Gli anni ’70, riflessioni

 

Mi è stato  chiesto un mio sintetico giudizio politico sugli anni ’70 di cui parla questo libro. Lo esprimo con piacere, oltretutto perché, per me, è stato un periodo significativo in senso differente da quanto si dice d’abitudine. Per farlo mi riferisco a due temi, il quadro istituzionale e le vicende del PLI.

Quanto al quadro istituzionale, gli anni ’70 ebbero grandi novità. Soprattutto sul piano legislativo, con le grandi leggi laiche, quella sul divorzio poi confermata dal referendum, quella sull’interruzione volontaria di gravidanza e quella sul nuovo diritto di famiglia discussa dai primi anni ‘60. Tutte leggi che hanno trovato pieno riscontro alla prova dei fatti e in vigore tutt’oggi. Ma vi furono grandi novità anche sul piano  dei partiti, ove erano in primo piano la pesante crisi economica con l’inflazione a due cifre e la lotta ai violenti disegni eversivi  rossi e neri (questi ultimi commisti a corpi deviati dello Stato) correlate alla stagione degli attentati, che condizionarono parecchio i rapporti in parlamento e nella società. In questa cornice, gli anni ‘70  segnarono la conclusione della formula di centro sinistra, la morte definitiva del centrismo, il tentativo moroteo, conclusosi in tragedia,  della strategia dell’attenzione concepita per guadagnare tempo (in attesa della provvidenza)  così da impedire il dilagare del comunismo, che lo terrorizzava e che lui riteneva certo in quel momento, il naufragio della solidarietà nazionale come incarnazione esplicita del berlingueriano  compromesso storico alternativo allo spirito critico, l’avvento di Craxi alla segreteria PSI  propedeutico, nell’ultimo anno del decennio, ai primi vagiti della stagione del  pentapartito. Il tutto, mentre nel 1979 si arrivava alle prime elezioni europee, la prova di come l’Europa sia radicata nelle scelte dei cittadini, con enorme differenza dalle Nazioni Unite, tipica diplomazia mondialista. Infine, in campo Vaticano, terminò il pontificato del coltissimo e tormentato  Paolo VI (il Papa che da oltre un decennio premeva i governi per rivedere il Concordato  1929 trovando una strenua opposizione dai cattolici chiusi dominanti le alte burocrazie dello Stato italiano) seguito, dopo il pontificato di Papa Luciani conclusosi in modo fulmineo e imprevedibile (tanto da far meditare sui reali motivi di Papa Francesco nel 2013 per abitare fuori del Palazzo di Piazza San Pietro), dall’inizio del lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II.

 

Da questi pochi cenni già si comprende che gli anni ’70 sono stati densi di avvenimenti innovativi, certo non banali e anche drammatici. Tuttavia, va  pure detto che quegli anni non hanno attivato tutti i cambiamenti profondi che avevano fatto intravedere.  La logica sia delle leggi laiche che della lotta all’eversione, toccava correttamente, riguardo le relazioni tra cittadini diversi, nodi cruciali  nella prospettiva delle regole per migliorare le condizioni della convivenza. Eppure, quella logica non riuscì ad evolversi in una politica organica e trascinante per i cittadini. Scioglimento dei matrimoni civili, interruzione volontaria di gravidanza e accettazione dei conflitti quali normale sistema di confronto sui progetti dei cittadini purché secondo le regole e non nella chiave eversiva delle avanguardie profetiche, convergevano tutti sul porre a base dei nuovi rapporti sociali non le utopie bensì le decisioni di volta in volta liberamente assunte dal cittadino individuo nel privato e nella partecipazione allo scegliere civile esprimendosi con il voto. Nonostante ciò, questo medesimo criterio della centralità del cittadino non si tradusse mai nel discrimine politico effettivo per il confronto nel paese.

 

Non stupisce che un simile criterio fosse assai mal sopportato da partiti come la DC e il PCI, espressione di ideologie lontane dalla logica individuale del cittadino. La DC per i forti legami con l’approccio religioso cattolico e con l’occupazione del potere pubblico  affidata all’oligarchia dei suoi dirigenti e quadri; il PCI per l’impostazione fideista indirizzata al prevalere delle masse lavoratrici e per la prassi operativa imperniata sul centralismo democratico del partito e non dei cittadini. Fa invece riflettere il constatare  che il medesimo criterio non divenne mai la bandiera dei partiti laici, cosa che ne vanificò la capacità di presa politica.  Divorzio ed aborto  furono intesi come conformismo verso i costumi occidentali e la lotta all’eversione quasi il risorgere del Comitato di Liberazione Nazionale, nessuna di queste cose venne utilizzata per riconoscere nell’agenda politica italiana la priorità dell’occuparsi dei vari aspetti della libertà effettiva del cittadino, e quindi   della necessità di farne il fulcro di una ampia solidarietà di progetto politico che fosse lo spartiacque.

 

La responsabilità del fatto va distribuita in modo ponderato tra tutti i gruppi laici, di partito o meno,  anche se la maggior parte spetta al PSI e ai radicali (specie dopo  l’entrata alla Camera, 1976). Il PSI, pure quello di Craxi, considerò sempre la prospettiva laica solo come un orpello dell’unica questione ritenuta di rilievo, e cioè come stare da socialisti all’interno della sinistra. Una visione autoreferenziale che in seguito contribuì a lasciare il PSI senza ossigeno. I radicali furono del tutto disattenti alla costruzione laica, ossessionati dall’esser visibili mediante il clamore su singoli temi a prescindere dalla prospettiva parlamentare. Tant’è che non dettero mai voti parlamentari a favore di divorzio e di aborto (al primo perché all’epoca della legge non facevano parte delle Camere e non erano ai grandi comizi a favore del No al referendum abrogativo, al secondo perché avversarono la legge  in parlamento in modo strenuo e sostennero due referendum per la sua abrogazione), cosicché è un falso storico, vergognoso e intenzionalmente contro la politica del confronto ragionato tra diversi sui fatti, scrivere che fu dei radicali il merito delle leggi laiche. Addirittura, in un crescendo vorticoso, allora e in seguito, essi cercarono di sostituire la concezione parlamentare, fulcro liberal democratico, con la sommarietà dei referendum  a grappolo come mezzo per imporre le modifiche istituzionali.

 

L’altro tema del mio parere riguarda le vicende del PLI. Anche qui, gli anni ’70 sono stati densi di avvenimenti molto innovativi, sull’impostazione politica del partito e  sul ricambio del gruppo dirigente. L’evoluzione politica del PLI iniziò al Congresso del gennaio 1969, quando la minoranza Presenza Liberale sostenne che non bastava più crogiolarsi nell’alternativa liberale di Malagodi e nel suo grande merito di aver fatto scoprire in Italia la fisiologia di un’opposizione interna al sistema. Era indispensabile per l’alternativa indicare proposte di alleanze che la realizzassero (da qui la solidarietà preferenziale tra i laici), rompendo l’isolamento dorato all’opposizione. Tra l’altro una linea nel solco  della battaglia parlamentare per il divorzio, in cui il PLI era il solo partito ad appoggiare ufficialmente Baslini nel progetto (l’altro firmatario, il socialista Fortuna, ottenne  all’ultimo l’appoggio del PSI). La nascita al  Congresso del 1971  di una seconda minoranza più moderata (Rinnovamento) corrose ancora l’immagine isolata del PLI propugnata dalla corrente maggioritaria di Libertà Nuova. Ciò contribuì a far divenire possibile, quando la parabola del centro sinistra declinò (1972), il ritorno al governo dopo quindici anni del PLI nel 2° governo Andreotti in chiave neo centrista (Malagodi al Tesoro, Bignardi Segretario). Nell’accezione DC  doveva essere un governo che richiamasse all’ordine felpato dei grandi apparati istituzionali. Un’impostazione non corrispondente neppure a quella del vertice PLI, che peraltro non aveva alleati per un governare aperto almeno alle istanze liberali cautamente interpretate. In una simile situazione, l’Andreotti 2 durò solo  un anno, poi  per diciotto mesi si provò a tornare al centro sinistra classico e si  finì per sfociare in cinque anni di monocolori DC.

 

Il PLI, di nuovo all’opposizione e senza una linea politica credibile, non seppe arginare il calo elettorale  montante fin dal ’68. Le minoranze  interne chiedevano con insistenza una nuova linea, Libertà Nuova perdeva pezzi ma restava asserragliata. Addirittura, l’ala monarchica e filo atlantica tentò di spostare a destra l’asse politico, cosa che non riuscì e produsse l’effetto opposto di risvegliare la coscienza politica di Libertà Nuova. Così, dopo anni di accesi dibattiti, al Consiglio Nazionale del gennaio 1976 fu votato un accordo tra le  principali correnti per mutare l’assetto del vertice portando alla Segreteria, Zanone,  il leader di DL, Democrazia Liberale (le minoranze unificate due anni prima su spinta dei giovani), cosa che implicava anche una correzione della linea politica, strettamente dettata da Malagodi per oltre  venti anni, correzione poi confermata al Congresso di Napoli (aprile ’76).

 

Il nuovo assetto fu determinante  nel mantenere la rappresentanza parlamentare del PLI  alle politiche anticipate del giugno successivo. Ed avviò la costruzione di una nuova linea politica più incisivamente liberale (che portò anche alla fondazione del Partito Liberaldemocratico europeo anche con i “cugini serpenti” repubblicani). In poche parole una linea naturalmente posizionata alla sinistra della DC, al tempo stesso assai lontana dal compromesso storico DC-PCI e quindi estranea alla solidarietà nazionale. Alle elezioni anticipate del giugno 1979, il PLI tornò intorno al 2%  e subito dopo Cossiga formò il governo con PSDI e PLI e maggioranza  di pentapartito.

 

Peraltro, parlando oggi dell’argomento, va detto   che anche il cambio di linea politica del PLI negli anni ’70  finì per non esprimere tutte le potenzialità originarie.  La Segreteria Zanone fu prodotta da un lungo lavoro preparatorio di tante persone durato circa sette anni, nei quali la fusione delle due minoranze avvenne su un punto: connotare un liberalismo molto più attento all’effettivo esercizio della libertà da parte del cittadino. Non si trattò mai di una contrapposizione personalistica ai vecchi dirigenti. Perciò tutti i nuovi esponenti nazionali e periferici appoggiarono in modo convinto e appassionato il leader scelto per incarnare il ricambio di linea e garantire la successiva applicazione nella società di un liberalismo più aperto.  Fu un legame molto forte anche sul piano umano, che garantì per anni un’azione coerente e compatta di DL alla guida PLI ma che sottovalutò alcuni indizi a proposito di una differente sensibilità tra il leader con il suo gruppo torinese e un’altra parte di Democrazia Liberale, a proposito del come far funzionare il motore del liberalismo aperto. Più precisamente, nella scelta tra i differenti progetti  per assicurare di continuo la maggior libertà possibile al cittadino riferita alle reali condizioni di fatto, quale è il modo più equilibrato per ricercare il consenso: l’affidarsi soprattutto al metodo dei contenuti liberali oppure far prevalere le posizioni prudenti dei notabili dichiarati? Perché talvolta non si tratta di dettagli ininfluenti.

 

Una questione del genere si pose alle elezioni del 1979, quando il Segretario, contro il parere di (letteralmente) tutto il gruppo dirigente di Democrazia Liberale e della vecchia Libertà Nuova, impose la candidatura a Milano di Sterpa, noto giornalista, con una non breve esperienza DC e  un passato da estremista di destra (nei primi anni cinquanta non disdegnava assaltare le prefetture) da tempo abbandonato ma di certo persona più anticomunista che incline ai principi liberali aperti. Quella candidatura era una tipica mossa notabilare per raccogliere voti nel mondo conservatore senza sottilizzare sulla coerenza con il motore liberale aperto. L’ingresso tra i deputati PLI di Sterpa, che era una rispettabile brava persona,  non ebbe alcun tipo  di riflessi immediati proprio per quel legame umano tra i dirigenti liberali. Però, l’accoglierlo nel PLI rinvigorì al suo interno le pratiche politiche notabilari,   ridusse la cesura a destra del Congresso di Napoli e in pochi anni (dopo sette Sterpa divenne primo vicesegretario con il gruppo torinese e poi ministro) trasformò la dinamica politica del PLI, dandole l’immagine del tradizionale moderatismo illuminato. Vale a dire, non si riuscì a mantenere l’ impegno di far crescere le radici della centralità liberale del cittadino in modo consono alle esigenze della convivenza.

 

Concluso l’esame dei due temi che mi sono proposto, preciso  che il mancare le attese allora possibili non fu responsabilità solo dei partiti: dipese dal complessivo clima civile, al riguardo  piuttosto refrattario. Oltre alla evidente arretratezza dei sindacati (quelli dei lavoratori all’epoca invasati dal mito passatista del sindacato unitario e quelli degli imprenditori all’epoca sostenitori dell’automatico punto unico di contingenza, che trasfondeva nei salari l’aumento del costo della vita, appiattendo le retribuzioni e le attività produttive),  basti ricordare che una compiuta linea riformista nel segno della centralità laica del cittadino sovrano, non ebbe mai l’appoggio della grande stampa borghese.

 

Il Corriere della Sera si allineava sull’indirizzo di centro sinistra (il governo del momento) ed insieme sul compiacere le mode, a cominciare della sinistra extraparlamentare. Un allineamento comodo che non resse e che, all’inizio del 1974, portò  alla nascita del Giornale fondato da Montanelli, che si staccò dal Corriere seguito da una quarantina di firme di rilievo (e in anni successivi il Corriere fu coinvolto nella moda delle cordate massoniche di potere). Esattamente due anni dopo, Scalfari fondò Repubblica sul versante politico della sinistra bene, un altro quotidiano destinato a radicarsi con successi ancora più marcati. Sia il Giornale che Repubblica non erano contrari alle impostazioni laiche nei comportamenti privati, ma in termini di politica pubblica si collocarono altrove rispetto alla centralità del cittadino.  Il Giornale sostenne il moderatismo che parlava di libertà ma che, turandosi il naso, si opponeva al comunismo attraverso i conservatori, e la Repubblica sostenne la propensione ai cambiamenti di nuove classi dirigenti intente sì a subentrare ma non per introdurre nuove idee politiche sulla cittadinanza bensì  per  sviluppare relazioni ed interessi propri. Inoltre, la linea riformista nel segno della centralità laica del cittadino sovrano, non ebbe mai l’appoggio della TV di Stato monopolista, neppure dopo la riforma del servizio pubblico nel 1975, che ampliò le reti e le mise in mano ai tre partiti più grossi che le gestivano come grancassa del loro tradizionale modo d’essere. Piuttosto  una novità seria fu, dal 1976 in poi, il fiorire  nel paese di tante radio e TV libere locali, che attivarono nuovi rapporti nell’informazione ai cittadini, corrodendo l’imperante conformismo, seppur contrastate per anni dalla forte e capillare  avversione del PCI, della polizia postale e delle burocrazie RAI e ministeriali.

 

Nel complesso si deve oggi dire che le grandi riforme laiche degli anni ’70 non produssero tutto quello che potevano al di fuori dei loro campi specifici. Campi rilevanti, senza dubbio, ma non bastanti (né allora né oggi) ad allargare ed irrobustire davvero la centralità del cittadino nella vita pubblica. Ne sono una prova i decenni successivi.  Gli anni ’80 hanno rappresentato la punta più avanzata, ma senza vero successo strutturale, del tentativo di affrontare il problema delle riforme mantenendo il quadro degli scontri parlamentari  tra le tradizionali formazioni politiche troppo dedite alle preoccupazioni di potere rispetto al verificare i risultati sull’effettivo usufruire della libertà da parte del cittadino. Dal decennio successivo – e purtroppo in modo crescente fino ai giorni nostri –  ha cominciato a rattrappirsi il dibattito politico relativo alle proposte alternative sul dare regole e governare. Sempre più, si parla solo della figura del capo e delle sue  promesse elettorali, si confonde la politica con la pratica imbonitrice (fino ad arrivare alla patologia attuale), si pensa in esclusiva alla conquista del potere trascurandone il fine e omettendo gli essenziali controlli successivi.

 

Di conseguenza il nostro convivere mostra ritardi rilevanti, è incapace di affrontare le sfide della globalizzazione, che pure esiste da  venti anni, e, cosa più grave, si rivela poco attrezzato per  affrontare le grandi questioni  politico culturali ormai presenti anche nel nostro paese. Che non sono le dispute sui musulmani o sull’appartenere a etnie differenti.  La grave questione politico culturale è il confronto durissimo tra due concetti di convivenza alternativi. Voler costruire una società in cui convivono cittadini  del tutto diversi per individualità, ma aventi uguali diritti pubblici nel vivere e nel conoscere per meglio partecipare al cambiamento del tempo che passa – il che in Italia significa una società con la rigorosa  separazione Chiesa religioni – oppure il voler regredire ad una società dominata da qualche comunità (qualunque ne sia il tessuto connettivo locale o internazionale) che usi la sua colleganza per imporre agli altri cittadini, attraverso forme di violenza in sostanza analoghe, le credenze religiose, il taglio culturale, gli stili di vita e di potere da essa decisi, e diffonda l’idea che il modo sicuro per entrare nel futuro sia irrigidirsi nel presente comunitario, magari tornando al passato, in ogni caso soffocando la metodologia individuale e il suo spirito di ricerca. Riflettere su quanto accadde negli anni ’70, è dunque istruttivo anche per affrontare il pressante problema odierno del convivere nazionale e globale, riprendendo a discutere di progetti politici.

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