Il diritto all’acqua

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista Non Credo n.47

La campagna che la Chiesa cattolica sta facendo sul “diritto di ogni persona all’accesso all’acqua potabile e sicura” da uno spunto per cogliere come, in tema civile, il suo approccio sia molto diverso da quello dei laici.

I piani alti della gerarchia dicono “ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile e sicura; è un diritto umano essenziale” e predicano “è imprescindibile annunciare questo diritto umano essenziale e difenderlo” per concludere “stiamo andando verso una grande guerra mondiale per l’acqua”. Così il messaggio di fede include la crociata “questione idrica” tra le urgenze planetarie con una prospettiva minacciosa.

La differenza in tema civile rispetto ai laici, sta nel fatto che per la Chiesa tali considerazioni sul diritto all’acqua rientrano nell’usuale concezione universale della fede protettiva accompagnata, sullo sfondo, dalla paura dell’ ”inferno”, mentre per i laici l’acqua non è un diritto da reclamare ma una precondizione da attivare, con impegno anche gravoso, in quanto è componente essenziale della vita umana e dell’ambiente. Per i laici, in tema civile, la convivenza tra cittadini diversi si costruisce non con la fede uguale per tutti, bensì attivando le precondizioni materiali, come quella idrica, del vivere tra diversi i rischi dell’esistenza, compreso il dirimere i relativi inevitabili conflitti.

Enunciare diritti distaccati dai singoli impegni volti a renderli possibili, è ingannevole e per di più non casuale. Indicare linee operative distaccate dal cosa fa il cittadino è uno dei modi con cui si prova a sfuggire al dato di fatto che il centro della convivenza sono i comportamenti degli individui, piuttosto che le utopie ideologiche o religiose.

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