Obiezione di coscienza e blocco dei servizi pubblici

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO n.47

E’ notoriamente diffusissima la pratica degli antiabortisti di ostacolare la scelta delle donne di interrompere la propria gravidanza mettendo le strutture sanitarie pubbliche non in grado di effettuarla, nonostante la legge 194/78 preveda che la effettuino. Per reagire a tale pratica, l’Ospedale S. Camillo, d’accordo con la Regione Lazio, ha assunto due medici a tempo indeterminato, scegliendo tra chi ha dichiarato di non essere obiettore.

E’ singolare che, oltre alla CEI, abbia protestato la Ministra della Sanità con una dichiarazione nella sostanza molto ipocrita, che la ha trasformata in sindacalista dei medici obiettori e di chi vuole impedire il servizio pubblico. Il suo compito d’ufficio sarebbe l’opposto: vigilare che l’ospedale San Camillo e la Regione Lazio siano in grado di assicurare l’interruzione di gravidanza a tutte le donne richiedenti, come prevede la legge sull’ivg. Invece la Ministra Lorenzin ha fatto intendere che l’obiezione di coscienza è un diritto dei singoli medici e che il S. Camillo discrimina non applicandolo (la stessa tesi degli antiabortisti per bloccare le strutture pubbliche). Solo che è assurdo reclamare i diritti individuali pensando che lo Stato garantisca solo il reclamante e non gli altri cittadini tutelati dalla legge.

La legge 194 ha un impianto espressamente finalizzato a far sì che la struttura pubblica esegua l’ivg quando ne riceva richiesta secondo le condizioni di legge. Dunque il servizio sanitario pubblico deve far fronte a quest’obbligo. L’obiezione di coscienza non serve ad impedire il rispetto dei diritti altrui. In realtà, dietro la rivendicazione del diritto all’obiezione di coscienza fatta strumentalmente dagli antiabortisti , ipocritamente dall’on. Lorenzin e servilmente dall’Ordine dei Medici romano, c’è una distorta concezione di quel diritto (in termini civili, ché la religione non c’entra). L’obiezione di coscienza concerne un diritto del singolo medico a non effettuare prestazioni contrarie ai suoi convincimenti etici. Ma non può divenire un modo per assicurarsi una carriera privilegiata all’interno della struttura pubblica. Privilegiata perché, secondo gli antiabortisti, esenterebbe chi lo esercita dal fornire la propria opera per aiutare il datore di lavoro ad adempiere ai suoi obblighi legali. E’ evidente che un medico obiettore di coscienza sull’aborto non può pretendere di essere considerato, in una struttura pubblica, professionalmente identico ad un collega che esegue anche gli aborti. Non lo è. E la struttura sanitaria deve tenerne conto attrezzandosi di conseguenza. Esattamente per le medesime ragioni, i laici condividono pure la decisione della ASL di Rovigo presa pochi giorni dopo il S. Camillo, di assumere due biologi non obiettori per mettere in condizione il laboratorio di attuare le procedure previste per la fecondazione medicalmente assistita.

Per i laici, le istituzioni non devono farsi bloccare dal clima ammorbato del conformismo clericale incline a premiare la carriera di chi adotta i suoi tabù. Devono sempre esercitare la loro funzione pubblica nel garantire i diritti di convivenza tra cittadini diversi. I laici e i liberali debbono spingerle a farlo.

Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI e INTERVISTE (tutti), sul tema Quadro politico, sul tema Separatismo e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.