Le Tesi della Sapienza , 1967 -2017

Intervento tenuto alla Tavola rotonda organizzata dall’Università di Pisa, dal Comune di Pisa, dalla Biblioteca Serantini,nella Gipsoteca di Arte Antica di Pisa, cui hanno inoltre preso parte Bruno Manfellotto (Moderatore), Giuliana Biagioli,Vittorio Campione, Gian Mario Cazzaniga.

L’occupazione iniziale della Sapienza fu a gennaio ’64, tre anni prima le Tesi, promossa da UGI e Intesa insieme all’AGI. Le Tesi la condannano, vedremo perché. Ma l’occupazione 64 ebbe grande rilievo nazionale, sia per la novità del contestare l’organismo universitario, sia per la durata, due settimane, sia per la comparsa dei “cinesi”, gli antagonisti che dicevano imborghesito il PCI. Non capendo, i professori risposero chiudendo il riscaldamento e sospendendo dalla didattica i dirigenti l’occupazione (tra cui io). Tutti i giorni gli occupanti erano tante centinaia. Alla fine, ottenuto che il Senato Accademico consultasse gli studenti, un’Assemblea notturna decise l’uscita con il voto, circa 2 a 1, di oltre 800 presenti.
Le due linee restarono il filo conduttore per anni. Le ragioni di fondo della maggioranza le evidenziava l’AGI, gli altri non le rifiutavano. Per l’AGI la scuola italiana era conservatrice perché incapace di essere lo strumento principe nel formare nuove libere intelligenze. Per riuscirvi avrebbe dovuto 1) capovolgere il rapporto tra politica e cultura facendo della cultura il fulcro del governo della cosa pubblica , 2) rendere la scuola improntata allo studio e all’esperienza, il cuore della vita civile, 3) caratterizzare l’autonomia degli studenti non sull’esser contrari alla società ma sullo stimolare i cittadini circa il ruolo chiave dell’istruzione. L’altra linea, minoritaria ed egemonizzata dai cinesi, riteneva insufficiente quanto ottenuto e l’occupare un’insidia al capitalismo.
Nel seguito pesò molto il quadro politico. L’istruzione divenne sì un tema centrale. Però Moro parlava di riforme e privilegiava le esigenze del potere DC (il suo governo cadde, a giugno 64, sul finanziare la scuola confessionale). Il tema della riforma universitaria, nonostante Gui sia stato Ministro dal febbraio 62 al giugno 68, non andò oltre il disegno 2314 nel maggio 65. Il governo non aveva la volontà politica. Né riconosceva la grande novità dell’opposizione PLI all’interno del sistema (e non contro, come PCI e MSI allora). Così non progredendo la trasformazione politico culturale universitaria, fu naturale il diffondersi di agitazioni contro la 2314 e, nei 5 giorni dell’occupazione 67, fu sviluppata la linea minoritaria del 64, le idee dei cinesi.
Le Tesi comprendono proposte all’epoca interessanti: i dipartimenti interdisciplinari e la loro assemblea unico organo deliberante, il problema dei gruppi di ricerca, il tempo pieno per una serie di addetti, gli aspetti funzionali di sostegno alle scuole inferiori, il diritto allo studio analogo al diritto al lavoro, l’evitare processi di istituzionalizzazione nel sindacato degli studenti. Tuttavia noi liberali – allora ero Presidente dell’AGI Nazionale – criticammo subito la terapia proposta dalle Tesi. In breve su tre punti sulla questione essenziale della politica civile.
Il primo era la questione delle avanguardie. Incontrammo Arrigo Benedetti, fondatore e primo direttore dell’Espresso, che nella sua rubrica aveva detto l’occupazione una sorta di convegno di strada per formulare proposte. Non si doveva invocare “il principio di maggioranza che si applica altrove ma non nella vita universitaria”, poiché nel paese erano importanti “le minoranze attive che rompano la cristallizzazione politica”. Noi gli dicemmo che l’articolo attribuiva all’occupazione un ruolo di minoranza attiva , ma trascurava un aspetto essenziale. Non rispettare il principio di maggioranza, portava sia a diverse lacune di informazione pratica ¬– la settantina di occupanti, studenti di Pisa e non, impediva l’accesso a tante centinaia di studenti di Pisa – sia a giustificare in prospettiva concezioni di casta e autoritarie. Infatti le Tesi scrivono letteralmente che le avanguardie contestano l’esistente senza fondarsi su principi di democrazia rappresentativa. Di più rifiutano il compito di rappresentare tutti gli studenti in quanto tali.
Cito l’episodio perché la problematica avanguardie è poi divenuta ricorrente. Ma anche per chiarire che non era esclusiva dei cinesi. Benedetti era un liberalradicale, neppure allineato con l’Espresso, da cui uscì 4 mesi dopo. Insomma, aleggiava l’idea di affidarsi per le riforme alle minoranze attive, trascurando che adoperare tale mezzo incorpora di per sé il fine di non accettare la sovranità dei cittadini individui. Il che è inaccettabile per i liberali.
La seconda nostra critica colpiva la struttura impositiva delle Tesi. Ad esempio. L’università appartiene alla base universitaria, che controlla la propria formazione. Il sindacato studentesco è il partecipare effettivo alle assemblee. E’ l’espressione pratica e teorica di una razionalità superiore. Insomma, le Tesi privilegiano gruppi elitari contro il sistema non per far crescere la partecipazione di ogni individuo. Il movimento studentesco era una componente della classe operaia e il proprietario dei mezzi di produzione (le strutture universitarie). Le Tesi riconoscono che gli studenti non sono una classe omogenea, ma una categoria con molteplici componenti. Tuttavia, riconoscere la disomogeneità non spinge a riflettere sulla fisiologica diversità individuale e sul conflitto liberale tra le iniziative dei diversi cittadini, risolto dai risultati. Serve a richiamare la necessità di tener presente la lotta di classe contro il capitale e di ricercare l’unita delle forze che lo contestano.
Le Tesi scrivono che la controparte è la classe dominante funzionale per natura ai piani del capitale. E che il movimento studentesco deve indicare uno schema alternativo alla società capitalistica per la scuola, senza precisare il tipo di società in cui tale scuola può sussistere. In tal modo, la scuola è concepita non come formazione dello spirito critico di ognuno per interagire, ma quale strumento di manovra del vasto disegno di lotte operaie. Così, intesa quale strumento, la scuola ha la stessa natura subordinata datale dal capitalismo industriale dedito a produrre l’esistente e non indirizzato al cambiare.
Nelle Tesi la concezione della scuola discendeva dalla loro affermata razionalità superiore. Si voleva che dalla pre-elementare fino alla media superiore, le scuole fossero pubbliche, uniche, gratuite ed obbligatorie dando a tutti gli studenti attivi un salario, onde consentire la vita socialmente completa spettante ad un lavoratore. In pratica, le Tesi vanificavano la pluralità, in specie sindacale analoga a quella dei paesi a capitalismo avanzato. Insomma una coperta soffocante con il miraggio dell’emancipazione.
La terza nostra critica era al concetto con cui le Tesi condannano l’occupazione 64. Sarebbe stata danneggiata dall’ingombro politico della rappresentanza, che sfruttava la massa qualunquista. Concetto secondo cui occupare sarebbe esclusiva del movimento dotato di razionalità superiore. Concetto aggravato dalle frasi contro la richiesta dei Rettori di autoorganizzazione universitaria, definita dalle Tesi priva di senso perché non può prescindere dalle esigenze del capitale. Tale concetto negava tre fatti. Il valore centrale della rappresentanza nelle relazioni interindividuali, il diritto dei qualunquisti a farsi rappresentare come ognuno, l’utilità dell’auto organizzazione nel sistema capitalista. Tre fatti cruciali per la cultura politica liberale.
Queste erano le critiche a caldo. Che furono ascoltate dagli studenti e, alle elezioni interfacoltà di fine 67, le liste AGI raccolsero oltre metà dei 4.500 votanti. Comunque la sostanza delle critiche trova conferma 50 anni dopo. Non perché siano da buttare le aspirazioni e le speranze delle Tesi. Non funziona la loro terapia politica. Un progetto ideologico, spesso non rispettoso della sostanza delle regole del convivere, consistente in una bandiera da sventolare che non attiva meccanismi di libertà basati sulle scelte dei cittadini che innescano adeguamenti di struttura. Un progetto che ha esercitato una influenza di lunghissimo periodo, ma che come terapia politica ha lasciato a mani vuote. Sognava grandi rivoluzioni sociali emulando i campus americani. Che secondo Marcuse avevano tre caratteristiche: la profonda diffidenza verso le ideologie, l’esser sostenuti dai figli dei fiori e il lottare contro una società che, pur democratica e funzionante, degrada ogni cosa a merce. L’intento era liberarsi dalla “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà della civiltà industriale avanzata”. Marcuse fu il mito dei movimentisti italiani, i quali però non si accorsero che il problema da lui posto era come liberarsi. Ciò aveva un senso nel sistema USA aperto e flessibile, non lo aveva con l’utopia della sinistra della lotta di classe, che adottava gli slogans francesi per prescindere dai dati di fatto: “siate realisti, chiedete l’impossibile”. Ideologia rigida, non metodo per convivere.
Questo fu il grande equivoco sul 68 che perdura. Sognava il nuovo ma voleva produrlo con il solito sistema del modello costruito dall’avanguardia del momento, pensato definitivo e chiuso al cittadino. Il movimento non avvertì il problema. Che c’era, anche se giustificato con l’esigenza di opporsi ai conservatori. Eppure spuntavano segnali anche a sinistra. Nella primavera 68, Pasolini scrisse sui disordini di Valle Giulia simpatizzando coi poliziotti anche loro figli di poveri.
La forte distinzione interna alla sinistra allontanava dal socialismo. Nel 69 il movimento delle Tesi della Sapienza si divise in tre rami e uno, Lotta Continua, alla lunga fiancheggiò la lotta armata, attuando la semplicistica alternativa autoritarismo-rivoluzione. Inizio tra l’altro della sterile teoria degli opposti estremismi, cavalcata dagli apparati deviati dello Stato.

Oggi è chiaro che la questione politica centrale ¬ permanente è come adeguare le regole istituzionali per agevolare l’esprimersi di ogni cittadino. Niente utopia, avanguardie e aspirazioni ultime, perché il tempo scorrendo cambia la realtà e per stare al suo passo occorre il cangiante apporto individuale. Invece il clima politico delle Tesi era disattento alla realtà in moto perché era disattento al cittadino. Da qui la disattenzione al divorzio, che con Fortuna, Baslini e da luglio 67 con il solo PLI, fu una lunga battaglia civile. E la disattenzione al dibattito parlamentare aperto, per cui, nato con l’eresia sul PCI, il cullarsi nel mito della razionalità superiore non vide la realtà: la pratica del compromesso storico, sublimazione del conformismo civile.
Le Tesi dettero linfa nuova al vezzo di rifiutare la diversità individuale come motore della convivenza nelle idee e nell’economia, soprattutto dei più deboli. E protrassero in politica l’intento guerresco di distruggere il nemico mentre l’obiettivo è convivere tra diversi e il confronto verte sulle regole provvisorie da adottare.

Anche negli ultimi 22 anni, ha prevalso la linea che rifiuta la diversità individuale come motore della convivenza. Ha esaltato insieme unità e pluralismo, e, non cogliendo il reciproco contrasto, ha diffuso il conformismo Ha pilotato la coalizione innovativa dell’Ulivo sulle secche dell’ulivismo indistinto. Poi, nei secondi ’90 esplose ¬la globalizzazione e la contestò perché ampliava la diversità. E quando i fautori della globalizzazione la confusero con il conformismo di chi gestisce il potere senza considerare il cittadino, la linea antidiversità ha continuato ad attaccare la globalizzazione in sé, senza capire che, non accettandola e non correggendone le storture operative fonte di precariato, la reazione dei cittadini al precariato avrebbe diffuso il nuovo populismo protezionista, cioè il ricorso a forme di gaullismo venate di autarchia.
Il motore politico della convivenza è trovare regole per vivere nella diversità della società aperta. Purtroppo i nemici della società aperta sono sempre attivi. Sul tema odierno, contro la diversità sono, da metà anni 60, gli alto borghesi della sociologia cattolica e della sinistra utopica. Tra i primi tipo Arturo Parisi, allora al vertice dell’Azione Cattolica che fece la scelta religiosa, tra i secondi tipo Michele Salvati, allora ai Quaderni Rossi progenitori delle Tesi. Ambedue impegnati a metà anni 90 nel volere l’ulivismo indistinto, ambedue accaniti promotori negli anni 2000 del PD ammucchiata di culture politiche, ambedue sostenitori nel 2106 della proposta oligarchica di riforma costituzionale. Avversari della diversità, sempre.

L’autonomia della politica di libertà è un altro mondo. E’ conflitto tra cittadini non sulle speranze bensì per scegliere e valutare regole di relazione e di iniziativa dei singoli, non privilegiando minoranze attive. E’ prendere atto che la democrazia diretta di per sé esprime solo un’emotività per lo più non rispondente al volere dei cittadini. Tale presa d’atto non ci fu con le Tesi 67, nonostante ora si esaltino sminuendo l’occupazione 64 definita “ridotta per numero e durata”, che è un falso storico. Ciò richiama i danni istituzionali del disinformare il cittadino con l’anteporre la narrazione emotiva ai fatti, allo spiegarli e del trasformare le notizie in propaganda di eventi da lanciare. Per scegliere, il cittadino deve conoscere i fatti avvenuti e i progetti futuri, anche perché, nel campo sovranità, il termine cambiamento non significa cambiare tanto per dirlo, ma cambiare per migliorare le condizioni di libertà. Questo non si fa rimpiangendo oggi le Tesi del 67, si fa con la conoscenza né celebrativa né nostalgica.

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