dopo, i liberali si battano per una rivoluzione – di per sé corrispondente ad un modello statico sognato perfetto – quando l’autore non ha questo intento. La sua è una rapida e sagace ricostruzione del come l’empirismo inglese nel 600 abbia affrontato la violenza nel mondo per limitarla e di come da allora è stato affrontato il medesimo problema, però spesso, specie in Italia, non sviluppando solo idee di libertà ma piuttosto ricadendo nel dibattere concezioni contrarie al metodo empirico della libertà. Tanto che l’articolo di Mazzella conclude ponendosi la domanda se la “Rivoluzione liberale” di gobettiana memoria riuscirà a elevare il tono del dibattito. Ad una simile domanda ritengo si debba rispondere in modo affermativo. Naturalmente stando all’oggi, senza nostalgie di un modello e nel quadro logico del contenuto dell’articolo, che è un quadro liberale in un’epoca successiva a quella gobettiana. Vediamo.

L’avvio dell’articolo è rilevare che lo Stato Leviatano di Hobbes era una risposta alla violenza e presupponeva l’esistere di confini per consentire allo Stato di sanzionarla. Oggi non si è colto con prontezza che le frontiere aperte della globalizzazione, redendo gli Stati molto penetrabili, hanno tolto loro la possibilità di esercitare il diritto a punire. Così si è creata una doppia realtà. Da una parte, al posto dello svuotato diritto a punire c’è l’esibire le pubbliche guerre salvifiche contro i mali del mondo; dall’altra si partecipa alla violenza con l’appalto segreto agli amici di traffici inconfessabili di ogni genere (che inquinano finanziariamente la lotta politica e il lavoro). I cittadini hanno avvertito che qualcosa non andava. E in Gran Bretagna e negli Stati Uniti hanno ripiegato sul neo isolazionismo per ristabilire le condizioni operative del Leviatano. Naturalmente, scrive Mazzella, la vita degli isolazionisti neo hobbesiani non sarà facile, perché avranno contro i gruppi privilegiati cui vengono ridotti i privilegi.

E’ vero. Però la risposta neo hobbesiana non è oggi una risposta di tipo liberale. E’ stata sì il modo con cui hanno rivendicato la loro sovranità i cittadini delusi dalla mancata attenzione verso di loro da parte di politici dediti solo a gestire il potere. Ma la giusta tesi dei liberali è che, per cambiare non ricorrendo alla violenza e assicurando più libertà ai cittadini, occorre avere un progetto alternativo. I neo hobbesiani dimenticano di doverne avere uno oppure, qualora pensino che sia quello isolazionista, scordano che storicamente si è già mostrato inadeguato ad accrescere la libera convivenza dei cittadini. Dunque, per rispondere affermativamente alla domanda dell’articolo, occorre far chiarezza su quale replica coerente dare alla forte richiesta di sovranità civile.

Al riguardo, sorvolo sui cenni dell’articolo alle mancanze politiche del PLI storico (rilievi poco sagaci, visto che limiti ci furono ma di schieramento più che di cultura; difatti il PLI, coerente con il liberalismo, respinse ogni tentazione di destra nelle robuste versioni degli anni ’60, fece analisi esatte sulla situazione politico istituzionale – si pensi a quelle sui pericolo finanziario indotto dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica e sul sommario realizzare le regioni – largamente suffragate dai fatti nei decenni successivi, fu per almeno un anno il solo partito a schierarsi ufficialmente a favore del divorzio). Ed anche sorvolo sui cenni ai difetti delle burocrazie UE (rilievi di ridotta sagacia in quanto quei difetti esistono davvero, eppure l’UE resta tuttora lo sforzo più coerente al mondo – con il suo metodo del a passo a passo – di escludere gli assolutismi e di puntare alla prospettiva di rendere più liberi i suoi cittadini con l’ascoltarli in modo crescente). Tocco invece quello che ritengo essenziale nel ragionamento dell’articolo.

Il conformismo degli italiani ha certo radici antiche e profonde. Ma non è indistruttibile, se si affronta apertamente come malattia da curare e non come attitudine da sfruttare in campo elettorale al fine di conquistare il potere. Perché in fondo la questione italiana ruota tutta sulla percezione parecchio errata (in base all’esperienza) della funzione della politica nel convivere. Si pensa che la politica sia solo strumento di potere. Pensarlo agevola chi considera i cittadini dei sudditi da governare col potere senza idee (per cui va conquistato). Il ’68 incarnò l’interesse a conquistare il potere più che a indicare una linea per far crescere la sovranità del cittadino.

Se, invece del farsi intimidire dal conformismo indistruttibile, si riflette senza pregiudizi su quello che è oggi il liberalismo, ci si accorge agevolmente che la risposta al quesito finale dell’articolo può essere positiva, proprio perché oggi, in giro, è più forte di prima la richiesta di affidarsi al cittadino. A condizione che il liberalismo non stia in panciolle ad ascoltare le sirene dei sondaggi sulle intenzioni di voto (oltretutto predisposti a tavolino da mezzi di comunicazione restii a dare notizie corrispondenti ai fatti). Oggi, i liberali hanno ascolto se propongono senza timidezze idee liberali, fisiologicamente imperniate sul cittadino. Il liberalismo è un quadro ormai lontano dalle utopie religiose ed ideologiche (rivelate dalla ricerca del modello perfetto) che invece pervadono la cultura del nostro paese. La quale è avvinta al buonismo della vita facile, del bene comune, della concordia umana, dell’autorità socialmente rassicurante, dell’insofferenza per le regole, ed attentissimo a non considerare l’individuo cittadino il motore delle decisioni pubbliche e loro punto di riferimento.

Oggi la cultura liberale è divenuta l’opposto del buonismo, ovviamente non perché preferisce il male, ma perché ha un legame indissolubile con ciò che avviene davvero. E quindi non prescinde dall’esperienza derivante dai fatti. Che ha messo in evidenza una cosa: il metodo più efficace per consentire alle istituzioni di adeguarsi al passar del tempo consiste nell’affidare il decidere i cambiamenti opportuni, nelle regole e nelle iniziative pubbliche, alle scelte strette ai fatti (e ripetute) di tutti i cittadini conviventi all’interno di quelle istituzioni. Tale metodo per dirimere i conflitti tra progetti discordanti è l’unica possibile alternativa sperimentata al ricorso alla forza fisica adoperato da sempre.

I liberali devono sempre più affermare che tra le cosiddette società civile e politica non esiste la supposta separazione e tanto meno la contrapposizione propalate con tanta enfasi sulla stampa per lunghi anni (in ossequio al conformismo dei potenti). I cittadini non possono sottrarsi, anzi hanno forte interesse, ad impegnarsi per elaborare un progetto politico operativo che allarghi la sovranità del libero cittadino nel decidere regole ed iniziative pubbliche del convivere e che intenda farlo con un metodo applicato di continuo alla realtà in essere. I liberali devono insistere, senza impazienza ma con fermezza e cercando le convergenze possibili per arrivare alla maggioranza in Parlamento, sull’essenzialità della metodologia individuale – con l’apporto di chiunque senza distinzione di competenze ­– nel plasmare e nel gestire le istituzioni in modo che siano il più possibile efficienti nell’erogare servizi e garantire uguali diritti a cittadini diversi. Permanendo l’esigenza di ambiti statali in cui vivere, anche nell’epoca della globalizzazione, o meglio soprattutto.

L’obiettivo liberale di fondo è far divenire chiaro tra la gente che gli attori politici sono l’uso del territorio circostante e la miriade degli individui cittadini, i quali, confliggendo democraticamente, formano istituzioni con le regole, prendono decisioni provvisorie, ne sperimentano i risultati, assumono ulteriori decisioni di cambiamento. Altri concetti collettivi fin qui usati – tipo il tutto mondialista, le ideologie, le classi, le oligarchie, le religioni, la comunità. l’indottrinamento conformista, l’unità, l’ossessione a prevedere ogni cosa, l’esaltare l’utopia emotiva – appartengono alla sociologia di ieri e sono strumenti inadatti ad affiancare il passare del tempo. Solo la libertà e la diversità possono riuscirci.

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