Progresso deterministico e conoscenza critica (a Marcello Battini)

Caro Marcello,
apprezzo che tu come sempre ponga problemi non banali su cui è necessario riflettere. E desidero rispondere anche alle domande di questa volta.

Parto dal titolo, che pare il tuo programma contestativo. Prendo con le molle l’affermazione “e lo chiamano progresso”, ma non perché, come sostieni, sarebbe la tecnologia che affossa le abitudini umane. La questione è che, per essere fondata e non falsificabile (restando poi discutibile), la frase dovrebbe essere “e la chiamano conoscenza”. E’ usato “progresso” perché la tradizionale mentalità del conformismo, diffusissimo soprattutto in una società pervasa dal primato culturale religioso, è sempre alla ricerca di un modello sociale che sia definitivo ed assicuri la vita perfetta (il che da autorità ai capi) . Essendo questa un’aspirazione impossibile in base all’ accertata esperienza storica, allora si ripiega con disinvoltura sul chiamare “progresso” ciò che è stato raggiunto fino ad oggi e poi si utilizza la logica predittiva per mostrarne i gravissimi pericoli antiumani nel tempo perché distruttivi delle nostre abitudini in cui identifichiamo il nostro modo d’essere, ritenenuto unico. Ed il nostro modo d’essere attuale viene enfatizzato magari mischiandolo al ricordo di una antecedente età dell’oro, mitizzando il tutto o ad occhi aperti.

Questa operazione semantica viene smantellata se, invece di progresso, si usa la parola conoscenza, ancor più chiara se accompagnata dalla parola “sperimentale”. In tal caso, intanto crolla ampiamente l’armamentario deterministico insito nella parola progresso in sé e negli strumenti predittivi usati per evocare le peggiori paure per il futuro; ed inoltre si è spinti ad accorgersi che conoscere vuol dire usare il più possibile ogni individuo, nella sua diversità e nel suo spirito critico, con la conseguenza che il determinismo è inapplicabile al futuro. Da ciò concludo che è assurdo fissarsi sulle previsioni. Anche ammettendo che siano conseguenti nell’ambito deterministico, le previsioni eliminano in partenza i cambiamenti più o meno rilevanti che ci potranno essere e che ci saranno e soprattutto spingono a chiudere gli occhi sul quesito essenziale: cosa potremmo e dovremmo fare, come cittadini ed esseri umani, per affrontare al meglio le nuove condizioni ambientali indotte da ciò che abbiamo conosciuto finora e dalle tecniche messe a nostra disposizione?

In questa ottica del tutto diversa, le preoccupate domande emerse – “ nei prossimi vent’ anni il 47% dei lavori disponibili sarà automatizzato” ¬– si trasformano in solleciti a cercare altre strade. Non dimenticando di riservare la peggior considerazione ai fautori della tesi “le persone non servono”, i quali non sono altro che oligarchi menzogneri alla ricerca dello strumentalizzare gli altri spaventandoli, a vantaggio dei propri prodotti. Il fatto è che queste persone, demonizzando la tecnologia, vorrebbero strappare il lavoro ad uomini e donne per appropriarsene e proprio per questo vorrebbero impedire che del lavoro si trovassero nuove forme (che oggi non sanno come controllare).

La crescita, magari molto veloce (anche se sulla velocità occorre molta cautela, dal momento che l’assorbimento dei cambiamenti tecnologici non può avere il ritmo della tv spettacolare) muterà molte abitudini delle persone e dei loro modi di usare le macchine, ma gli umani resteranno sempre in qualche modo il fulcro delle cose. Il motivo principale, in generale, è che gli umani hanno una capacità riproduttiva affidata alle combinazioni cromosomiche che supera (e di certo continuerà a superare per periodi di tempo lunghissimi rispetto a quelli umani) la capacità puramente meccanica, anche se con influenze quantistiche. E nell’agire immediato, gli umani hanno una capacità di reazione, potenzialmente anche con risvolti del tutto innovativi, assai più libera, nel complesso di vari individui, di quanto un meccanismo programmato possa aspirare a fare (ancora una volta almeno per periodi di tempo davvero non brevi).

Certo, è del tutto plausibile ritenere che si dovranno cambiare o superare molti mestieri attuali. E allora? Vuol dire che ci dovremo occupare sempre più del come far condividere la conoscenza, del come consentire ad ognuno la raccolta delle risorse indispensabili per vivere nelle condizioni mutate attraverso l’uso dei contributi derivanti dalla propria diversità. Occorre convincersi che non è esatto che “ovunque penetri la tecnica, non resiste alla lunga alcuna forma di vita dell’ era pretecnica”, perché tale idea consegue l’esistere della vita in sé, e non la tecnologia (salvo un’interpretazione rigida della tecnologia in contrasto con la sua origine). E’ l’essere umano ad essersi cullato nei secoli nella ricerca dell’immutabile sicurezza, ed oggi a turbarsi per l’accelerazione del conoscere e del maneggiare le cose del mondo, approccio che ribalta il pretendere di asservirle stabilmente come ci si è illusi di fare per millenni ed ancor oggi si sogna di poter fare.

Il problema è applicarsi a capire, ad esempio, quali saranno le prime categorie di lavori nei quali gli esseri umani utilizzeranno i robot al posto del lavoro subordinato e per converso quali nuove attività potranno divenire disponendo delle nuove tecnologie oppure nasceranno di sana pianta.

Tra le attività che si trasformeranno – e basta, perché i robot non possono per struttura sostituire integralmente l’essere umano che lo crea – ci saranno la maggior parte dei colletti bianchi e il personale sanitario ad ogni livello. Ovviamente l’aumento della presenza dei robot implica una riconsiderazione delle prestazioni degli esseri umani, ma questo riporta all’utilizzo dello spirito critico e della diversità di ciascuno. I robot non potranno sostituire integralmente i chirurghi, assistere gli anziani nelle case di riposo, eseguire le diagnosi utilizzando la capacità valutativa dell’occhio clinico che incrocia la massa di dati impalpabili dovuti allo studio, all’esperienza, alla comparazione. Forse, permettimi una battuta amara, la robotizzazione innoverà poco nel settore giornalistico, visto che gli algoritmi daranno notizie secondo i canoni selettivi ricevuti al posto dell’attuale sistema delle veline convenienti al sistema di potere vigente. Poi perderanno sempre più capacità di impiego i tradizionali quadri intermedi, i tradizionali addetti alle vendite, i tradizionali (anche se in modo molto meno marcato) fornitori di servizi alla persona.

Ma tutto ciò è il vivere reale nel tempo che passa. Non può esistere la pretesa di mettersi in panciolle (e la società agricola una volta lo sapeva benissimo). Il conoscere rende obsolete le antiche concezioni dei modelli perfetti ed eterni. Ogni atto di conoscenza può fornire anche grandi miglioramenti nello stile di vita ed opportunità di nuove tipologie di relazioni interpersonali e commerci, ma certamente muterà gli assetti lavorativi e la tipologia dei posti di lavoro più appetibili. Dunque è una forma di energia di trasformazione del vivere le relazioni civili.

Qui va rilevata la forte differenza strutturale tra il concetto di società del benessere statale derivata dall’idea marxista (pure nella successiva versione umanizzata dell’assistenza dalla culla alla tomba) che per forza finisce per slittare nella società irrigidita nelle sue prassi finanziata con un’imposizione fiscale oppressiva che privilegi il gestore pubblico e il concetto liberaldemocratico delle istituzioni che punta a garantire ad ogni cittadino, di disporre del minimo di risorse necessarie anche in periodi della vita sfortunati purché resti attivo nel riqualificare il suo contributo lavorativo al vivere con gli altri, finanziando il tutto con un sistema fiscale strutturato attorno al cittadino, commisurato ai servizi resi al cittadino e controllato dal cittadino.

Insomma, perché mai dovremmo spaventarci di cambiare le abitudini consolidate quando viene applicato il medesimo parametro dell’esistenza individuale, che è quello di nascere e morire? La vita degli individui si trasmette ricominciando, e così le pratiche, le abitudini, i tipi di lavoro continuano rinnovandosi anche del tutto. Concludendo, trovo utile riflettere come chiedi ma non per temere il conoscere e la tecnologia di cui la conoscenza ci fornisce il modo di disporre. Al contrario, per contribuire ad ampliarla come ciascuno di noi può fare all’insegna della propria diversità.

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