Il No al referendum e il no al cesarismo

Scritto per la rubrica Disputationes della rivista NON CREDO  n. 41

 

Nel  prossimo semestre, il tema dominante nel dibattito politico – nonostante le Amministrative e salvo politiche anticipate – sarà il referendum sulla riforma Costituzionale modello Renzi. Riguarda tutti i cittadini, ma particolarmente i laici. Innanzitutto perché è una tipica manifestazione laica il partecipare civile finalizzato al decidere; e nella fattispecie perché in ballo c’è un nuovo tipo di democrazia.

Quanto alla partecipazione, non va trascurato il suo diverso significato per i laici e  nell’ambito ecclesiale. Nella Chiesa essa significa solo far parte della discussione su un certo tema, non decidere. Ad esempio, l’Università Gregoriana ha tenuto a febbraio un dibattito di livello sul celibato sacerdotale, tema assai sentito in Vaticano sulla scia delle scarse vocazioni (per cui diverse comunità di fedeli della Chiesa Latina  non dispongono di sacerdoti per celebrare i sacramenti). Vi è stato ribadito che, oltre la non rinunciabile dottrina, ogni decisione in materia compete al Papa. Solo lui può consentire eccezioni, come fu fatto qualche anno fa (per consentire l’esercizio della funzione sacerdotale agli anglicani convertiti) e poi due anni fa (per consentirla al clero Medioorientale). La partecipazione laica, viceversa, non è scindibile dal decidere  su quanto si discute.

Tale principio laico va tutelato con fermezza. E per tutelarlo non è possibile sottrarsi alla sfida del prossimo referendum popolare. Per almeno due gruppi di motivi. Uno è che è importante anche valutare il modo con cui è stato selezionato l’oggetto su cui decidere, siccome anche per il selezionare vale il principio della decisione partecipata. L’altro gruppo è il merito della riforma, vale a dire se la democrazia configurata accresce oppure diminuisce il  legame istituzionale alle decisioni dei cittadini.

Nel primo gruppo, rientra il marchio della sentenza  n.1/2014 della Corte Costituzionale sull’iter parlamentare della riforma di  Renzi. La legge elettorale con cui è stato eletto il parlamento attuale è illegittima (per cui lo è l’elezione di moltissime diecine di parlamentari).  A parte l’acceso dibattito sulla continuità legale del parlamento dopo la sentenza (la Costituzione non attribuisce alla Corte il potere di stabilire gli effetti delle proprie sentenze), non c’è dubbio sulla fortissima inopportunità politica che l’attuale parlamento – non rispettoso delle norme costituzionali sulla rappresentatività – addirittura legiferi nel delicatissimo campo della Costituzione, competenza spettante al Parlamento legittimamente composto. La sovranità democratica è solo del cittadino, e , non rispettando la Costituzione, si avvia la spirale del suo raggiro. In sostanza è ciò che sta facendo Renzi, varando una riforma con un parlamento politicamente non legittimato a vararla, dato che ogni sentenza di incostituzionalità vige dal giorno dopo la sua pubblicazione. Oltretutto, non è la prima volta. Un anno fa, nel caso della sentenza sul blocco incostituzionale di indicizzazione delle pensioni, il governo Renzi non ha rispettato la sentenza e non ha restituito interamente il non erogato ai pensionati. In conclusione, già dal primo gruppo di motivi per tutelare il principio del far decidere ai cittadini, consegue per i laici la necessità  del NO al referendum popolare di autunno al fine di evitare che la sovranità del cittadino venga strangolata.

Poi c’è il secondo gruppo di motivi, quello sul tipo di democrazia post riforma costituzionale modello Renzi. Adeguare le regole della convivenza, di cui la Costituzione è la più importante, è indispensabile per mantenere operativa di continuo la cultura laica migliorando i criteri di convivenza. Però non serve un adeguamento qualsiasi, che può avere esiti pericolosi quando quei criteri li peggiora in partenza. E nel progetto di riforma della Costituzione sottoposto a referendum, i contenuti di merito  negativi sono dilaganti (oltre al non sfiorare l’indecoroso art.7).

Limitandomi qui a sintetizzarli, posso citare il farraginoso ed incompiuto superamento del bicameralismo perfetto, la forte riduzione delle competenze del Senato (a cominciare dal rimuoverne la rappresentanza della Nazione e dal togliere l’approvare il bilancio dello Stato) articolata  in modo assai poco funzionale e talvolta confuso, la  nuova composizione del Senato non affidata al voto diretto dei cittadini con il conseguente minor peso di quel voto anche nella scelta dei giudici della Corte Costituzionale , l’aumento delle firme per promuovere la iniziativa popolare e sul referendum abrogativo, gli accresciuti privilegi parlamentari del Governo, l’introdurre il parere preventivo (frettoloso) della Corte Costituzionale prima di emanare una nuova legge in specie sulle elezioni politiche, l’abolizione dell’organo consulente socioeconomico del parlamento, l’ammiccare al criterio di  attribuire i costi della politica solo agli eletti regionali e non al funzionamento burocratico, la minuziosità normativa inadatta in sede di Costituzione e perfino alcune stecche tecniche.

Tenuto infine conto che tutto ciò si incrocia  con il nuovo sistema elettorale maggioritario di liste con forti premi in seggi, è indubbio che la nuova riforma costituzionale configurerebbe una democrazia claudicante, imperniata su una concezione cesarista e accentratrice, lontana dal controllo partecipato del cittadino e dal criterio della rappresentanza parlamentare, attenta principalmente alle esigenze delle strutture di potere del momento.

In quadro del genere, è fisiologico che i laici si impegnino con fermezza per il No al referendum popolare e che nel farlo non cedano alle impostazioni della sinistra cattolica, secondo cui la Costituzione sarebbe intangibile perché la più bella del mondo. Anche la Costituzione in vigore ha storture che è opportuno riformare, ma solo per accrescere la libertà del cittadino nella convivenza, non per restringerla ancor più.

 

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