La jihad come convitato di pietra

Scritto per la rivista NON CREDO n.46, rubrica Disputationes

Da 13 anni, in svariate città dell’UE ci sono stati gravi atti terroristici di matrice jihadista. In 18 attacchi principali (fermandoci al 2016), sono state colpite Madrid, Londra, Amsterdam, Bruxelles, Parigi, Copenhagen, Nizza, Berlino. Eppure, balza all’occhio la difficoltà di dare agli avvenimenti una dimensione univoca. Non l’hanno colta l’UE e i paesi suoi componenti, ed è cresciuta nei cittadini l’insicurezza della paura: per la violenza certo, ma forse ancor più per l’ignoto, per ciò che sfugge.

Fino ai primi anni di questo millennio, il pericolo era la guerra portata da un nemico materialmente organizzato. Esistevano varianti, ma la minaccia restava questa. Poi, il terrorismo di matrice jihadista ha mutato spartito. Dalla guerra delle organizzazioni si è passati alla guerra delle idee. Questo cambiamento si è manifestato progressivamente negli anni recenti ma non è stato improvvisazione. Era stato teorizzato a fine 2004 nel volume Appello alla resistenza islamica mondiale, pubblicato su internet e scritto dall’oggi sessantenne noto con il nome di battaglia Abu Musab al Suri. E’ un siriano nato ad Aleppo in una famiglia benestante, aderente da giovanissimo ai Fratelli Musulmani, ingegnere, cittadino spagnolo per matrimonio con una convertita all’Islam, appassionato di musica classica, instancabile viaggiatore, neppure trentenne inseritosi nel cuore dell’organizzazione di Al Qaeda fino a divenire in pochi anni il consigliere di Bin Laden più ascoltato.
L’ Appello criticava la strategia delle Torri Gemelle, che Abu Musab al Suri ritenne fallimentare, perché spinse gli americani ad invadere l’Afghanistan e a mettere in ginocchio Al Qaeda. Dunque, non andava usato un centro di comando per dirigere da lontano gli attentati bensì usati i musulmani locali non-assimilabili alla cultura occidentale, per portare un po’ alla volta alla guerra civile tra musulmani e non musulmani. Era la nuova strategia della jihad globale, caratterizzata dal sistema di resistenza delle idee e non dall’organizzazione militare. Il collegamento tra il sistema e l’individuo, dovevano essere, oltre le idee, la certezza delle intenzioni, la risposta alla chiamata, l’educare se stesso e i corrilegionari, la fedeltà al sistema della jihad del terrorismo individuale correlata all’obiettivo strategico della jihad delle azioni autonome sul territorio. Insomma l’appello centralizzato della Jihad attuato con il decentramento. Che, oltretutto, si integra perfettamente con i sistemi digitalizzati più moderni e in specie con le reti sociali.

E’ illusorio sperare di battere la jihad globale con il metodo tradizionale della guerra e delle contrapposizioni di puro potere (tipo la lotta all’ISIS). E di chiudere la partita in tempi brevi. La jihad globale ha privatizzato la violenza e ha l’unico obiettivo di colpire lo stile di vita degli infedeli, laico e critico, sfruttando i migranti per far entrare terroristi (con il fine di far crescere la diffidenza verso i musulmani e facilitare la loro chiamata alle armi). La sola risposta realistica ed efficace ad un attacco di questo tipo è insistere con più coerenza e fermezza sui principi della libertà individuale e delle istituzioni laiche che sono il nerbo del nostro stile di vita, acquisendo piena consapevolezza che la minaccia jihadista sarà per molto tempo il convitato di pietra della nostra convivenza aperta. E’ stata patetica l’incapacità italiana di vedere che il terrorista ucciso a Sesto S. Giovanni era diventato jihadista nelle carceri italiane. L’Italia non è immune dal terrorismo perché all’ombra della Chiesa e del dialogo religioso.

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